title_magazine

RomaFF11. 7 minuti

di Michele Placido

Basta un sì

Fra i papabili al concorso di Venezia, 7 minuti di Michele Placido è stato invece uno dei primi titoli annunciati per la selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma. Il film, che mette in scena il confronto in un acceso consiglio di fabbrica fra undici delegate circa una decisione che riguarda il destino delle trecento operaie dell’impianto tessile, in procinto di passare a una multinazionale francese, tocca temi purtroppo rimossi nel cinema contemporaneo italiano ma con tutta evidenza centrali nella vita reale e prende spunto da una vicenda di cronaca avvenuta nella cittadina francese di Yssingeaux nel 2012. A questa storia, usando il filtro del modello One Twelve Angry Men (La parola ai giurati) di Reginald Rose, si è ispirato Stefano Massini per il testo teatrale omonimo, portato in scena con successo da Alessandro Gassman nel 2014, con un cast di cui nel film ritroviamo solo Ottavia Piccolo (nel ruolo di Bianca, la portavoce veterana che col suo dubbio costringe le altre a riflettere) e la maliana d’origine Balkissa Maiga (in quello dell’operaia specializzata Kidane, il cui motto potrebbe essere “la paura vera”). Sceneggiato dallo stesso Placido insieme a Massini, il film costruisce attorno a queste undici donne una cornice narrativa più articolata e ad avvantaggiarsene è in qualche modo lo stesso personaggio di Kidane, che tuttavia non riesce del tutto ad emanciparsi dall’immaginario dominante del cinema italiano nei confronti dei migranti, e particolarmente degli africani.

Siamo in una cittadina costiera italiana non meglio identificata (il film è stato girato interamente a Latina), in un giorno prossimo alle festività di fine anno. È una giornata cruciale per i destini di una fabbrica tessile, la Varazzi, gestita con piglio familistico dal padrone (Michele Placido): la presidente del gruppo Rochette, che ha rilevato la proprietà, arriva in azienda per comunicare alla vecchia direzione e agli operai la strategia di gestione del personale, composto da circa trecento addette. Al termine di una surreale riunione al vertice, tutta sorrisi e salamelecchi, Bianca, portavoce del consiglio di fabbrica, si trova a dover comunicare alle altre dieci delegate le decisioni della nuova proprietà: posizioni e turni lavorativi rimangono intaccati, il che fa gridare di gioia le operaie dentro e fuori dall’impianto, purché le addette accettino di rinunciare ogni giorno a sette minuti sui quindici a disposizione per la pausa pranzo. Apparentemente si tratta di una richiesta minima, tanto che le delegate si accingono a liquidare la votazione in breve, come vorrebbe la ricca e algida Mme Rochette (Anne Consigny) ma Bianca, nonostante le incertezze da cui lei stessa è segnata, riesce a costringere a riflettere tutte sulle conseguenze imprevedibili del loro gesto.

Premetto di non aver visto lo spettacolo di Gassman, mentre ho letto il testo di Massini, pubblicato nel 2015 da Einaudi. Qui le undici delegate portano ancora nomi francesi, in omaggio all’episodio reale che ha dato spunto al dramma: di ognuna di loro, oltre all’età, è dato conoscere l’età, il reparto nel quale lavorano e una locuzione che le identifica, a partire dal ruolo (Bianca è portavoce delle altre), da un tratto fisico (Rachel è lunghe braccia tatuate), da un atteggiamento (per decidere ho tutto il tempo, la più piccola Sophie). Nell’adattamento scenico, Gassman ha dato ai personaggi nomi italiani, modificando alcune coordinate delle singole delegate, sulla base anche del cast: l’operaia iraniana Mahtab diventa per esempio la subsahariana Fatou. Nel processo di trasposizione cinematografica, Placido sceglie di rinunciare all’huis clos che caratterizzava il testo di Massini, tutto concentrato nel chiuso della stanza dove le delegate si trovano a decidere se accettare o meno la richiesta della nuova proprietà e di chiudere l’intreccio su un esito definito (soluzione a mio avviso consolatoria), mentre Massini lasciava il finale aperto.

