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Sbarchi, pugni e raffiche di mitra: le nuove fiction Rai

di Leonardo De Franceschi

Alle porte la nuova stagione delle serie italiane

Con la ripresa delle scuole, la stagione televisiva entra nel vivo e i palinsesti cominciano a riempirsi delle nuove serie, annunciate nei mesi scorsi. In questa sede, e con le informazioni ancora incomplete diramate dagli uffici stampa delle emittenti, risulta difficile articolare discorsi di grande complessità sulle possibili ricadute che potranno avere le nuove fiction sull’immaginario italiano legato alla nerezza, anche se le sinossi circolanti offrono già sufficienti spunti di riflessione; qualcosa in più possiamo dire sulle scelte di casting e quindi più in generale sui ruoli appannaggio di interpreti afrodiscendenti. Sul versante delle narrazioni, in linea con l’ultima stagione, si continua a registrare la tendenza a una maggiore visibilità per storie e personaggi che insistono su immigrazione – specie dall’Africa – e multiculturalità, ma il punto di vista dominante rimane sempre quello degli eroici protagonisti “italiani brava gente”, generosi e disinteressati. Sul versante dei modi di produzione, quindi, questa relativa maggiore centralità sul piano del discorso stenta a tradursi nella tessitura di personaggi complessi, a tutto tondo, e quindi in una crescita reale di possibilità per attori e attrici afrodiscendenti, tanto più che diversi ruoli finiscono per essere affidati a interpreti francesi di nascita o d’adozione, anche quando nessuna ragione industriale sembra giustificare tale scelta.

Come sottolinea Anna Meli nel Dossier Statistico Immigrazione 2015, «in Italia esiste […] una percentuale di pubblico rilevante che guarda in media 1 ora al giorno di tv, predilige programmi informativi e solo dal 2013 è entrato a far parte del campione di rilevazione dell’Auditel […]: si tratta degli immigrati». Se consideriamo le produzioni seriali targate Rai Fiction, dobbiamo dare atto all’azienda pubblica, sotto la direzione di Eleonora Andreatta, che c’è un certo sforzo di diversificare l’offerta di contenuti, non solo sul piano dei format e delle piattaforme, ma anche dei generi e dei temi, con una maggiore attenzione per le tematiche della diversità. Allo stesso tempo, Rai Fiction e le varie società affidatarie delle nuove fiction (Cattleya, Fabula Pictures, Red Film, Cross Productions, Picomedia, ecc.) stentano ancora ad investire con coerenza ed efficacia nel recupero di ampie nicchie di pubblico, legate a migranti e seconde generazioni, finora largamente sottorappresentate sul piano dei plot e sottovalorizzate su quello dei quadri creativi e delle maestranze.

Prova ne sia anche l’impostazione che caratterizza sulla carta la miniserie in due puntate Lampedusa – Dall’orizzonte in poi (Fabula Pictures). Programmata in prima serata alle 21.15 su Rai 1, martedì 20 e mercoledì 21 settembre, la fiction è stata scritta da Andrea Purgatori e Laura Ippoliti. Claudio Amendola vi interpreta il ruolo del maresciallo Serra della Guardia Costiera che, nell’estate 2010, si ritrova distaccato da Roma a Lampedusa e si trova a dover fronteggiare l’arrivo di migliaia di profughi dal Nordafrica, con il solo aiuto di alcuni pescatori dell’isola e di Viola (Carolina Crescentini), responsabile del centro di prima accoglienza. Il progetto nasce in origine da un’idea del popolare attore romano, colpito da un salvataggio miracoloso di oltre seicento migranti occorso in mare nel 2008, ma nello sviluppo della preparazione, l’evento originario è rimasto un semplice spunto. A giudicare dall’accurato dossier diffuso dalla Rai, a dare corpo e voce all’esperienza drammatica dei migranti in arrivo dalle coste libiche è soprattutto un bambino egiziano nero (Dhaki), interpretato da Venji Liam Servina, scelto fra oltre trecento in una scuola alla periferia di Roma. Buon per noi che fra gli altri tre ruoli nel cast ufficiale, almeno uno – quello del palestinese Nemer – è coperto da Ahmed Hafiene, attore tunisino naturalizzato italiano, da anni alla ricerca di ruoli all’altezza delle sue doti. Per gli altri due sono stati invece scritturati due interpreti francesi, Nina Gary (Fatima, madre di Dhaki) e Farid Elouardi (lo scafista Adid), per la prima volta in Italia e con alle spalle solo ruoli minori in film e serie tv transalpine.

Caratteristiche simili, sia per format (miniserie in due parti) che per collocazione di rete e fascia (prime time, Rai 1) e per concept, avrà Chiedilo al mare (Picomedia), per la regia di Alessandro Angelini, scritta da Giuseppe Fiorello con Alessandro Pondi, Paolo Logli e Salvatore Basile. Liberamente tratta dal libro di Giovanni Maria Bellu, la fiction narra del “naufragio fantasma” avvenuto nel Natale 1996 in cui morirono trecento migranti in acque siciliane. Le informazioni in nostro possesso sono ancora più scarne, ma anche qui e forse in maniera ancora più marcata, tutto lascia immaginare che i migranti saranno una presenza perlopiù indefinita, astratta, o al massimo declinata rigorosamente al plurale, mentre a disputarsi la scena saranno verosimilmente Fiorello, nei panni del pescatore Saro, e Giuseppe Battiston, entrambi ben noti al pubblico televisivo.

Di diversa matrice gli inneschi di personaggi e interpreti afrodiscendenti in due fiction d’azione molto attese. Rocco Schiavone (Cross Productions), serie in 6 puntate ispirata alla fortunata saga poliziesca ideata da Antonio Manzini, sceneggiata dallo stesso insieme a Maurizio Careddu e diretta da Michele Soavi per Rai 2, vede protagonista l’omonima figura del ruvido vicequestore romano, trasferito per motivi disciplinari ad Aosta, interpretata da Marco Giallini. Accanto a lui un cast formato da diverse presenze di spicco del cinema e della televisione, da Isabella Ragonese e Giorgia Wurth. Dovremo aspettare novembre per sapere quale ruolo di puntata avrà Miloud Mourad Benamara, lanciato da Alessandro Siani in Si aspettano miracoli e di recente assurto a una certa, meritata, notorietà dopo la sua partecipazione nel varietà Laura & Paola.
Assai simile per impianto la serie poliziesca in 6 puntate I bastardi di Pizzofalcone (Clemart), a sua volta tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni, scritta dallo stesso De Giovanni con Silvia Napolitano e Francesca Panzarella, e diretta per Rai 1 da Carlo Carlei. Al centro del plot un commissariato malfamato e in odore di chiusura, con base a Napoli, al quale sono stati destinati quattro poliziotti scomodi. Con Alessandro Gassman un altro cast ricco di nomi familiari (ancora Crescentini, Felice Imparato, Tosca D’Aquino, Massimiliano Gallo). Anche in questo caso sappiamo con certezza che fra gli interpreti di puntata è prevista la presenza di attori afrodiscendenti di varie generazioni, dal veterano Rufin Doh Zeyenouin (Quo vado?, Noi e la Giulia) all’esordiente Sonia Lo, passando per la cantante-interprete franco-senegalese Awa Ly, l’ex-Gieffino Samba Laobe Ndiaye e la romana Lorena Cesarini (Il professor Cenerentolo, Arance e martello), ma tutto lascia presumere che, visto l’impianto di genere e l’ambientazione, li vedremo verosimilmente nei panni di bulli o pupe della mala locale. Non resta che aspettare anche in questo caso l’autunno inoltrato.

