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Venezia 73: Akher Wahed Fina (The Last of Us)

di Ala Eddine Slim

Cacciatori o prede in cammino verso il nulla

Raramente, nel corso di un festival, ci si imbatte in film che riescono a unire coraggio d’impresa, forza espressiva, originalità d’ispirazione. Ma quando queste tre doti vengono da un’opera espressione di una cinematografia del sud e si combinano con la forza di lasciarsi alle spalle il lessico visivo e simbolico dominante di un’intera macroarea geo-culturale, e con la scelta decisa di sottrarre il proprio racconto per immagini a ogni logica dimostrativa, ci troviamo di fronte a un vero e proprio miracolo, a un film-evento. Decisamente è il caso di Akher Wahed Fina (The Last of Us), opera prima del 34enne tunisino Ala Eddine Slim, presentato ieri con successo alla Settimana Internazionale della Critica: protagonista un migrante subsahariano diretto come tanti verso una riva nord del Mediterraneo, il cui viaggio si trasforma in un percorso di ricerca interiore e fusionale con una natura selvaggia e panica.

Di N (così lo chiama il pressbook), non sappiamo più di quello che riusciamo a vedere e a intuire. Sulla trentina, viene da un paese subsahariano, e la vita lo porta a voler desiderare di raggiungere l’Europa. Il suo destino cambia quando l’aggressione notturna di un branco di passeurs gli fa perdere contatto con l’unico compagno di strada e lo porta a girovagare per qualche tempo fra Tunisi e la costa, alla ricerca di un modo per passare il mare nostrum. Dopo l’attracco solitario, su una barca di pescatori, in una non meglio definita spiaggia, comincia un altro film. Mentre vaga alla ricerca di cibo e riparo, N precipita in una trappola per lupi e si imbatte così in un altro essere solitario, un vecchio cacciatore (M, sempre per il pressbook), che da anni ha imparato a sopravvivere in una foresta remota e inospitale, facendosi lupo tra i lupi. Seguendo le sue tracce, N entrerà in una traiettoria inattesa, estrema e liberatoria.

Fin qui la sinossi, o una sinossi possibile. La scelta radicale di un cinema senza dialoghi squaderna al film un orizzonte comunicativo senza limiti, rendendolo fruibile senza criticità traduttive a ogni spettatrice o spettatore del globo, sottraendogli in cambio il pigro gioco della raccolta e decodifica di informazioni sul plot e sui personaggi. L’unico testo non risolto nell’orizzonte acustico-visivo della partitura filmica non viene da un dialogo appunto, ma da un cartello, trascrizione lirica di un io interiore che possiamo assimilare idealmente a quello del protagonista, e che scandisce il passaggio fra la prima e la seconda parte del film: l’io traduce e commenta l’itinerario fisico e spirituale di N, dalla scoperta di essere diventato uno spettro tra gli uomini, al rinnegamento della razza umana, verso la seduzione di una natura inviolata. Il testo poetico, opera dell’attore teatrale Fathi Akkari (M), ha un’indubbia forza evocativa, amplificata da una sorta di calligrafia essenziale, lineare e modernista, creata da Haythem Zakaria: questo mix può ricordare i calligrammi cifrati e allusivi di Souleymane Cissé, senza tuttavia evocare nessuna precisa tradizione culturale.

La stessa esperienza della visione, lungo i 95 minuti del film, prende il decorso di un’erranza immersiva. Risolto il partito preso della rinuncia ai dialoghi con una invidiabile agilità, Slim, autore anche di sceneggiatura e montaggio, ci fa sprofondare nello sguardo attento e puro del suo protagonista-veggente, trasportandoci in un percorso tattile, aptico, in un’ultima analisi sinestetico, di conoscenza che, pur comportando un confronto totalizzante con la natura, rifugge da ogni assimilazione del rettangolo schermico alla nozione di mero ritaglio del reale. Per essere un’opera prima, The Last of Us esibisce un controllo prodigioso delle risorse prime del linguaggio filmico, immagine e suono, risolvendosi in un tour de force nel quale ogni gesto della cinepresa è filtrato da una lente antinaturalistica, dalla scelta di una messa a fuoco spesso eccentrica, all’impasto desaturato della tavolozza cromatica (il DOP è Amine Messadi), da una recitazione basata evidentemente sulla semantica dei costumi, sulla prossemica, sulla forza metaforica dei gesti e degli sguardi, al trattamento dissonante e modernista del sound design (firmato da Moncef Taleb).

