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RomaFF11. Moonlight

di Barry Jenkins

Danzare nella luce blu

Molto coraggiosa la scelta di Antonio Monda di aprire con un film come Moonlight, opera seconda di Barry Jenkins, dopo il sorprendente Medicine for Melancholy (2008), visto in Italia alla Mostra del cinema di Pesaro.
Presentato in anteprima mondiale a Telluride in settembre e a ruota a Toronto e al London Film Festival, Moonlight, ispirato allo short play Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, ha sedotto in modo pressoché unanime la critica internazionale. Basta andarsi a vedere gli indici di gradimento su motori di ricerca come Metacritic e Rotten Tomatoes. Ma, allo stesso tempo, questo coming of age di un ragazzino nero bullizzato, nei sobborghi di Miami, dall’infanzia all’età adulta, attraverso la scoperta dell’omosessualità, confermando la cifra squisitamente minore, intimista, da indipendente arthouse che guarda alla tradizione del cinema d’autore europeo, non aveva sulla carta molto per colpire critica e addetti ai lavori di casa nostra. Neanche un contratto di distribuzione. Giusto il nome di Brad Pitt sui credits, come referente della sua Plan B Entertainment, ma senza neanche un piccolo ruolo, come accadeva, viene da dire almeno, nel celebrato 12 anni schiavo di Steve McQueen.

Diviso classicamente in tre capitoli, che alludono ad altrettanti nomi con cui il protagonista si fa chiamare (Little, Chiron, Black – ma il primo e il terzo sono nomignoli), Moonlight è il diario intimo di un risveglio alla vita e alla sessualità, difficile come e più degli altri, quando si hanno 10 anni, si è povero, nero, gracile, e si vive nella periferia di un non luogo che si chiama, per ironia, Liberty City, Miami, con un padre mai conosciuto e una madre giovanissima, tossica e prostituta. Costretto a difendersi da solo nel mondo, Chiron/Little è un ragazzino taciturno che ha imparato bene soprattutto a scappare e a nascondersi, per evitare le botte dei compagni di scuola. È così che lo incontra un giorno Juan, un dealer afrocubano grande e grosso, che lo prende sotto la sua ala, insieme alla compagna Theresa, offrendogli un tetto quando le cose in casa diventano troppo pesanti, il che accade spesso e suscita il risentimento della madre Paula. L’unico appoggio a scuola è l’amico Kevin che, più che difenderlo, lo esorta a farlo da solo, dimostrando di non essere un debole.
Segnato da due profonde ellissi interne, Moonlight tallona il protagonista nel suo periodico fare i conti con se stesso, davanti ad altrettanti momenti di svolta in cui si trova a dover scegliere cosa fare della sua vita. Per temperamento, tende a rimandare e incassare. Alla fine saprà ribellarsi e fare sua la legge del più forte, si farà le spalle larghe in prigione, diventerà quello che la strada aveva da sempre in sorte per lui, una sorta di alter-ego, anche fisico, del suo patrigno Juan. Ma forse proprio il rapporto con Kevin, l’unico coetaneo con cui riesce a sciogliersi e mettersi a nudo fino in fondo, potrà salvarlo.

La piccola grande verità di Moonlight sta in fondo nel non essere affatto un trattato su adolescenza, nerezza e scoperta dell’omosessualità ma una sommessa microdrammaturgia che risolve sul piano della fenomenologia del quotidiano e del casting e direzione d’attori la sua scommessa di fondo. La regia di Jenkins sa essere elegante e anche complessa sul piano delle scelte di copertura, basti pensare al long shot d’apertura, che sembra presentarci lo spacciatore Juan come protagonista per poi scivolare ex abrupto nell’inseguimento di un gruppo di bulli in sedicesimo a Chiron/Little, che si salva chiudendosi in un appartamento abbandonato dove di solito vanno i tossici a farsi.
Con tutta evidenza, però, Jenkins non è interessato a imporre una griffe registica, preoccupandosi piuttosto di ottenere il massimo dai suoi splendidi attori, col costruire attorno a loro una rete di punti di sostegno – dalle location ai costumi, passando per il linguaggio – estremamente funzionale. Un’altra trappola evitata con attenzione è quella del naturalismo preformattato di certo cinema black di ambientazione urbana, che tende a schiacciare i personaggi a cliché, funzioni di un racconto e di un’idea di società che non lasciano scampo e riscatto, esaurendosi in un gioco spesso vuoto e al massimo ironico di rimandi intertestuali. Sul piano drammaturgico, colpisce il lavoro sull’ellissi, che lascia nelle pieghe dell’azione capitoli sulla carta di grande rilievo come l’episodio della morte di Juan e la permanenza in prigione da parte del protagonista, che lo trasforma da Chiron in Black.