Attraverso la sceneggiatura viene ritagliata una sottostoria più definita almeno per alcune delle delegate, specie nel prologo del film, come la portavoce Bianca, ma anche la veterana Ornella (Fiorella Mannoia), accanita fumatrice e madre di Isabella (Cristiana Capotondi), incinta al nono mese e fidanzata con un ragazzo bangladese, l’operaia Marianna (Violante Placido), diventata impiegata dopo l’incidente che l’ha costretta sulla sedia a rotelle, la napoletana Angela (Maria Nazionale), che vive con angoscia il dover tirare avanti una famiglia con quattro figli, la decisa Greta (Ambra Angiolini) che ha il corpo segnato da mille tatuaggi e indurito dalla palestra, l’albanese Hira (Clémence Poesy), che resiste in silenzio alle molestie del fratello del padrone, la piccola Alice (Erika D’Ambrosio), alle prese con vezzi e incertezze tipiche della sua età.

Maggior peso assume l’episodio della riunione fra i dirigenti, non lasciata shakesperianamente fuoricampo ma inscenata in modo da esplicitare il clima di insidiosa benevolenza che vecchia e nuova dirigenza negoziano con cura, fra politesse transalpina e folklore familistico italiano, presentando solo alla fine il conto alla taciturna Bianca, sotto forma di un pacchetto di lettere uguali indirizzate a lei e alle altre delegate. Significativa anche l’attenzione riservata a ciò che succede all’esterno della fabbrica, dove, all’annuncio trapelato subito dopo le prime mezze parole di Bianca alle altre, si scatena una colorita baraonda di festeggiamenti a base di pizzica, amplificata dalle emittenti televisive locali che rinviano indiscrezioni e umori del piazzale alla cittadinanza. Il riferimento al clima festivo natalizio, esplicitato da una nuova sequenza di montaggio nel pre-finale, è funzionale a rendere plasticamente evidente la sensazione di un sistema-paese che danza inconsapevole sull’orlo dell’abisso, come un Titanic diretto verso il suo iceberg.

Tornando all’evoluzione negoziata dei personaggi, colpisce il lavoro di ipercaratterizzazione naturalistica che Placido, verosimilmente in accordo con Massini, ha voluto costruire intorno in particolare a quattro personaggi: Marianna, Isabella, Angela e Hira. Lavorando a partire da un tratto per dare un carattere maggiormente riconoscibile ad almeno alcune di loro (la condizione di disabilità motoria forzata, lo stato di gravidanza avanzato, la ristrettezza economica dovuta al numero di figli, lo stress da molestie sessuali ripetute), Placido sembra voler al contempo delineare dei profili con cui ci si possa più agevolmente identificare, mettendo in campo con intelligenza un’idea segmentata e complessa di pubblico (e quindi di società italiana). Sul piano delle strategie di impaginazione audiovisiva, registrata la consueta attenzione ai primi e primissimi piani e l’uso costante di un editing morbido che crea efficaci connessioni fra padroni e operaie, interno ed esterno, le luci fredde e desaturate di Arnaldo Catinari mettono a nudo con impietoso nitore le esitazioni dei personaggi, mentre i temi fin troppo orecchiabili di Buonvino hanno l’effetto di allentare la tensione, stemperandola sovente in una medietà non voluta da fiction. Alcune infelici scelte di casting e una direzione attoriale altalenante compromettono la forza drammaturgica del testo, nonostante la buona prova di Piccolo, Poésy, Maiga, Cattaneo, D’Ambrosio e di una sorprendente Fiorella Mannoia.

Un discorso finale a parte andrebbe fatto per il personaggio di Kidane. Placido ne amplifica il profilo, consegnato nel testo originario praticamente all’unica battuta chiave in cui la donna si autoracconta, alludendo a un passato di fuga e a un presente di paura costante («Voi siete nate qua: per voi è tutto normale. […] laggiù ho lasciato un altro mondo, dove tutto sta per venirti addosso, da un momento all’altro […] La mia sensazione è che voi, qui, cominciate a conoscere la paura solo ora, dopo tanto tempo»). Proprio la paura la porta a diffidare, come e più delle altre, di Bianca, a pensare addirittura che il suo dubbio trasformatosi in ostinazione a votare no, anche sola contro tutte, sia frutto di un accordo a tavolino con la dirigenza, finalizzato a dare ai nuovi padroni un comodo alibi per prendere provvedimenti più severi, come la riduzione di personale.

