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Dal Camerun a Cannes, passando per San Marino

di Leonardo De Franceschi

Sull’avventura artistica di Martin P. Ndong Eyebe

Andare al Festival di Cannes è un’avventura che regala sempre sorprese imprevedibili. Lo è stato anche in questa 69a edizione, che dire: grazie a una fortunata serie di incastri, io che ero andato all’Hotel Majestic per rincontrare a un cocktail le attrici Esther Elisha e Nadia Kibout, entrambe coinvolte a vario titolo nella campagna #peruncinemadiverso, sono stato presentato a Martin Patrice Ndong Eyebe. Avrei dovuto conoscerlo almeno dal 2013 e invece no. Non era la prima volta infatti che il nostro uomo, un filmmaker 45enne camerunese trapiantato felicemente da circa vent’anni, prima in Italia e poi a San Marino, era presente allo Shorts Film Corner, con l’unico film di produzione sanmarinese: tre anni fa era accaduto a Massimiliano, sulle vicissitudini di un non più giovane operaio oggetto di mobbing; quest’anno la medesima sezione ha ospitato Il primo che passa, un apologo sulle ansie suscitate dall’immigrazione nel nonno della porta accanto.

Ad analizzare il suo percorso di filmmaker - estratti dei suoi lavori sono visibili sulle sue pagine YouTube e Vimeo - si rimane colpiti da diverse costanti. Anzitutto la capacità di costruirsi, negli anni, una competenza in tutti gli ambiti chiave della macchina cinema, dalla produzione alla regia al montaggio, tratto questo che accomuna in verità molti cineasti indipendenti, della diaspora e non. Lasciato il suo paese nel 1995 per iscriversi all’Università di Firenze, Economia e Commercio, già due anni dopo comincia a studiare cinema in una scuola di insegnamento a distanza con sede a Rouen. Nel 2004 inizia a collaborare con il centro Volontarimini e a firmare, dal 2008, documentari su commissione e lavori per varie emittenti. Nel 2009 mette mano al primo corto (Il risveglio), rimontato nel 2011 come Una cosa così grande nel 2011, sul cambiamento di vita occorso a una ragazza alla scoperta di essere sieropositiva. Oltre ai due titoli selezionati allo SFC di Cannes, Ndong Eyebe realizza nel 2015 vari altri lavori, tra cui il documentario Incontrarsi nella diversità e soprattutto il cortometraggio Tre biglie, sugli effetti della piaga della ludopatia nella vita di un giocatore e di un gestore di sala giochi. Nella maggior parte dei suoi corti, Ndong Eyebe firma regia e sceneggiatura, ma anche produzione, fotografia e persino montaggio.

Un altro tratto, che per certi versi certifica la caratura autoriale del nostro, accomunandolo a molti altri, italiani ed europei, è la tendenza a circondarsi di una serie di collaboratori fidati, davanti e dietro la macchina da presa. Penso alla produttrice - nonché compagna del regista - Marina Galassi, al compositore Mario Berlinguer, ma soprattutto ad alcuni interpreti feticcio: su tutti Enrico Giannini, che ritroviamo in tutti e tre i corti di finzione, con la sua misura sottile ed efficace, ma anche Fulvia Casadei, Matteo Paglierani, il piccolo Lorenzo Schiesaro. Certo non dev’essere facile costruirsi un’agibilità produttiva e autoriale nella realtà di una nazione come San Marino che conta poco più di trentamila anime, e non ha strutture produttive cinematografiche consolidate. Come molti altri autori africani di nascita o d’origine poi, Ndong Eyebe è attratto da storie che chiamano in causa i problemi profondi della società, in questo caso società d’accoglienza, ma, e stavolta siamo davanti a una piccola ma riconoscibile cifra, il nostro non è affatto incline a raccontare storie di migrazione come molti suoi compagni di ventura afrodiscendenti ma cerca di confrontarsi con percorsi di uomini (e donne) senza trattino, solidamente ancorati per origini e valori al territorio in cui vivono, e che la vita porta ad affrontare conflitti per molti versi universali.

Tanto più questa cifra salta agli occhi in Il primo che passa, in cui il regista usa la maschera da everyman rassicurante di Giannini per mettere a nudo, umanamente, le angosce di un uomo sulla sessantina, in difficoltà davanti alla cortina di stereotipi sedimentati dai media intorno agli immigrati, in conseguenza dell’incontro fortuito con un giovane automobilista nero, atletico, rasato e con tanto di orecchini ai lobi e treccina, a cui dovrebbe chiedere aiuto, trovandosi in panne in aperta campagna col nipotino. Inscenando un meccanismo narrativo assai caro al nostro, che comporta l’inserimento di una sottotraccia parallela, alternativa e destabilizzante ai fini dell’ordinata lettura del plot, tuttavia, il regista non abbandona mai veramente il punto di vista dello spettatore modello locale, dell’insider, pur mettendone in luce le contraddizioni (ir)riducibili: questo accadeva del resto anche per l’operaio con ambizioni letterarie di Massimiliano e per il giocatore compulsivo di Tre biglie.

A vedere in sequenza i tre corti spiccano gli elementi di continuità ma anche la curva di maturazione espressiva. Sul piano della retorica filmica, Ndong Eyebe parte da una koiné televisiva, corretta e nitida ma poco incisiva e da un montaggio estremamente fluido, che tende a costruire nessi fra più percorsi di vita e ad evitare scansioni drammaturgicamente sostenute. Col tempo, prevale una sintassi più spezzata ed episodica, con passaggi a nero che danno densità al racconto e accompagnano lo slittamento da una microstoria a un’altra, specie in Tre biglie. Alcune ingenuità maggiormente avvertibili nel suo approccio, rinvenibili in una certa qual eccessiva confidenza nelle virtù della colonna sonora e nella didascalicità di alcuni passaggi dialogici, tendono ad essere stemperate soprattutto in Il primo che passa, giocato su una modalità molto più sottile e allusiva di osservazione dei microgesti del quotidiano e su uno score più misurato e rarefatto. Marcata è anche l’evoluzione sul piano del taglio di regia, con un controllo sempre più puntuale dell’inquadratura, un uso efficace della messa a fuoco nei campi ravvicinati, un’eleganza sorprendente in un modo di produzione rigorosamente indipendente e low budget.

Ndong Ebeye inizierà ad ottobre a girare un nuovo short, Il provino, che dovrebbe proseguire sulla scia de Il primo che passa: «Parlerà sempre della diffidenza verso lo straniero, quello di colore di pelle diversa. È un argomento che vorrei trattare “in lungo in largo” prima di dedicarmi ad altro». Anche qui «sarà presente il tema della grande diffidenza o persino la paura del “nero”, poi però, ci sarà una forte componente mia, personale, “lirica”: la musica africana e il fatto che nonostante tutto... ci siano tanti occidentali che apprezzano, “consumano” sempre di più culture, musiche esogene, come quella africana appunto». Il primo lungometraggio dovrebbe chiudere idealmente questo ciclo, legato alle paure e all’esperienze dell’immigrazione. L’augurio di chi scrive è che Ndong Eyebe, che ha già abbondantemente dimostrato non solo professionalità ma anche riconoscibilità e felicità d’ispirazione, possa essere accompagnato da supporti pubblici e privati in grado di fargli fare quel salto di qualità possibile solo nell’incontro fra un creatore e il suo microcosmo d’elezione, quella San Marino dove il regista ha saputo trovare un trampolino in grado di rivelarne il talento fino agli spettatori della Croisette.

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