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Ab urbe coacta

di Mauro Ruvolo

Con gli occhi oltre le sbarre

Presentato al Torino Film Festival in concorso, nella sezione dedicata ai documentari italiani, Ab urbe coacta è il lungometraggio d’esordio del romano Mauro Ruvolo, artista indipendente attivo dai primi anni Novanta come producer musicale, operatore e montatore per Aprà, Sanguineti, Rea. Risultato del lavoro di quattro anni, a stretto contatto con il protagonista 65enne Mauro Bonanni, Ruvolo ci porta per mano dentro una romanità riconoscibile ma relativamente poco indagata, mettendo le tende nel quadrante fra Torpignattara, Certosa, Casilina e Alessandrino e facendoci sentire questa appartenenza come al contempo una sorta di carta d’identità geoculturale e una prigione, da cui fuggire verso l’Africa, come miraggio d’alterità irriducibile.

Nella prima parte del film, scivoliamo in punta di piedi nel microcosmo di Mauro Bonanni alias Barella, proprietario di uno storico sfasciacarrozze (“dal 1960”) non lontano dal parco Giordano Sangalli, un piazzalone recuperato alla collettività, noto per alcuni colorati murales che fanno da sfondo a diversi videoclip, di Amir Issaa e altri. Passiamo in rassegna brani da una vita quotidiana, che ruota intorno all’autodemolizioni di Barella e a un reticolo piuttosto ristretto e riconoscibile di location, in un quadrante di Roma Est che è passato nell’arco di un paio di decenni dall’essere presidio di un sottoproletariato storico, attivo perlopiù nel commercio e in piccole imprese artigiane, al ruolo di laboratorio di convivenza forzata con una corposa ed eterogenea componente di migranti, soprattutto dal subcontinente indiano e dal Nordafrica. Alcuni lavorano anche con Barella e lui, con la sua romanità ruvida e strafottente da patriarca, un po’ tiranno e un po’ benevolo, sta loro col fiato sul collo.

Come i suoi amici storici, Giacomino e Banana, e la cerchia di clienti e negozianti abituali, Barella vive con un certo disagio la trasformazione del suo quartiere: storie di guerra sulla Certosa, fra i poli di resistenza antifascista della capitale, convivono con osservazioni ostili sui migranti che sono ovunque, rimangono aperti fino a notte fonda, ti tagliano i capelli a cinque euro. Questo piccolo mondo a dominante rigorosamente maschile, popolato da amicizie decennali, alcuni con un passato di microcriminalità, viene cementato da un umorismo di strada che mescola battute contro “menomati”, musulmani che non mangiano la porchetta, e performa una virilità sempre esibita e pronta a trovare sfogo con la prostituta di turno. Barella vive una sorta di seconda vita, gestendo una piccola scuderia di piloti motobyke nel Campionato italiano Velocità, passione che gli è rimasta dopo anni di corse in proprio ma anche questa non sembra bastargli. La solitudine e la paura della morte mordono. E allora arriva l’Africa.

L’Africa fa capolino anzitutto da un album di fotografie, sotto forma di una bella ragazza nera su cui parte la solita bordata di battute da trivio. Ma Barella in Africa c’è stato davvero e anche più volte, per andare a trovare l’amico Blaise. Come Mustafà e altri operai migranti che sopportano pazientemente le angherie e le curiosità padronali, Blaise ha imparato quello che è riuscito a rubare con gli occhi, ha messo da parte un po’ di soldi e attrezzatura a Cuneo e insieme alla famiglia è tornato in Benin per ripartire fuori Cotonou con una piccola impresa. In uno dei suoi viaggi la videocamera di Ruvolo segue discreta il confronto dello zio con l’alterità e smonta senza infingimenti le aspettative dello spettatore benpensante: Barella in taxi si prende gioco dell’inconsapevole driver che non sa l’italiano, esibisce un muscolare “’sti cazzi” davanti a una statua lignea antica di seicento anni, sembra nascondere le proprie inadeguatezze dietro una tracotante maschera da italiano all’estero, secondo i canoni del cinepanettone.