A rappresentare plasticamente questa attenzione estrema di Jenkins a giocare sul filo dello stereotipo sociale e di genere, rovesciandolo nel senso della complessità, sta per esempio la costruzione del personaggio di Juan/Blu, il dealer afrocubano dal fisico scultoreo e quella ancora più insidiosa di Paula, giovanissima prostituta tossica che non riesce a proteggere il figlio dalle insidie della vita di periferia, costringendolo a crescere in fretta e a cercarsi una via a forza di errori e passaggi a vuoto: in entrambi i casi, l’umanità dei personaggi viene resa attraverso sia l’investimento sulla performance d’attore che sulla costruzione di una curva drammaturgica complessa, in grado di far emergere punti di tensione che esulano dalla chiusura risolta del film di genere.

La stessa delicatezza con cui Jenkins affronta il capitolo della scoperta della sessualità è un saggio di misura ed economia simbolica magistrali. Mi riferisco alle tre sequenze di confronto fisico fra Chiron e Kevin, in cui si compie l’itinerario di presa di consapevolezza, dal primo scontro in cui Kevin lo costringe, attaccandolo, ad alzare le difese; al secondo, in cui invece non riesce a sottrarsi al rituale dell’umiliazione pubblica commissionatogli dal leader della scuola, e non sa rispettare il ruolo di chi si arrende in fretta; fino all’incontro nel bar dove Kevin si è rifatto una vita da cuoco.
Ma penso anche al saggio di microdrammaturgia che è l’azione in cui il piccolo Chiron, nel primo segmento, interroga seccamente a cena Juan e Theresa su cosa significhi la parola faggot (frocio) e come si scopra o meno, di esserlo. Anche in questo caso, la forza di Jenkins nella messa a fuoco di questo itinerario di scoperta interiore, sta tutta nell’interrogare le ragioni intime di un percorso potenzialmente reversibile, incerto, risolto nella semplice ricerca della propria piccola, unica, verità individuale.
Oltre la prodigiosa direzione d’attori, straordinariamente efficace sia nei ruoli di contorno che nel trio di interpreti che si caricano sulle spalle il personaggio di Little/Chiron/Black, l’ultima notazione di merito riguarda lo score elegante firmato da Nicholas Brixtell, basato su una suite di temi malinconici e meditativi, pennellati da un colore musicale classico, sobrio ma estremamente efficace.

Moonlight si dà ad ogni suo spettatore (e spettatrice) come un’esperienza di guarigione, pur non avendo alcunché di consolatorio. Lo sguardo dolente di Jenkins bagna persone e cose di una luce - inevitabile tornare con la memoria al racconto di Juan su se stesso bambino come apparizione blu negli occhi di una vecchia cubana - che le sottrae al freddo dispiegarsi della cronaca sociale minuta, consegnandole a una dimensione lirica e universale profonda.

Leonardo De Franceschi | 11. Festa del Cinema di Roma

Cast & CreditsMoonlight
Regia: Barry Jenkins; sceneggiatura: Barry Jenkins, dall’opera In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney; fotografia: Jame Laxton; montaggio: Nat Sanders, Joi McMillon; musiche: Nicholas Britell; scenografia: Hanna Beachler; interpreti: Naomie Harris, Mahershala Ali, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Alex R. Hibbert, Jaden Piner, Ashton Sanders, Jharrel Jerome; origine: USA, 2016; produzione: Dede Gardner, Jeremy Kleiner e Adele Romanski per A24, Plan B Entertainment, Pastel Productions ; distribuzione internazionale: A24; formato: DCP, colore, 1:2.35; durata: 110’; sito ufficiale: moonlight-movie.com; Facebook: facebook.com/MoonlightMov

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