Come anche Hira e Micaela, la cui non italianità d’origine è solo lasciata intendere dalla diversità d’accento, Kidane, è accomunata ad Angela dall’essere espressione di una italianità recente e precaria, o indiretta, per via della marcata inflessione napoletana. Come emergeva anche dalla pièce, attraverso una battuta, poi presa in carico dalla dura Greta, tutte loro, venendo da una situazione di sofferenza o indigenza oggettive, non possono negoziare accordi con la dirigenza, costrette come sono ad accettare tutto pur di mantenere il lavoro, il che mette le altre in una situazione di difficoltà. Se Kidane viene assimilata alle altre italiane connotate per le proprie origini, ferma restando la comune situazione di difficoltà di tutte e la consapevolezza della crisi che morde («la situazione è quella che è»), colpisce che Placido isoli in una sorta di bolla Kidane, associandola all’altra diversa-per-antonomasia, quella Marianna che un incidente sul lavoro ha ridotto sulla sedia a rotelle. Marianna è l’unica a solidarizzare con lei quando un litigio con Angela ne evidenzia antichi risentimenti colorati di venature razziste nei confronti di Kidane. Quando si trovano sole, Kidane spiega la propria condizione ricorrendo a un apologo che si vuole espressione di una cultura africana arcaica e millenaria: la paura nei confronti di un cielo percepito come un mare rovesciato, che potrebbe in ogni momento rovesciarsi su tutto e tutti. In questa narrazione, purtroppo, riecheggia la fastidiosa iterazione di un italiano sgrammaticato e infarcito di infiniti, che rinvia a un repertorio fin troppo familiare di narrazioni razzializzanti. L’interprete Balkissa Maiga riscatta con misura e presenza scenica le incertezze dialogiche del testo sceneggiatoriale, allorché per esempio nella tirata centrale sulla paura, come in altri passaggi, mette in campo un’inflessione romanesca perfettamente funzionale. Più in generale, spiace notare come in nessun momento, a parte un’allusione ripetuta al credo musulmano, amplificata da un rimando ai recenti attentati di Parigi, si faccia menzione alcuna del paese d’origine della donna, a ripetere una triste consuetudine alla generalizzazione che caratterizza l’idealtipo del migrante africano nella narrazione mainstream del cinema italiano.

Leonardo De Franceschi | 11. Festa del Cinema di Roma

Cast & Credits7 minuti
Regia: Michele Placido; sceneggiatura: Michele Placido e Stefano Massini, dal testo teatrale omonimo di Massini; fotografia: Arnaldo Catinari; montaggio: Consuelo Catucci; musiche: Paolo Buonvino; scenografia: Nino Formica; interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clemence Poesy, Sabine Timoteo, con Ottavia Piccolo e Anne Consigny, con la partecipazione di Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D’Ambrosio, Balkissa Maiga; origine: Italia, 2016; produzione: Federica Vincenti per Goldenart Production, Manny Films, Ventura Film; distribuzione: Koch Media; formato: DCP, colore; durata: 88’; Facebook: https://www.facebook.com/7MinutiIlFilm/?fref=ts.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
lunedì 21 maggio 2018

Cannes 71: premiato Spike Lee

Spike Lee, lanciato nel 1986 proprio dal Festival di Cannes con Lola Darling, si è aggiudicato (...)

mercoledì 18 aprile 2018

Cannes 71: DuVernay e Nin in giuria

Annunciata anche la Giuria ufficiale del prossimo Festival di Cannes (8-19 maggio), presieduta (...)

martedì 17 aprile 2018

Cannes 71: Mohamed Ben Attia alla Quinzaine

Il film tunisino Weldi (Mon cher enfant) di Mohamed Ben Attia sarà presentato in prima mondiale (...)

venerdì 13 aprile 2018

Cannes 71: per i 100 anni di Nelson Mandela

Nelson Mandela avrebbe compiuto 100 anni nel 2018. Tra le anticipazioni del programma del (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha