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Les Sauteurs

di Moritz Siebert, Estephan Wagner, Abou Bakar Sidibé

L’Europa in Africa: dalla parte del muro

Sold out ieri sera all’Apollo 11, prezioso spazio romano dedicato al cinema indipendente, per la proiezione de Les Sauteurs, il pluripremiato (Ecumenical Jury Award, Berlinale 2016) documentario co-diretto da Moritz Siebert, Estephan Wagner e Abou Bakar Sidibé.
Al film, introdotto da Andrea Segre, nella veste di distributore italiano (ZaLab) insieme a I Wonder Pictures e Unipol Biografilm, è seguito un incontro con il regista e protagonista Abou Bakar Sidibé, in collegamento dalla Germania. Un incontro intenso che ha rappresentato, attraverso testimonianze e confronti, l’ideale completamento del film stesso.

Sul monte Gurugù, vicino al confine con Melilla, enclave spagnola in Marocco, vivono migliaia di migranti sub-sahariani in attesa di riuscire a superare il muro che divide l’Africa dall’Europa. Due registi tedeschi, consapevoli dei limiti di una rappresentazione esterna a cui siamo ormai freddamente abituati, hanno deciso di affidare la videocamera a un ragazzo maliano, Abou, che da mesi provava a “saltare” la frontiera. Attraverso questo semplice quanto potente e radicale capovolgimento di prospettiva, Abou ci racconta la quotidianità, i sogni, le aspettative, le paure degli “abitanti” di Gurugù. Questo non-luogo, brutale nel suo “non-essere” (come era la giungla di Calais), ha una sua organizzazione interna, con ruoli e poteri stabiliti. I gruppi, suddivisi in paesi di provenienza, fanno riferimento a dei capi che conducono gli assalti alla frontiera. A tenerli uniti è il medesimo obiettivo finale che supera divisioni e differenze. Abou registra quello che succede, anche “i tempi inutili, quelli che non fanno notizia” (Segre): i pasti, le partite di calcio, le canzoni, i cani che rovistano nell’immondizia, la telefonata di una morte, i piani di azione, la costruzione di congegni per appigliarsi alle reti, la fuga dalla polizia marocchina, la paura della notte.

Un film di frontiera, in cui convivono “la speranza e la disperazione, la vita e la morte”. Un terreno di scontro e di confronto con l’alterità (l’europeo in questo caso), in cui i sogni devono necessariamente essere più forti della realtà per potere immaginare un futuro possibile al di là della barriera: “ogni giorno vedo il futuro davanti a me ma non riesco ad afferrarlo”. Ceuta e Melilla rappresentano l’Europa in terra africana e il pesante carico reale e simbolico che questo comporta. L’Europa è il miraggio, la speranza e l’idea: “appena arrivi in Europa la pelle inizia a sbiancarsi”, assicura uno dei ragazzi agli amici, attualizzando in un attimo l’opera di Fanon, Pelle nera maschere bianche. Mentre l’unico sguardo europeo restituito dal film è quello delle telecamere di videosorveglianza che, “sorvegliando e punendo”, presagiscono un’Europa diversa, non patria dei diritti ma terra di ghettizzazione e controllo. Ed è qui che la testimonianza video di Abou acquista la sua importanza e complementarietà. Egli ci parla da un centro di accoglienza in Germania, ci racconta la sua delusione e la sua rabbia e come queste si stiano traducendo in un film sulla vita degli immigrati in Europa, con lo scopo di mostrare cosa c’è al di là del muro.

La forza di un’opera come Les Sauteurs risiede nella restituzione di uno sguardo e di una voce negati. Non solo riusciamo ad andare oltre la spettacolarizzazione dell’immigrazione assumendo un punto di vista interno e nuovo ma assistiamo al recupero della propria soggettività attraverso il cinema. A metà film circa, Abou pronuncia una frase che manda in frantumi trent’anni di critica postcoloniale (il dibattito sulla possibilità di rappresentazione dei subalterni portato avanti da Gayatri Spivak): “sento che esisto perché sto filmando”. La telecamera gli permette di riconoscersi come persona, soggetto attivo, portatore di agency, non più agito e invisibile. È un uomo che sceglie, crea, esiste appunto. E lo fa con consapevolezza e curiosità, con uno sguardo personale, mai banale, che ricerca la qualità, la potenza del visibile.
I testi filmici possono essere gli strumenti con cui mettere in discussione l’attuale immaginario geopolitico, poiché i migranti sono i centri simbolici del mondo contemporaneo globale. Les Sauteurs diventa quindi una forma alternativa di resistenza e rende evidenti le potenzialità di contro-narrazione del cinema documentario.

Infine, Les Sauteurs , guardandoci da fuori, ci schiaccia di fronte alle nostre responsabilità: noi, che solo per una questione di caso ci troviamo dalla parte fortunata del globo, cosa siamo e cosa possiamo fare? Più in generale le migrazioni svolgono una funzione specchio poiché rivelano le contraddizioni di una società, del suo sistema politico e sociale; esse sono gli indicatori che permettono di misurare lo stato delle nostre democrazie. E dall’analisi delle democrazie europee emergono sempre più politiche razziste e nazionaliste, all’insegna della negazione dei diritti umani.

Valentina Lupi

Cast & CreditsLes Sauteurs
Regia: Moritz Siebert, Estephan Wagner; co-regia: Abou Bakar Sidibé; operatore: Abou Bakar Sidibé; montaggio: Estephan Wagner; suono: Henrik Garnov; colorist: Maria Klarlund; post produzione: Kong Gulerod Film; grafica: Niels Christian Konrad Nielsen, nckn; produzione: Signe Byrge Sørensen, Heidi Elise Christensen con il supporto di Danida, Danish Film Institute / Film Workshop, BMU Foundation, in collaborazione con Mette Hoffmann Meyer; lingua originale: francese e bambara; distribuzione in Italia: ZaLab in collaborazione con I Wonder Pictures/Unipol Biografilm Collection; origine: Danimarca, 2016; durata: 80’; sito distribuzione: http://www.zalab.org/projects/les-sauteurs/

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