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Venezia 73: MigrArti

di Valentina Lupi

Storie di un’altra Italia

Si è svolta, come evento collaterale della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la competizione dei cortometraggi vincitori del bando del MiBACT MigrArti. Il bando si rivolge a progetti cinematografici, di teatro, danza e musica che danno attenzione alla pluralità delle culture che compongono il nostro paese, in particolare alle seconde generazioni, figlie ibride di un percorso migratorio e ponti tra più culture. Metà degli 800.000 € messi a disposizione sono stati destinati alla realizzazione di cortometraggi e rassegne cinematografiche. Sedici dei trecentosedici corti arrivati sono stati selezionati e presentati alla Mostra del Cinema in due sezioni e in due repliche.

Martedì scorso la giuria, guidata da Ferzan Özpetek e composta dal critico cinematografico Enrico Magrelli, dal rappresentante dell’Unar Mauro Valeri, da Paolo Masini del MiBACT e dalla sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, ha assegnato il premio MigrArti a No Borders - Un mondo dei migranti in realtà (sezione documentari), ex aequo con Amira e Babbo Natale (sezione fiction). Ai vincitori è stata consegnata la statuetta del premio MigrArti costruita da un ebanista di Lampedusa con il legno delle barche naufragate e il cui logo è stato disegnato da una studentessa del liceo artistico di Merano.
Un progetto importante quello di MigrArti che tenta di colmare, nelle stesse parole del ministro Franceschini, “un colpevole ritardo” nella rappresentazione e auto-rappresentazione delle diverse culture che vivono in Italia. Il progetto è stato confermato per il 2017 e il 2018 con fondi raddoppiati (1.600.000 €) e con l’introduzione di una sezione di cartoni animati.
I cortometraggi, realizzati da giovani autori e autrici provenienti da tutta Italia, attraversano storie, sguardi e modalità differenti di rappresentazione. Alcuni mettono in scena la disperazione del viaggio, altri le difficoltà dell’accoglienza, altri ancora la rinascita e la riconciliazione in un nuovo paese. Visioni che acquistano finalmente visibilità.

Con La viaggiatrice Davide Vigore ci avvicina alla malinconia dell’esilio forzato e dell’amore lontano. Una giovane araba si prende cura di una anziana presso la quale vive. Tutta la sua vita sembra finire lì, dentro mura che conservano memorie altrui, fino a quando, spinta dalle parole dell’anziana, prende la valigia e si incammina verso strade nuove. Il film, fotografato da Daniele Ciprì, chiude con la ragazza in bilico sui binari vuoti.

Simone Massi (Vittorio De Seta, maestro del cinema) in tre minuti restituisce la forza e il rigore del cinema di Vittorio De Seta in una carrellata animata di tutti i suoi film.

Macchiettistico e stereotipizzante Omni-bus di Federico Menichelli. Il pullman in cui si ritrovano immigrati provenienti da diversi paesi è il pretesto spaziale per raccontare le loro storie. Storie già viste, fissate da un immaginario “orientalizzante”. Unica eccezione è l’inversione sarcastica dei ruoli tra autista e venditore ambulante, uno spunto curioso che purtroppo finisce con la prima scena.

Dedicato a tutti i bambini morti in mare il corto di Mohamed Zouaoui, Farida, che ripropone la tragica vicenda della bambina siriana diabetica alla quale i trafficanti avevano buttato in mare le medicine e l’impotenza straziante del padre che si è visto morire tra le braccia una delle due figlie con cui aveva intrapreso il viaggio infernale. Nel finale Zouaoui concede alla famiglia una riconciliazione lirica e surreale.

Il mare di Mare Nostrum (Maryam Rahimi) è l’elemento di raccordo spaziale tra momenti diversi della vita di una giovane donna emigrata in Italia dall’Africa. Dall’infanzia spensierata sulla spiaggia con la mamma alla violenza e ai soprusi del viaggio fino al matrimonio felice con un poliziotto italiano. Lieta e facile parabola di un percorso migratorio.

Interessante l’approccio interculturale con cui Fariborz Kamkari mette in scena in Posso entrare? il lavoro di un’avvocata di un istituto per donne vittime di violenza. La protagonista si ritrova ad affrontare il delicato caso di una donna ferita dal marito per aver provato a infibulare la figlia. Durante la vicenda avviene un capovolgimento delle prospettive; se in un primo momento è chiaro da che parte schierarsi (in favore della donna ferita da un marito pazzo e violento), diventa, dopo aver conosciuto le ragioni dell’uomo (disposto a tutto pur di proteggere la figlia da una pratica pericolosa), difficile prendere una posizione. Ed è in questo spazio interstiziale che le relazioni tra le culture diventano complesse e plurivoche.

Amira di Luca Lepone è un dialogo d’amore a distanza: ogni mattina alla stessa ora, quando il sole si alza tra i grattacieli di un quartiere finanziario, Amira risponde con la danza al richiamo del compagno che suona per lei in una stanza sventrata dalle bombe in Siria. Una narrazione senza dialoghi perché le parole si sono fatte aride e vuote e solo la musica e i gesti possono ancora raccontarci qualcosa.

