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Sundance 2017. Lampi dalla scena black

di Leonardo De Franceschi

Note sul cartellone del Sundance Film Festival (19-29 gennaio 2017)

L’edizione del Sundance Film Festival che accompagnerà l’impensabile insediamento di Donald Trump come 45° presidente degli Stati Uniti presenta un programma che conferma l’interesse dei selezionatori per la componente black del cinema indipendente statunitense, mentre dal continente e dalle diaspore arrivano pochi segnali di vita. Qualcuno aveva forse immaginato maggiore prudenza, dopo che lo scorso anno The Birth of a Nation di Nate Parker con la sua accoglienza straordinaria aveva scatenato una vera e propria gara al rialzo fra i distributori. Com’è noto, a causa in parte di una controversia legata a un processo per stupro affrontato dal regista negli anni del college e forse anche per una certa stanchezza legata ai film ambientati nell’epoca schiavista, il kolossal epico sulla rivolta di Nat Turner ha al box office a malapena ripagato Fox Searchlight dall’acquisto per i diritti USA, costati la cifra iperbolica di 17.5 milioni di dollari. Ciononostante, il festival schiera in competizione tre titoli d’interesse per il pubblico nero e ben quattro nel concorso documentari.

Sulla carta ad avere maggiori chance di premi è Roxanne Roxanne, opera seconda del newyorchese black Michael Larnell, lanciato dal Sundance nel 2015 con l’esordio Cronies e prodotto fra gli altri da Forest Whitaker: la storia, ispirata a un fatto reale del 1984, è quella di una ragazzina nera del Queensbridge di NY che risponde al successo discografico di una hit con un rimontaggio rap aggressivo che dal nulla la rende popolarissima nel giro dell’hip hop. Non nuovo nella scena del cinema nero è anche Gerard McMurray, produttore di Prossima fermata Fruitvale Station, altro titolo lanciato dal Sundance: con Burning Sands, il regista racconta le tribolazioni di una giovane matricola nera che pur di essere accettato dalla fraternità nera del college, si sottomette a ogni sorta di umiliazioni finché la situazione non diventa insostenibile. D’interesse anche Crown Heights di Matt Ruskin che, iscrivendosi nel filone della malagiustizia a sfondo razziale, ripercorre le vicende di un clamoroso errore giudiziario, vittima nel 1980 Colin Warner, un giovane nero ingiustamente accusato di omicidio.

Nella sezione competitiva per i documentari nazionali, anche Strong Island prende le mosse da un tragico fatto di cronaca occorso nel 1992 in cui la vittima, fratello del regista Yance Ford, pur colpito a morte per motivi futili, finì per essere dipinto nel processo come aggressore; Ford, premiato con varie borse, è anche autore di sculture esposte al Rockfeller Center e al Guggenheim Museum di Bilbao. In linea con il movimento Black Lives Matter, Whose Streets? ricostruisce dall’interno la genesi della rivolta di piazza a Ferguson seguita all’omicidio dell’adolescente Michael Brown, per la regia della scrittrice e attivista newyorchese Sabaah Folayan, fra gli organizzatori della Millions March del 2014. Toni e temi molto diversi in Quest di Jonathan Olshefski: il film racconta con intimismo e vicinanza la vita di una famiglia nera di Philadelhia che vive raccolta in una casa-studio di registrazione. Si parla di musica o più propriamente di danza in Step, diretto dalla pluripremiata regista di Broadway Amanda Lipitz ma qui all’esordio, con un documentario che restituisce i riti di crescita in una scuola femminile che cerca di indirizzare le sue allieve verso l’iscrizione al college.

I titoli più attesi sono forse quelli presentati fuori concorso nelle due sezioni parallele Premieres. Penso a Mudbound, dramma epico della talentuosa Dee Rees, già messasi in mostra con l’esordio Pariah proprio a Salt City e poi con il biopic HBO Bessy: il film, tratto da un romanzo di Hillary Jordan, premiato col Dolby Family Sound Fellowship per il lavoro sul sonoro, racconta il confronto fra due famiglie nere del Sud, una di Memphis e una di campagna, all’indomani della seconda guerra mondiale. Facile profetizzare interesse anche per l’opera terza di Andrew Dosunmu, autore di due piccole perle del cinema diasporico come Restless City e Mother of George, dal talento figurativo folgorante: qui il regista, nigeriano espatriato negli States con un ricco background di video alle spalle, dirige un’insolita Michelle Pfeiffer nel ruolo di una donna sconvolta dalla morte della madre, che trova conforto in un altro lupo solitario (Kiefer Sutherland) in una New York cupissima. Intriga anche la commedia romantica The Incredible Jessica James di Jim Strouse, anche questa ambientata nella Grande Mela, protagonista un’aspirante commediografa interpretata dalla luminosa Jessica Williams.
Nella gemella sezione dedicata alla non-fiction, molte attese per l’ultima fatica del veterano Stanley Nelson (The Black Panthers: Vanguard of the Revolution) che in occasione del 150° anniversario della loro fondazione, affronta in Tell Them We Are Rising il ruolo chiave giocato nella storia americana dai college e dalle università storiche frequentate da una popolazione studentesca nera, accompagnando il documentario con un progetto multimedia online sulla narrazione condivisa di questa esperienza storica.

