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Venezia 73: Arrival

di Denis Villeneuve

Incontri ravvicinati con noi stessi

Dodici oggetti volanti non identificati simili a grossi semi neri appaiono in diversi punti del pianeta. Restano tutti sospesi a pochi metri da terra in località che sembrano scelte a caso. Tutto il mondo si interroga su quali siano le intenzioni dei visitatori. Si tratta di un’invasione o di una visita di cortesia? Ogni stato coinvolto si attrezza con i propri esperti per dare delle risposte. Negli Stati Uniti il colonnello Weber (Forest Whitaker) rintraccia la linguista di fama mondiale Luise Banks (Amy Adams) e la recluta per decifrare i suoni emessi dalle creature aliene con lo scopo di chiedere ai visitatori con quali intenzioni sono arrivati sulla terra.
Questa in breve la sinossi di Arrival, presentato in concorso a Venezia e in uscita nelle sale italiane il prossimo 24 novembre.

Il film di Denis Villeneuve si inserisce in un fortunato gusto contemporaneo per una fantascienza colta, riluttante ad offrirsi solo come giocattolone ipercinetico, infantile e roboante, anche se il nuovo Indipendence Day dimostra che la regressione è dietro l’angolo. Arrival è un film per il grande pubblico e non tradisce lo spettatore avido di colpi di scena ed effetti visivi. Ma lo spettacolo hollywoodiano si sposa con l’ambizione di sollevare questioni profonde, addirittura esistenziali. L’eroe non è un guerriero o un valoroso esploratore, ma una donna che ha come unico asso nella manica la propria intelligenza e la propria preparazione enciclopedica.

Il ritmo del film è tutt’altro che concitato. Villeneuve si dimostra un maestro della suspence e riesce a dilatare i tempi delle scene mantenendo l’attenzione alle stelle. Merito anche delle performance impeccabili degli attori protagonisti, ma l’efficacia degli incontri ravvicinati è anche sostenuta dall’attento lavoro di sonorizzazione degli ambienti alieni: trame sonore, rumori, sibili, vibrazioni in basse frequenze che immergono lo spettatore in un mondo parallelo credibile e inquietante.

Partendo da un racconto dello scrittore contemporaneo Ted Chiang, lo sceneggiatore Heric Heisserer riesce a tessere una narrazione raffinata e complessa attorno all’incidente scatenante più inflazionato del cinema fantascientifico: lo sbarco alieno. La vicenda della traduzione dall’alieno all’inglese ci porta ad affacci sempre più strutturati nel passato della protagonista, e presto ci scopriamo interessati più alla vita privata di Louise che non al futuro della razza umana. Le sue intuizioni sulla struttura del linguaggio alieno spingono Louise ad a un cambiamento talmente radicale da cambiare la sua intera visione del mondo.

In una scena del film, Louise richiama alla memoria il problema della comprensione tra gli aborigeni e gli inglesi appena sbarcati in Australia e con questo parallelismo ci invita ad una visione meno ingenua della situazione. In fondo una volta gli alieni eravamo noi europei, quando con le nostre navi e le nostre armi siamo sbarcati in terre inesplorate, ma abitate da tempi immemori. Ed ecco che l’allerta dei reparti militari, che spingono per le maniere forti nel timore dell’invasione, rivela la buona memoria (e cattiva coscienza) dei popoli anglosassoni e del loro colonialismo sanguinario.

L’altro è sempre lo sconosciuto, l’enigma, l’indecifrabile. L’altro è la cartina di tornasole che rivela le nostre paure, le nostre speranze, i nostri talenti e le nostre bassezze. L’altro è il baratro che ci spinge a costruire parapetti di parole e di concetti. I linguaggi sono gli unici ponti con cui attenuare i brividi della vertigine. Ma il vuoto resta incolmabile, e quando l’unica alternativa è la guerra, allora vale la pena attraversare quel ponte e fare un passo avanti. Ecco cosa significa imparare un’altra lingua per la nostra protagonista.

Se la struttura del linguaggio è indissociabile da quella del pensiero, pensare in una nuova lingua vuol dire subire uno slittamento profondo anche nella propria identità. E alla fine del viaggio non saremo nemmeno più noi stessi. È questa la grande lezione che il film ci regala senza tedio accademico, ma attraverso grandi emozioni e momenti di alta tensione.
Come dobbiamo entrare in contatto con chi non conosciamo e magari temiamo? Questa domanda da un milione di dollari è il motore vivo che regala a questo film il merito di aver intercettato il tema più controverso e urgente della nostra epoca per presentarlo con eleganza e un generoso talento visionario.

Riccardo Centola | 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsArrival
Regia: Denis Villeneuve; sceneggiatura: Eric Heisserer, dal racconto Story of Your Life di Ted Chiang; fotografia: Bradford Young; montaggio: Joe Walker; musiche: Jóhann Jóhannsson; scenografia: Patrice Vermette; interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Mark O’Brien, Tzi Ma, Nathaly Thibault; origine: Usa, 2016; produzione: FilmNation Entertainment, 21 Laps Entertainment, Lava Bear Films; distribuzione italiana: Paramount Pictures; durata: 116’.

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