Il cortocircuito arriva nell’ultimo blocco, in cui il montaggio segue un andamento più ellittico e irregolare, fra Roma e Cotonou, e un doppio sguardo entra attraverso Prigione, una poesia dalla straziante bellezza di Ndjock Ngana, camerunese di Roma-Prenestina i cui ricordi sono già diventati cinema grazie alla regia calda di Marco S. Puccioni (Il colore delle parole): Vivere una sola vita | in una sola città | in un solo Paese | in un solo universo | vivere in un solo mondo | è prigione. | Amare un solo amico, | un solo padre, | una sola madre, | una sola famiglia | amare una sola persona | è prigione. | Conoscere una sola lingua, | un solo lavoro, | un solo costume, | una sola civiltà| conoscere una sola logica | è prigione. | Avere un solo corpo, | un solo pensiero, | una sola conoscenza, | una sola essenza avere un solo essere | è prigione..
Rivisto alla luce di questi versi, Ab urbe coacta diventa un thriller da pedinamento dell’anima, un viaggio alla ricerca di un Rosebud che possa riaprire i giochi. Non farò spoiler, rivelando se e come questa ricerca si compie, certo la suspense è costruita ad arte fino all’ultimo secondo, certo si rimane con la certezza di aver grattato un pezzo di umanità ingombrante e con cui è difficile fare i conti.

Ruvolo approfitta della complicità di Bonanni, fratello della madre del regista, per costruire il monumento a una romanità sottoproletaria, ancora baldanzosa ma preda di una sorta di sindrome da accerchiamento, imprigionata nel suo piccolo mondo fatto di disvalori patriarcali, che solo i ricordi di un epos picaresco reinventato dal filtro della memoria e il presente senza tempo di una microteatralità tutta lazzi e sberleffi sanno riscattare. Purtroppo, viene da pensare, con uno sguardo postcoloniale alla nostra memoria dei rapporti con l’Africa, che razzismo e curiosità per l’altro hanno sempre convissuto senza troppi problemi nell’homo italicus, accanto alla consapevolezza presunta di una differenza irredimibile e confortante. Anche questa contraddizione, che si vuole agita nel protagonista, è in linea con un habitus culturale transclassista e ben più radicato di quello che sembra pensare Ruvolo, il quale, specie nella prima parte, ci fa scivolare nell’ethos di Barella anche sul piano acustico, sovrapponendo a immagini dal quotidiano degli operai migranti un tappeto musicale ansiogeno e inquietante e in una lunga intervista video (qui), inciampa un paio di volte nel termine “invasione” parlando delle trasformazioni in atto a Torpignattara, tradendo una volontà di straniamento irrisolta nei confronti di questo mondo imprigionato.

In Ab urbe coacta abbiamo la possibilità di toccare con mano, e qui sta la forza di documento socio-culturale e antropologico del film, questo microcosmo popolare chiuso e spaventato dalla contemporaneità, ma rimaniamo in fondo al di qua delle sbarre, a immaginare come potrebbe essere vivere facendo uno scatto culturale che probabilmente non si ha la forza né il coraggio di compiere. Proprio questa constatazione, compiuta con uno sguardo partecipativo, da insider/outsider, lo rende difficile a un riuso ideologico a senso unico, a una chiave di lettura confortante e pacificata.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAb urbe coacta
Regia, fotografia, montaggio e musiche: Mauro Ruvolo; con: Mauro Bonanni, Mohemd Saif, Giacomo Lainà, Michelangelo Rella, Blaise Atikpo Segbedji, Ripon Cazi, Maria Tili, Massimo Bonanni, Walter Porreca,Michele Zazza, Boro Stefanovic; origine: Italia, 2016; formato: HD, colore; produzione: Altre Storia, Screen Lab; durata: 75’.

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