Anche dalle sezioni più bizzarre e sperimentali del Sundance arrivano segnali di vitalità dal cinema indipendente nero. In New Frontier ritroviamo il geniale Terence Nance (An Oversimplification of Her Beauty), molto amato qui, che si esibisce in due performance live sull’immaginario del web intorno all’infanzia nera. Promette di far rumore Kuso, film d’esordio dell’artista musicale Flying Lotus, che qui si firma col suo vero nome Steven Ellison, e racconta una storia di surreale fantascienza distopica ambientata in una Los Angeles post-terremoto, ospitata nella sezione Midnight, riservata all’horror e al cinema di genere estremo. Anche Amman Abbasi, autore di origini pakistano-americane di Dayveon (in Next) viene dalla musica, ma il film tesse il rapporto di paternità putativa non voluta che si stabilisce fra un ragazzino e il fidanzato della sorella maggiore in una cittadina dell’Arkansas sconvolta dalla guerra fra gang. Ancora più intrigante sul piano transculturale Gook, di Justin Chon, che racconta l’amicizia contrastata fra un’11enne nera e due fratelli coreano-americani nella Los Angeles del 1992, alla vigilia dei riots seguiti alla sentenza sul caso Rodney King. Altri titoli interessanti per la scena Black American fanno capolino nella sezione Shorts (Alone, Night Shift, Hold On, New Neighbors) e in Special Events, come due episodi della crime series Fox Shots Fired, scritta da Gina Prince-Bythewood (La vita segreta delle api) e interpretata da Sanaa Lathan e altrettanti della docuserie Time: The Kalief Browder Story su un altro tragicamente celebre caso di racial profiling giudiziario, vittima un giovane del Bronx accusato ingiustamente di furto, scagionato dopo una lunga battaglia che pagò con la vita.

Come preannunciato, il quadro si fa molto meno stimolante quando spostiamo la lente sulle produzioni dal continente. L’unica cinematografia che si ritaglia un certo rilievo è quella sudafricana, che ospita un titolo per ciascuna delle maggiori sezioni competitive extra-USA: The Wound, esordio di John Trengove, che racconta il complesso rapporto fra due ragazzini neri dell’etnia Xhola, uno di campagna e uno di Johannesburg, alle prese con un rito di passaggio tradizionale. Suscita interesse anche Winnie di Pascale Lamche, biopic documentario della controversa prima moglie di Nelson Mandela, in prima linea nella lotta anti-apartheid e finita in seguito schiacciata dal patriarcato in una dimenticata piega della storia sudafricana.

Qualche soddisfazione in più dalle zone di contatto della diaspora. Nella World Dramatic Competition, spicca The Nile Hilton Incident dello svedese-egiziano Tarek Saleh, con alle spalle diversi lavori fra cui Metropia presentato a Venezia nel 2009: qui racconta le vicende di un poliziotto corrotto del Cairo che scopre cosa si nasconde dietro il ritrovamento del cadavere di una cantante in una stanza d’hotel, scoperchiando il vaso di Pandora di un blocco di potere inattaccabile da parte della giustizia. Carpinteros invece, diretto dal dominicano José María Cabral, segue l’evolversi di una toccante storia d’amore nata all’interno della prigione Navajo, fra il giovane Julián e la bella Yanelly e coltivata a distanza, attraverso un misterioso linguaggio dei segni.
Dall’Etiopia arriva invece il corto Hairat, diretto da Jessica Beshir con un’identità che mescola natali messicani, educazione etiope e studi superiori negli USA. Anche Waiting for Hassana, che ripercorre il tragico rapimento delle ragazze nigeriane dal college di Chibok del 2014 da parte di Boko Haram, sulla base delle testimonianze di una sopravvissuta, viene da una regista diasporica, che si muove a cavallo fra Nigeria e Stati Uniti, Ifunaya Maduka. Dalla scena Black British arrivano due corti, entrambi diretti da donne: Rubika Shah in White Riot: London documenta il ruolo giocato da una fanzine punk nella Gran Bretagna degli scontri di piazza razziali del 1977, Shola Amoo in Dear Mr. Shakespeare si interroga su nerezza e immigrazione oggi in UK alla luce dell’Otello.
Schegge intriganti da un cinema black espanso che difficilmente raggiungerà i nostri schermi.

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