Come spiega l’autore nelle note d’intenzione, M è un corpo disperso, un migrante sopravvissuto alla traversata che, pur raggiungendo l’altra sponda del Mediterraneo, scompare nel nulla. Eppure, con tutta evidenza, il suo profilo non ha nessun tratto sociologicamente discreto, e allo stesso tempo, si carica della forza di uno sguardo che reclama il diritto di tutti e tutte, al viaggio, alla conoscenza, all’esperienza dell’altro e dell’altrove. Ma questo slittamento nel politico si sposa con un recupero del realismo magico, secondo una modalità che sottrae il film a ogni orizzonte di spendibilità immediata, rendendolo straordinariamente inattuale e universale, pur nutrendosi di dolori ed esperienze nate dal qui e ora di un rapporto fra sud e nord, Mediterraneo ed Europa, sempre più feroce e disumano. La stessa dimensione della caccia, evocata così potentemente nel film, con l’umano che di volta in volta è ridotto a preda o carnefice, rimanda a un ordine del discorso che non riesce più a dissimulare il lato oscuro di secoli di umanesimo.

Come accennavo all’inizio, uno dei tratti più rivoluzionari del film, almeno per chi riesce a inquadrarlo nelle tradizioni delle cinematografie arabe e africane, sta nel suo tagliare netto con una prassi del cinema come traduzione audiovisuale di una parola dimostrativa e che si vuole rispecchiamento più o meno tendenzioso del reale. La straordinaria audiovisionarietà del film è infatti il risultato di scelte produttive altrettanto radicali. Pur avendo alle spalle solo diversi cortometraggi e un documentario a più mani (Babylon, 2012, con Youssef Chebbi e Ismael), impegnandosi in prima persona nella produzione, Slim è riuscito nell’impresa di mettere insieme una squadra di quattro società tunisine e a mettere su una troupe ristretta di dodici persone, che nell’inverno 2015 hanno realizzato le riprese, andando solo dopo la realizzazione di un premontato visivo alla ricerca di partner per la postproduzione. In questo modo, è riuscito a sottrarsi a quel penoso periplo di pitch fra una commissione e l’altra, al di qua e al di là del Mediterraneo, in cui la sceneggiatura, limata in modo estenuante e fra mille condizionamenti, finisce per diventare pietra di ricatto, castrando totalmente la libertà creativa del regista.

Infine, pur trattandosi di un film che usa la forza audiovisuale del linguaggio per dare forma ad ambizioni transculturali e universali, The Last of Us trova una sua straordinaria e coraggiosa forza polemica, benché forse dettata da semplice istinto d’autore, nella scelta, per un film tunisino e arabo, di un protagonista-veggente che ha l’aspetto di un migrante subsahariano, ed è interpretato da un artista totale tunisino afrodiscendente alla sua prima esperienza cinematografica, Jawher Soudani alias Va-Jo. Aver regalato al cinema tunisino e arabo forse il suo primo eroe nero, appoggiandosi al corpo recitante di un creatore diasporico, rappresenta un gesto sovversivo di rara forza politica, risolto per giunta nella necessità poetica del discorso. L’evidenza di questo senso-del-noi, che il titolo allarga fino ad includere le minoranze afrodiscendenti, spesso presenti da secoli nel tessuto sociale anche nostro, eredità non riconosciuta e sottorappresentata di antichi traffici schiavisti e più recenti transiti migratori, rappresenta una lezione politica preziosa, per il mondo tunisino e arabo ma anche per noi, cacciatori neoprimitivi dell’oltre- Mediterraneo.

Vogliamo trovargli un limite? L’aver escluso totalmente dall’orizzonte della rappresentazione il femminile. Un altro motivo per proiettarci oltre con impazienza, nell’auspicio che il film riesca a trovare qui, in altri festival e mercati l’attenzione che merita, a sedurre un distributore italiano, e che il suo autore recuperi presto in un’opera seconda i rapporti di genere.

Leonardo De Franceschi | 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsAkher Wahed Fina (The Last of Us)
Regia, sceneggiatura e montaggio: Ala Eddine Slim; primo assistente alla regia: Ali Hassouna; fotografia: Amine Messadi; suono: Moncef Taleb; scenografia: Malek Gnaoui; costumi: Rahma Ben Thayer; musica: Tarak Louati; interpreti: Jawhar Soudani, Fathi Akkari, Jihed Fourti; origine: Tunisia, Qatar, UAE, 2016; durata: 94’; produzione: Mohamed Ismail Louati per Exit Productions, Madbox Studios, Inside Productions, SVP; vendite internazionali: Still Moving; sito ufficiale: thelastofus-themovie.com

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