Due ragazzini provenienti dall’Africa sub-sahariana arrivano sulla costa pugliese e si imbattono in uno strano individuo, un artista di strada vestito da babbo natale. Babbo Natale di Alessandro Valenti è l’incontro bizzarro di due morti e di due inizi diversi: il dolore del mare e il vuoto di una generazione borghese allo sbando e la possibilità di rinascere attraverso l’incontro con l’altro.

Più interessante la sezione del documentario che riesce a restituire la forza dello sguardo e della voce migranti, il dolore dell’esilio e l’audacia del futuro.

Ghetto P.S.A. di Rossella Squillaci ci porta nelle strade di Torino dove un gruppo di ragazzi di origine africana rappa canzoni su un paese dimenticato e su un altro paese che diventa sempre più stretto. Il giovane guineano è arrivato in Italia appena undicenne e ora lavora in un centro di accoglienza. Il rapporto con i richiedenti asilo permette al ragazzo di recuperare la memoria del suo viaggio e del paese dove non è più tornato. Allo stesso tempo i beneficiari vedono nel rapper le traiettorie di un futuro migliore. Il film oltre a essere l’incontro tra i tempi diversi della migrazione è anche la storia dell’incessante mutazione delle identità.

Nel carcere di Rebibbia il 15% dei detenuti è di religione musulmana e fatica ad essere accettata dal resto della comunità. Nadil è un pittore egiziano e attraverso i suoi dipinti ci spiega le differenze radicali tra islamici ed estremisti, condannando quest’ultimi che vedono nella pittura e nell’arte un peccato da punire. Risulta purtroppo didascalico e un po’ costruito questo Naufragio con spettatore di Fabio Cavalli che ha ottenuto la menzione speciale documentari.

Sull’argine del fiume davanti a Castel Sant’Angelo sono esposti i versi di Latif Al Saadi, poeta, rifugiato politico ed ex militante del partito comunista iracheno. Attraverso il racconto di Latif, oggi mediatore culturale, attraversiamo la storia dell’Iraq e la storia tragica di tutto il Medio Oriente. Latif, poeta e combattente di Massimiliano Zanin è “un urlo di amore, nostalgia e speranza”.

No borders- Un mondo dei migranti in realtà, vincitore del premio MigrArti, è il primo documentario italiano realizzato in realtà virtuale (il film è possibile vederlo anche in formato cinematografico), una tecnologia che consiste nella realizzazione di un video a 360°. Lo spettatore, tramite uno “schermo-maschera”, si ritrova dentro il film, con la possibilità di osservare gli spazi da tutte le angolature. Il regista Haider Rashid ha voluto portare lo spettatore nei luoghi di transito dei migranti, nel presidio No Bordes di Ventimiglia e nel centro Baobab di Roma. Spazi autogestiti che rappresentano la parte migliore della società, l’accoglienza dal basso, incondizionata, dei semplici cittadini che da più di un anno cercano di alleviare le sofferenze dei migranti. Il film, narrato da Elio Germano, è una esperienza immersiva, totalizzante e potenzialmente rivoluzionaria.

Le seconde generazioni di eritrei prendono la parola in Beles - La stagione dei fichi d’India di Massimo Ruggero. In una Bari simile all’Africa, come dice la mamma di uno dei ragazzi, tre giovani raccontano le loro vite e il loro rapporto con l’Eritrea dei genitori, con le tradizioni, con la lingua, con la storia. C’è nei figli delle migrazioni la volontà di essere parte di un movimento nazionale extra-territoriale che prova a costruire il futuro dell’Eritrea, schiacciata oggi dalla dittatura di Afewerki, fuori dai confini del paese.

Unico cortometraggio che viene dai Balcani è Asi Stanala Siena-Buongiorno Restelica di Nicola Contini, che documenta, attraverso interviste e ricostruzioni animate, la storia di un ragazzo che è scappato dal Kosovo nel 2004 a soli quindici anni ed è andato a studiare a Siena. La guerra dei Balcani fa da sfondo a questo racconto personale dell’esilio, meno drammatico e conflittuale rispetto agli altri lavori visti nella rassegna.

Chiara zyr- Un fiore nel cuore di Palermo di Gaetano Di Lorenzo ruota intorno all’associazione Santa Chiara di Don Enzo che raccoglie le necessità dei palermitani e degli immigrati poveri attraverso diverse attività di sostegno. Un omaggio alle realtà associative che dal basso sostengono la buona accoglienza.

Infine, piccolo gioiello della rassegna è il racconto intimo e al contempo profondamente universale di Zaza Kurd [nella foto] di Simone Amendola. Il film mostra, attraverso il racconto personale e i filmati dei familiari, il ritorno a Bigol, nel Kurdistan turco, di Zaza (così chiamato perché proveniente dalla minoranza curda degli zaza), rifugiato politico in Italia dal 1999. Nel breve tempo concesso alla narrazione (il film è la versione ridotta e provvisoria di un documentario), il dolore dell’esilio e di milioni di esuli attraversa lo schermo per raccontarci qualcosa che va al di là delle immagini televisive, dei resoconti mediatici, delle parole abusate. Lo straziante ritorno dell’esule ci riconduce alla dimensione interiore dell’esilio, quella fatta di intimità e affetti, che abbiamo imparato a rimuovere negli ultimi anni.

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