Lecito nutrire maggiori aspettative da due altre produzioni, molto differenti stavolta. Il sogno di Rocco (Red Film) è un tv movie diretto ancora da Marco Pontecorvo – dopo Lampedusa – e scritto da Liliana Eritrei, Adriana Sabbatini, Salvatore Basile, Nicola Lusuardi con la collaborazione di Marco Pontecorvo, dal romanzo The Dancer. Storia d’amore e di pugni in 12 round, ad opera delle stesse Eritrei e Sabbatini. Protagonista della vicenda è Rocco, ex-pugile frustrato che gestisce una piccola palestra di pugilato a Ostia e si imbatte per caso in un ragazzo senegalese, Ben Mbasa, che ha un talento naturale per la boxe. Rocco convince Ben ad allenarsi nella sua palestra e diventa per lui un punto di riferimento mentre il ragazzo riaccende in Rocco la voglia di vivere. Dal plot, sembra di desumere uno slittamento di punto di vista rispetto al romanzo, da Ben a Rocco, ma avremo modo di tornarci. Peccato che, per quello che si prospetta essere uno dei ruoli più interessanti della stagione appannaggio di interpreti afrodiscendenti, la produzione abbia deciso di affidarsi ancora a un interprete transalpino, il 30enne franco-camerunese Yann Gael, noto per aver interpretato sulle scene il clown Chocolat, nel ruolo che poi sarebbe stato di Omar Sy in Mister Chocolat. L’unica consolazione risiede nel fatto che qui, come anche nel caso dei due interpreti di Lampedusa o dell’Adel Bencherif di Anna & Yusef (Cinzia TH Torrini, 2015), ci troviamo davanti ad attori di solida formazione professionale, e non “presi dalla strada”.
L’altra serie su cui possiamo nutrire ragionevoli attese è il family drama Tutto può succedere (Cattleya), remake italiano di Parenthood giunto alla seconda stagione: nella saga dei Ferraro, centrata sul racconto delle relazioni e sul confronto tra le generazioni davanti agli incidenti della vita, uno spazio di qualche rilievo si è andato conquistando Feven (interpretata da Esther Elisha, anche lei con pedigree teatrale), violinista di talento e compagna per caso dell’ultimo dei Ferraro, lo scapestrato Carlo (Alessandro Tiberi). La seconda stagione vedrà evolvere il loro ménage, che ruota intorno al piccolo Robel (Sean Ghedion Nolasco), della cui esistenza Carlo è venuto a conoscenza solo a cinque anni dalla nascita. Il tutto aspettando la seconda stagione dell’altro family drama per Rai 1 con un’eroina 2G, quell’È arrivata la felicità scritto da Ivan Cotroneo che ha lanciato l’esordiente Tezeta Abraham ed è attualmente ancora in fase di sceneggiatura.

Se lasciamo solo le ultime righe di questo articolo alle altre emittenti è solo per sottolineare il loro assoluto disinteresse a investire nella messa in cantiere di fiction italiane di qualche rilievo sul piano della diversità e dell’inclusione. Il risultato fallimentare, sul piano degli ascolti e non solo, dell’esperimento Tutti insieme all’improvviso, di cui ha fatto le spese la brava Félicité Mbezele, ha spinto la dirigenza di Mediaset ad astenersi da ogni nuova proposta. Non stupirà allora l’assenza dal cast artistico ufficiale della miniserie in otto puntate Rimbocchiamoci le maniche (Endemol), diretta da Stefano Reali, di due interpreti già citati in precedenza, Rufin Doh Zeyenouin e Samba Laobe Ndiaye, scritturati verosimilmente in ruoli di puntata poco significativi. Quanto a Sky e a Netflix il paradiso può attendere: nonostante la presenza in palinsesto di serie amatissime anche dal pubblico black come Scandal, Empire e Orange is the New Black, nella testa dei programmatori non è ancora scattata l’idea di provare ad ampliare il bacino di utenza puntando sulla nicchia di audience sottorappresentata di migranti e seconde generazioni. Non è mai troppo tardi.

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