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TFF34. Molto indie, un po’ punk, poco black

di Leonardo De Franceschi

Appunti sul programma del 34° Torino Film Festival (18-26 novembre)

Al via da oggi la 34ª edizione del Torino Film Festival, con un cartellone dal taglio indie-punk, dedicato a David Bowie. La banda di selezionatori capitanata da Emanuela Martini sembra aver fatto un lavoro egregio nell’articolazione delle sezioni, il menù è di tutto rispetto sul piano quantitativo (158 lunghi più oltre 50 fra medi e corti, 43 anteprime mondiali, ecc.) e non solo. Certo è un po’ deprimente constatare come in un festival che per vocazione guarda al cinema del futuro e alle opere prime, la presenza di autori africani e diasporici sia ridotta al lumicino (Diab, Hmili e forse basta, salvo errore), a riprova di una difficoltà oggettiva delle cinematografie del continente e delle filiere black sparse in tutto il mondo: tanti, troppi talenti si muovono in regime di autopromozione e quindi rimangono sotto il radar di selezionatori anche validi. Più discutibile è l’assenza di cineasti afrodiscendenti nelle giurie. Ciò detto, cerchiamo di essere positivi e valorizzare quello che c’è.

In selezione ufficiale, nel concorso lungometraggi, segnaliamo Les Derniers parisiens (Paris Prestige) del duo esordiente franco-africano Mohamed “Hamè” Bourokba e Ekoué Labitey, noti nel panorama rap d’oltralpe come La Rumeur, anche se Bourokba vanta già una presenza a Cannes per un corto: il film racconta il rapporto problematico fra due fratelli, l’uno appena uscito di galera e l’altro proprietario di un bar a Pigalle. L’ex detenuto Nasser è Reda Kateb, visto nel recente I bei giorni di Aranjuez di Wenders.
In Festa mobile, la sezione dedicata al meglio dai festival che contano, ritroviamo il pluripremiato Eshtebak (Clash) di Mohamed Diab, huis clos al cardiopalma girato in una capitale cairota dilaniata dalla rivolta contro Morsi e due titoli interessanti dagli States. Free State of Jones di Gary Ross racconta un episodio poco noto della guerra civile americana, protagonista un contadino del Mississippi (Matthew McConaughey) che si mette a capo di braccianti e schiavi neri fuggiaschi, e vede nel cast la presenza di diversi interpreti di talento come Gugu Mbatha-Raw (Zona d’ombra) e Mahershala Ali (Hunger Games). Morris from America, premiato al Sundance per l’interpretazione di Craig Robinson è un coming-of-age che fa perno intorno a un tredicenne sovrappeso e con la passione per l’hip hop, che si ritrova a crescere ad Heidelberg insieme al padre.

Anche After Hours, vetrina del cinema più bizzarro ed estremo, ospita due titoli che suscitano curiosità. In Transfiguration di Michael O’Shea siamo dalle parti dell’horror, sulle tracce di un ragazzino black del Bronx che crede di essere un vampiro finché la sua vita cambia all’arrivo nel circondario di una ragazzina bianca. The Alchemist Cookbook di Joel Potrykus viene presentato come la storia di un alchimista nero (Ty Hickson, Gimme the Loot) che vive con il gatto Kaspar in una roulotte nei boschi, tentando di mettersi in contatto con il Maligno.
Segnaliamo nella sezione Onde, più aperta alle sperimentazioni narrative e visive, il mediometraggio tedesco Panke dell’argentino Alejo Franzetti, apologo di un viaggio fuori Berlino alla ricerca di un fratello perduto da padre di un ragazzo burkinabè, che secondo Massimo Causo fa dialogare Rossellini, Kramer e Straub. Altre atmosfere, fra il gotico europeo e l’asiatico per il lungo Daguerrotype di Kurosawa Kiyoshi, sul rapporto a tre che s’instaura fra un ex-fotografo di moda, la figlia modella e un nuovo assistente, interpretato da Tahar Rahim.
Detto della presenza nella vetrina del programma Torinofilmlab del tunisino Thala mon amour di Mehdi Hmili, dramma semi-autografico sulla rivoluzione del 2011 presentato da poco al Medfilm festival, spendiamo alcune considerazioni finali sul capitolo non fiction.

Nella sezione fuori concorso dei documentari merita interesse Wrong Elements di Jonathan Littel, che segue le vicende di quattro ragazzini che hanno in comune l’esperienza di essere stati bambini soldato nel terribile Esercito di Resistenza del Signore, attivo da trent’anni fra Uganda, Sudan e RDC. Nella sottosezione Love, curiosità per il portoghese Terceiro Andar di Luciana Fina, protagonisti un palazzo nel Bairro das Colónias a Lisbona e una madre e una figlia originarie della Guinea Bissau che dialogano a cavallo delle lingue e delle culture.
Nel concorso italiano, due titoli incrociano il continente con modalità diverse. Moo ya di Filippo Ticozzi, premiato in vari festival di categoria, è il ritratto di Opio, un uomo cieco che vive in un villaggio africano e sembra perso in un suo mondo interiore, finché un giorno decide improvvisamente di partire per un viaggio misterioso. Ancora più intrigante Ab urbe coacta di Mauro Ruvolo, in cui lo sguardo partecipato si posato su un romano di Torpignattara alle soglie della terza età, alle prese con un razzismo subito per antica consuetudine, che anche lui si avventura in un viaggio inatteso in Benin, dov’era stato con un dipendente qualche anno prima.
La coda è per la sezione corti, con TanjaTales uno short di produzione francese ma ambientazione tangerina: la storia, di resistenze, desideri, coraggio e destino, è quella di una giovane donna dall’identità nascosta. Dietro la cinepresa, il napoletano Gabriele Di Munzio, che torna a Torino dopo varie partecipazioni fra cui quella del 2009 con Riviera 91, premio speciale della giuria.

Buon festival. Chi scrive vi aspetta martedì 22 alle 16 a Palazzo Venturi per parlare del libro Autohystoria. Visioni postcoloniali del nuovo cinema filippino insieme all’autore Renato Loriga e ai critici Giampiero Raganelli e Grazia Paganelli, all’interno del cartellone parallelo di TFF OFF.

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