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Lampedusa - Dall'orizzonte in poi

di Marco Pontecorvo

A vedere coi tuoi occhi

Ha aperto idealmente la stagione delle fiction, questa Lampedusa – Dall’orizzonte in poi (Rai Fiction/Fabula Pictures), miniserie in due puntate diretta da Marco Pontecorvo, pronta da mesi e annunciata in un primo momento per maggio. Andata in onda martedì 20 e mercoledì 21 settembre in prima serata, come due produzioni dal format analogo dello scorso anno, Anna & Yusef – Un amore senza confini e Le nozze di Laura, la fiction ripropone drammaticamente tutti i limiti (politici, culturali, di linguaggio) in cui incappa la serialità italiana quando si confronta con le tematiche dell’immigrazione e della convivenza.

Il fallimento, facilmente prevedibile, di Lampedusa, è il prodotto di una catena di responsabilità che coinvolgono solo in ultima istanza il regista Pontecorvo, il quale non firma nemmeno la sceneggiatura, scritta da Andrea Purgatori con Laura Ippoliti. Siamo davanti ad un’impasse industriale, di formula: viene da pensare che, poste determinate opzioni irrinunciabili di plot e sceneggiatura – il punto di vista appannaggio pressoché esclusivo di personaggi italiani-doc, l’asimmetria sistematica fra italiani individualizzati e migranti ridotti a cliché, l’adozione dell’italiano per il 99% dei dialoghi – i risultati non possano che essere disastrosi sul piano dei modi di rappresentazione. L’unica buona notizia è che Lampedusa è stata un flop anche sul versante degli ascolti, malgrado Rai 1 abbia portato a casa entrambe le serate: se la prima parte ha tenuto davanti agli schermi 4.169.000 spettatori (17% di share), la seconda se n’è persa per strada più di uno su cinque, totalizzando solo 3.298.000 spettatori (13,4%). Mi correggo, ce n’è una seconda: almeno hanno avuto il buon gusto di non programmarlo il 3 ottobre, quando ricorrerà il terzo anniversario della strage di Lampedusa costata la vita a 366 migranti, perlopiù eritrei - come, si vedrà, Nadira e Badu nella finzione, ma sembra un’informazione buttata lì.

Veniamo all’intreccio, posto che la vicenda si svolge nell’estate 2010. Il maresciallo Serra della Guardia Costiera (Claudio Amendola), abile comandante di unità ma restio al rispetto delle gerarchie militari, viene trasferito a Lampedusa apparentemente per ragioni disciplinari e si trova a gestire subito l’ennesima situazione di crisi legata all’arrivo di migranti irregolari dalla Libia. Alla sua prima uscita, l’unità comandata da Serra soccorre un barcone di disperati in avaria, fra i quali il militare rimane colpito da un bambino egiziano non accompagnato, Dhaki (Venji Liam Alessandro Servina), che pare molto legato a un uomo palestinese, Nemer (Ahmed Hafiene). Il Centro di Prima Accoglienza dell’isola, diretto dall’energica Viola (Carolina Crescentini) prende in carico senza sosta naufraghi raccolti nelle motovedette ma, nonostante le proteste del sindaco Giordano (Rosario Lisma) nei confronti del prefetto, gli ospiti sono obbligati a stazionarvi per mesi, nella vana attesa di conoscere la loro sorte. Nell’isola, inoltre, malgrado le prediche di Don Bruno (Marcello Mazzarella), la popolazione comincia ad ascoltare la voce critica di Santoni (Ninni Bruschetta), un albergatore che vede nell’arrivo dei migranti la causa del calo del turismo.

Dhaki si allontana a più riprese, non visto, dal Centro, nel tentativo di tornare in Libia per ricongiungersi con la madre Fatima (Nina Gary) e con la sorellina Sana (Sylvia Savy), da cui è stato separato al momento della partenza. Serra e Viola lo prendono sotto la loro ala ma la situazione al Centro peggiora rapidamente, man mano che continuano gli sbarchi. Nemer, un pacifico ex-insegnante, insieme ad alcuni organizza uno sciopero della fame, ma altri minacciano di far scoppiare disordini. La necessità di far fronte all’emergenza del Centro fa avvicinare Serra e Viola, ma se lei ha alle spalle una delusione sentimentale, a sua volta separato, lui viene da una perdita familiare che lo ha segnato nel profondo. Insieme saranno testimoni di nuovi arrivi ma anche di tragici naufragi. Serra soccorre una giovane eritrea incinta, Nadira (Martina Sammarco), che fa parte dello stesso gruppo in cui si trovava la famiglia di Dhaki e il cui marito Badu (Simon Makonnen) è stato ucciso dai trafficanti. Compiendo in totale autonomia una rischiosa operazione di salvataggio, Serra riesce a tirare dai guai il pescatore Basile (Fabrizio Ferracane), finito in acque territoriali libiche, ma viene sospeso per insubordinazione dal suo superiore, il Tenente Ragusa (Peppino Mazzotta). Tuttavia, una drammatica notte di tempesta, in cui diversi barconi contemporaneamente vengono avvistati al largo vedrà alla prova tutte le unità della Guardia Costiera e gli stessi pescatori e isolani, costretti a dare il meglio di sé per salvare il massimo di vite.

Annunciata nel giugno del 2015, in contemporanea con l’inizio delle riprese, svoltesi perlopiù sull’isola, a Civitavecchia, e poco fuori Roma, Lampedusa è stato un progetto fortemente voluto dal protagonista Claudio Amendola, colpito dal racconto di un ufficiale che in una notte di tempesta del 2008 riuscì a trarre in salvo a Mazara del Vallo più di seicento persone su cinque pescherecci con a bordo anche il personale della Guardia Costiera. Nel prosieguo della preparazione, come ha spiegato lo stesso Pontecorvo nelle sue note di regia, l’intreccio ha finito per allontanarsi della ricostruzione storica, pur conservando un’ambientazione nel passato per la «volontà di aderire alla realtà» e «raccontare la storia con una distanza retrospettiva».

Peccato, com’è stato notato fra gli altri da Nora Moll in un intervento sul suo profilo Facebook, che nell’estate 2010 al governo c’erano Berlusconi e all’Interno Maroni, responsabili già nel 2009 dell’avvio di una criminale politica di respingimenti collettivi verso la Libia perfino di minori non accompagnati, risoltasi con la morte in mare di oltre 2.200 persone (dati Fortress Europe) fra il 2009 e 2011 e una condanna per l’Italia da parte della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo nel febbraio 2012. Un film importante di Stefano Liberti e Andrea Segre (Mare chiuso, 2012) ha documentato gli effetti devastanti di questa politica partendo dalla viva voce delle sue vittime, ospiti in un campo profughi dell’UNHCR a Shousha, in Tunisia. Se lo scopo principale della fiction, come pare, voleva essere esaltare l’operato, senz’altro inestimabile, della Guardia Costiera e più in generale della marina italiana nello sforzo di salvare il massimo di vite in mare, l’unica scelta di senso compiuto sarebbe stata datare l’azione fra l’ottobre 2013 e l’ottobre 2014, quando si mise in atto la missione Mare Nostrum. Ma non a caso non lo si è fatto.

Del resto, l’infelice datazione della vicenda è solo la spia di un atteggiamento complessivo di superficialità, sufficienza e pressappochismo con cui gli sceneggiatori prima, con la complicità della produzione, e il regista poi, hanno condotto la preparazione e la lavorazione di questa miniserie, nel rispetto rigoroso, beninteso, di una serie di convenzioni, che hanno caratterizzato la narrazione mainstream della migrazione irregolare dall’Africa nella fiction italiana ma anche in larga parte delle produzioni per il grande schermo. Le abbiamo più su velocemente evocate. Anzitutto l’adozione di un punto di vista rigorosamente italiano-doc: qui a fare da ancoraggio è ovviamente Serra, che per giunta si autoracconta con una voce narrante stucchevole e superflua. Diversamente da quanto era accaduto nello straordinario, e colpevolmente mai distribuito nelle sale Mediterranea (Jonas Carpignano, 2015), che ha per protagonista un giovane burkinabè, il middle passage nel Mediterraneo continua ad essere raccontato nella prospettiva di italiani, magari di Lampedusa, che si tratti di una famiglia di pescatori (Terraferma, Emanuele Crialese, 2011) o di un bambino chiuso nel suo mondo e del suo medico curante (Fuocoammare, Gianfranco Rosi, 2016).

Di rado l’opzione del punto di vista di un soggetto espressione della società di accoglienza rimane senza effetti sul grado di complessità dei personaggi di migranti, e anche in questo caso purtroppo, la storia di questi oltre venticinque anni di cinema e fiction italiana sull’immigrazione lo conferma ampiamente. Privilegiare inoltre, nella presentazione dell’istanza migrante, la voce e lo sguardo di un bambino egiziano di dieci anni, del quale a malapena si sa che ha una madre, una sorellina, e che ha imparato l’italiano da un cuoco napoletano (!) è funzionale solo ad alimentare una retorica dei buoni sentimenti da melodramma anni Cinquanta. Lo stesso personaggio di Nemer, affidato pure a uno dei raffinati interpreti afrodiscendenti attivi in Italia, Ahmed Hafiene (La giusta distanza, La straniera), risulta come ingabbiato in una legenda da “eroe positivo” in sedicesimo che non può non ricordare gli “ascari fedeli” di retaggio coloniale, o se si vuole, quella analoga degli “indiani buoni” contrapposta a quelli ribelli all’autorità dell’amministratore o dello sceriffo di turno, qui raffigurati odiosamente dal marocchino Marouane Zotti, nei panni di un ospite “maghrebino” del centro (altro cliché), sempre pronto ad approfittare di ogni pretesto per accendere gli animi degli altri reclusi. E vogliamo parlare dello “scafista” Adid (Farid Elouardi), sacrificato sull’altare di una retorica tossica e bipartisan che vuole scaricare sulle colpe dei trafficanti le responsabilità di una politica europea proibizionista genocidaria, che questo traffico ha istituito, normato e verificato per decenni, alimentando un intero comparto di gestori dell’emergenza, al di qua e al di là delle leggi?

In ultimo, la scelta di un monolinguismo che lascia spazio solo a lievi inflessioni dialettali – quella romana di Serra, quella siciliana degli isolani, quella napoletana di Cannavacciuolo – produce, come già nella miniserie Anna & Yusef, l’assurdità grottesca di situazioni in cui i migranti stessi si trovano a slittare dall’italiano all’arabo senza nessun motivo plausibile, oppure a parlare fra loro stessi in italiano. Di recente, alla presentazione di un coinvolgente spettacolo-rito prodotto dal collettivo catanese Isola Quassùd, Life Is Beautiful, Andrea Segre ha ricordato che fu costretto a ripresentare tre volte al MiBACT una domanda di finanziamento per il suo film d’esordio Io sono Li, in risposta a una commissione che gli contestava un utilizzo “eccessivo” della lingua cinese. Anche il DDL 2287 sul cinema e l’audiovisivo in discussione in queste settimane al Senato, prevede all’art. 5 del testo uscito dalla commissione cultura che uno dei criteri dirimenti per il riconoscimento della «nazionalità italiana dell’opera» sia la «ripresa sonora diretta integralmente o principalmente in lingua italiana o in dialetti italiani», anche se nelle zone in cui risiedono minoranze linguistiche storiche (il riferimento è a quelle protette dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482), queste lingue vengono equiparate all’italiano. Possibile che il legislatore non si renda conto del carattere totalmente anacronistico, oltre che discriminatorio, di questa e altre norme miranti a promuovere un’Italia monolingue e monoculturale che non esiste più almeno dalla fine degli anni Ottanta e, a ben vedere, non è mai esistita, nonostante gli auspici di Massimo D’Azeglio?

Francamente non vorrei spendere troppe considerazioni sulla confezione formale della miniserie. Che Pontecorvo sia un brillante direttore della fotografia lo sapevamo già. Si esce da Lampedusa con la spiacevolissima impressione che abbia sopravvalutato le proprie capacità registiche di metteur en scene, immaginando di potersi giocare le sue carte direttamente sul set, senza nemmeno sporcarsi le mani sulla sceneggiatura. Il risultato è un tour de force più che discutibile nell’ottica di un’etica dell’impaginazione audiovisiva, specie nelle riprese dei salvataggi, con sfoggio di riprese in drone e dall’elicottero stile Commissario Montalbano, inquadrature a pelo d’acqua, tramonti marini ipersaturi, totali “africani” dalle dominanti terrose. Il parossismo viene raggiunto con alcune inquadrature subacquee che esasperano il partito preso estetico di Crialese, riducendolo ad effetto speciale: viene da chiedersi se dopo pescatori, bambini, dottori e guardiacoste, pur di non dare lo sguardo ai migranti, per la prossima storia di middle passage nel Mediterraneo, si cominci a valutare seriamente anche l’ottica di Nemo o Dory.

Ma c’è un altro aspetto che ritengo davvero agghiacciante nella ratio che sembra aver governato la confezione di questa miniserie. Non solo si dà per inteso che la maggior parte degli spettatori (e spettatrici) di Lampedusa negli ultimi dieci anni abbiano vissuto in un qualche eremo sperduto, senza aver mai sentito parlare di quello che succede quotidianamente in un tratto di mare, lo Stretto di Sicilia, trasformatosi in un vero e proprio cimitero. Si dà anche per pacifico, per quelli che invece hanno una qualche cognizione di causa benché del tutto distorta, essendo intossicati da decenni di cattiva informazione e pensiero unico contrario al riconoscimento di un diritto umano essenziale come quello di movimento, che queste stragi quotidiane accadono per un, sì doloroso, concorso di circostanze, il quale tuttavia appartiene all’ordine delle cose. Far dire nell’epilogo a Serra/Amendola che prima di giudicare bisogna venire a Lampedusa e vedere con i propri occhi, quando proprio l’ottica scelta nella costruzione complessiva della fiction è uno sguardo che tratta i migranti come fossero “solo” migranti e non avessero ciascuno o ciascuna un paese d’origine, una storia, una meta diversa da raggiungere e che non allude neppure in modo indiretto ai colossali interessi che si giocano ogni giorno sulla pelle di queste persone, equivale a dire, anche a chi volesse saperne di più, che in fondo non c’è niente da capire, che è tutto lì, che la realtà delle cose è autoevidente, che basta aprire gli occhi.

Consiglio invece, a chi volesse disintossicarsi e uscire dal tunnel autoconsolatorio e castrante alimentato da questa narrazione, di andarsi a rivedere anzitutto le opere di cinema del reale che in questi ultimi dieci anni hanno sollevato il velo sulle responsabilità dell’Europa, dando una voce ai protagonisti di questi terribili viaggi della speranza, da Come un uomo sulla terra di Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer a To Whom It May Concern di Zakaria Mohamed Ali. E agli autori e responsabili di questa ennesima operazione di attacco alle ragioni stesse del servizio pubblico suggerisco umilmente di andarsi a recuperare un piccolo film immortale, girato nel 1972 da un regista egiziano esule in Siria, Tawfiq Salah, Al-makdu’un (Gli ingannati) e tratto da un classico della letteratura palestinese, Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani. Al-makdu’un, che racconta la storia di tre palestinesi di diverse generazioni decisi ad emigrare ad ogni costo verso il ricco Kuwait, ci insegna, tra le varie cose, una verità elementare e questa sì autoevidente: se si vogliono far capire le ragioni di un migrante privato del diritto base di movimento bisogna raccontare la sua storia, vedere esattamente da dove viene e rendere evidenti i fattori che l’hanno spinto a un gesto così radicale, tanto da mettere a repentaglio la vita propria e spesso quella dei propri cari.

Non perché debbano imparare qualcosa per il futuro, autori e responsabili di cui sopra: hanno fatto onestamente già abbastanza danno. La televisione e il cinema italiano, e una fiction come Lampedusa ne è una dimostrazione lampante, hanno bisogno di una robusta iniezione di diversità. Non bastano temi importanti, e nemmeno sceneggiature ben calibrate, ci vogliono uomini e donne che la contemporaneità la vivono nelle strade del mondo e non nelle anticamere di un produttore.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsLampedusa. Dall’orizzonte in poi
Regia: Marco Pontecorvo; soggetto: Andrea Purgatori; sceneggiatura: Andrea Purgatori e Laura Ippoliti; fotografia: Vincenzo Carpineta; montaggio: Alessio Doglione; costumi: Alfonsina Lettieri; scenografia: Massimiliano Nocente; musica: Maurizio De Angelis; interpreti: Interpreti e personaggi: Claudio Amendola (Serra), Carolina Crescentini (Viola), Marta Gastini (Giulia), Gaetano Bruno (Valente), Venji Liam Alessandro Servina (Dakhi), Farid Elouardi (Adid), Peppino Mazzotta (Tenente Ragusa), Andrea Di Maria (Cannavacciuolo), Adolfo Margiotta (Fantone), Marcello Mazzarella (Don Bruno), Ahmed Hafiene (Nemer), Nina Gary (Fatima), Martina Sammarco (Nadira), Rosario Lisma (Sindaco Giordano), Vincenzo De Michele (Nardini), Massimo Wertmuller, Fabrizio Ferrarane (Basile), Paola Tiziana Cruciani, Ninni Bruschetta (Santoni), Sylvia Savy (Sana), Simon Makonnen (Badu), Marouane Zotti (maghrebino); origine: Italia, 2015; tipologia: miniserie, social drama; formato: HD, colore; durata: 91’ x 2; produzione: Nicola e Marco De Angelis per Fabula Pictures srl; minisito Rai Play: raiplay.it/programmi/lampedusa1

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