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Venezia 73: Safari

di Ulrich Seidl

Trofei e delirio d'onnipotenza

Il percorso autoriale di Ulrich Seidl, sessantaquattrenne cineasta austriaco resosi riconoscibile per la sua inconfondibile impronta stilistica e tematica, si snoda da sempre intorno allo studio e all’osservazione, a cavallo tra documentario e finzione, di varie tensioni umane delle quali Seidl, attraverso uno sguardo basato su una fredda neutralità, finisce per restituire il carattere paradossale e perverso e le contraddizioni psicologiche che caratterizzano le varie umanità che costellano il suo cinema.

Giunge alla 73 edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il suo ultimo film, il documentario Safari, presentato fuori concorso, che si sofferma a indagare sul fenomeno della caccia. Ma non la caccia come la intenderemmo pensando agli uomini primitivi o allo stereotipo del cacciatore come ce lo restituisce un immaginario rurale a cui siamo abituati; lo sguardo entomologico e neutrale di Seidl si sofferma su quei casi di umanità per i quali lo scopo della caccia è uccidere animali per metterli in posa e farsi una foto con loro, finendo per metterne in luce l’orrore e la perversione. Sensazioni che, lungi dall’essere denunciate o sbandierate, semplicemente risultano dalla forma visiva e dallo sguardo del regista, uno sguardo molto più vicino al documentario che però si coniuga con un rigore di messa in scena e una gestione delle energie performative che rendono il ruolo del regista palpabile e guidano la linearizzazione delle forze in campo.

Lo spunto per Safari arriva sull’onda del fenomeno, decisamente contemporaneo, dell’uomo/donna medio bianco occidentale che percorre migliaia di chilometri per arrivare nella savana, pagare migliaia di dollari per farsi un giro e sparare a giraffe, elefanti e gorilla per farsi una foto e metterla su facebook. È di pochi anni fa il caso dell’anonimo dentista resosi artefice della morte del leone Cecil, una foto che ha fatto il giro del web poi seguita da molte altre analoghe, alle quali sono spesso seguite le reazioni furiose del popolo della rete. Una moda che Seidl racconta semplicemente accostando materiali eterogenei che, mostrandosi nella loro inerte brutalità, mettono in luce l’orrore implicito in questo nuovo gioco vacanziero dei ricchi bianchi, mettono in luce la follia e i deliri di onnipotenza di questi uomini e donne comuni intenti ai loro passatempi, creando un legame diretto del cinema di Seidl con l’eredità austriaca dell’azionismo, l’immagine che si intride di sadismo nei quali l’uomo è vittima e artefice, con simili gradi di compiacimento, di gesta sadiche e di fustigazione del corpo. In questo caso, il corpo animale, martoriato, annichilito, come a riaffermare un primato illusorio dell’uomo sulla natura, un primato falso e basato sulle armi, sulla violenza deliberata, sulla totale incoscienza.

Il film si costruisce, in modo molto essenziale, intorno a vari nuclei di immagini che ne scandiscono il ritmo: momenti di caccia, nei quali la macchina di Seidl ci mette a parte dei procedimenti e delle tecniche di caccia e dei vari colpi messi a segno dai cacciatori, portandoci poi vicino alle bestie morte che vengono messe in posa, alternati a brani di interviste a questi cacciatori, le cui parole innescano un naturale confronto con le immagini facendo risaltare la follia dei soggetti. Questa struttura essenziale si arricchisce, ad un certo punto, di nuovo materiale. Alla caccia della giraffa segue la scena dello scuoiamento, nella quale Seidl mette a dura prova lo stomaco dello spettatore. Scena dello scuoiamemto in cui fanno la loro comparsa per la prima volta i neri. Sono loro a infierire sul corpo della giraffa, e a comparire nei successivi materiali che popolano il film: questi soggetti, queste comparse, dalle mani intrise di sangue e interiora, compaiono nei semplici e austeri quadri composti da Seidl, sullo sfondo di pareti costellate di trofei di caccia.

Facendo ricorso allo stilema della frontalità, che ben si coniuga con lo stile dell’autore austriaco, la macchina fotografa la presenza di questi uomini, resi schiavi da questa strisciante forma di imperialismo, quello dell’uomo bianco dominato dalle sue perversioni che, forte del potere dei soldi e della ricchezza, va a fare l’elemosina ai paesi del “Terzo Mondo”. I suoi trofei di caccia sono tanto gli animali che uccide, quanto gli uomini che sono ridotti in schiavitù dal sistema che lui stesso ha creato e che oggi ancora regola i rapporti tra bianchi e neri, tra nord e sud del mondo, tra l’Europa e l’Africa. Pur ricorrendo a estremi rimedi, e attraverso delle scelte tanto ardite quanto violente nella loro carica polemica, Seidl denuncia un male estremo, uno dei tanti residui imperialisti nel mondo contemporaneo mettendone in luce i riflessi più parossistici e perversi.

Simone Moraldi | 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsSafari
Regia: Ulrich Seidl; soggetto: Veronika Franz, Ulrich Seidl; fotografia: Ulrich Seidl; montaggio: Christof Schertenleib; suono: Matz Müller; origine: Austria, Danimarca, 2016, doc.; formato: colore; produzione: Ulrich Seidl Film Produktion GmbH; durata: 90’.

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