title_magazine

FCAAAL27: I Am Not Your Negro

di Raoul Peck

La memoria condivisa di una nazione

Film d’apertura al 27° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, davanti a un Auditorium San Fedele stracolmo, I Am Not Your Negro di Raoul Peck è il primo suo film ad essere distribuito nelle sale. Merito di Feltrinelli Real Cinema e di Wanted, che hanno creduto in questo film, merito dell’accoglienza importante che questo documentario, dedicato all’eredità di James Baldwin (1924-87), ha avuto negli States, dopo la presentazione in anteprima mondiale a Toronto, culminato nella nomination agli Oscar come miglior documentario. È paradossale che solo con il film apparentemente più lontano dall’universo di Peck, regista haitiano ma dagli orizzonti di politica culturale globali, arrivi questo riconoscimento, davvero tardivo, alla qualità raffinata, sottile e radicale del suo cinema, ma questa distanza è solo apparente. Proprio aderendo con tanta dedizione all’universo di Baldwin, Peck ritrova ossessioni, fragilità e slanci che molto rivelano della sua idea di cinema e della sua statura, civile e poetica.

I Am Not Your Negro si presenta come un film di montaggio piuttosto classico, come un progetto di riattualizzazione del pensiero di James Baldwin, scrittore, drammaturgo e polemista, cui dobbiamo una produzione piuttosto consistente di romanzi, racconti e drammi ma che deve la propria eredità sintetizzata soprattutto dai suoi inimitabili saggi, con un taglio che oscilla fra l’autobiografismo e l’analisi politica, su tutti La prossima volta il fuoco e Nessuno sa il mio nome. Peck dichiara da subito l’operazione in gioco, esplicitando la propria fonte primaria, un manoscritto di una trentina di pagine, dal titolo Remember This House alla cui stesura l’autore si dedica nel giugno 1979, e dedicato alla memoria di tre protagonisti della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, uccisi tra il 1963 e il 1968, Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King jr., con cui Baldwin aveva un rapporto di stima e amicizia diretti. Trattandosi di un’opera incompiuta, come lo stesso Peck ha esplicitato in varie interviste, la sfida era provare a completare idealmente il discorso di Baldwin, estrapolando, in tutta la sua opera sterminata, passaggi utili ad articolare il suo personale ritratto di questi tre giganti della scena afroamericana del Novecento e a sintetizzare la sua visione sulla cultura e sulla società degli Stati Uniti, in relazione alla condizione degli afroamericani.

Diviso in cinque parti (Paying My Dues, Heroes, Witness, Purity, Selling the Negro), il documentario alterna brani narrati dalla voce fuoricampo di Samuel Jackson con passaggi immediatamente documentali, contenenti brani di interviste televisive e conferenze di Baldwin. Diversamente da quanto aveva fatto con il suo straordinario ritratto di Lumumba nel suo documentario Lumumba, la mort du prophète (1990), Peck sembra rinunciare a un intervento personale, limitandosi a un lavoro di accorto assemblaggio di materiali. In realtà, il cinema del reale, già dagli anni Novanta, ha mostrato quanto a partire da materiali d’archivio, home movies e found footage, si possano costruire esperienze di cinema straordinariamente personali, intense, e in grado di reinterpretare radicalmente il senso stesso di quelle immagini, basti pensare al lavoro di Gianikian e Ricci Lucchi, al ritratto di Stuart Hall confezionato di recente da John Akomfrah (The Stuart Hall Project, 2013), al doppio tour de force messo insieme dal regista svedese Göran Olsson con The Black Power Mixtape 1967-1975 (2011 - distribuito in DVD proprio da Wanted) e Concerning Violence (2014), rispettivamente dalle immagini di repertorio disponibili negli archivi televisivi svedesi sul Black Panther Party e sui movimenti di liberazione africani, nel secondo caso assemblati per far esplodere le parole de I dannati della terra di Frantz Fanon.

Peck sembra nascondersi, per non sovrapporsi alla voce, profetica, di Baldwin e al suo tentativo di far dialogare tre diverse esperienze del movimento: quella più istituzionale di Evers, legato alla NAACP e quindi a un processo di accompagnamento del miglioramento delle condizioni dei neri, condotto dall’interno del dibattito politico; quella più radicale di Malcolm, interessato a offrire piena legittimità a tutte le strategie di autodifesa dei neri, dentro e fuori l’abbraccio dei Musulmani Neri; quella non violenta di King, in linea con una tradizione transnazionale basata sulla pratica di iniziative di insubordinazione e boicottaggio di massa. Secondo Baldwin, Malcolm e King sarebbero stati destinati a incontrarsi, pur muovendo da storie profondamente diverse, o per meglio dire, King nell’ultima fase della sua missione, riprendendo il testimone di Malcolm, aveva ampliato la portata della propria visione, contrastando per esempio la politica statunitense in Vietnam, e proprio questa radicalizzazione lo avrebbe reso un ostacolo troppo scomodo per gli interessi strategici del Pentagono.

Non a caso, per descrivere la violenza dell’immaginario mainstream sui neri, Peck si affida al Baldwin di The Devil Finds Work, quasi una controstoria, benché liberissima ed esplosa, del cinema classico hollywoodiano, visto dalla parte del pubblico nero. E allora lo schermo si riempie di frammenti che svariano da uno dei primi adattamenti da La capanna dello zio Tom (Harry A. Pollard, 1927) ad Amore, ritorna! (Delbert Mann, 1961), con una sorta di focus sul “romanzo di Sidney Poitiers” da La parete di fango (Stanley Kramer, 1958) a La calda notte dell’ispettore Tibbs (Norman Jewison, 1967): importanti i riferimenti ai processi di identificazione che stentano a scattare nel pubblico nero davanti alle maschere di Stepin Fetchit o Willie Best, così vicine alla tradizione del blackface e lontane dall’esperienza del quotidiano. E tuttavia, a colpire sono ancor più recuperi d’archivio che in modo più diretto traducono la funzionalità dello stereotipo e ancor più fanno riflettere su quanto la narrazione dominante intorno agli Stati Uniti sia costruita su uno scollamento radicale fra immagine pubblica e vissuto privato, tradendo sindromi che molto dicono sulla difficoltà dei concittadini di Baldwin a fare i conti con la realtà e con i propri fantasmi di razza.

La grande sfida vinta da Peck sta nel dimostrare la straordinaria attualità del messaggio di Baldwin, che il regista sintetizza a più riprese in vari passaggi da conferenze, all’inizio e fino allo stesso epilogo. Agli interlocutori che lo stimolano a riflettere sulla condizione dei neri, lo scrittore batte e ribatte sullo stesso punto: il problema dei neri è un problema degli Stati Uniti nel suo insieme come popolo. Finché non si capirà che la violenza esercitata quotidianamente sui neri si rivolge contro fratelli e sorelle, che hanno contribuito col loro sangue e sudore a fare la grandezza, anche economica, degli Stati Uniti, e che il futuro stesso del Paese dipende dalla capacità di relazionarsi l’un l’altro senza ricorrere al bagaglio di finzioni e stereotipi ereditati dal periodo della schiavitù, non sarà possibile nessuna evoluzione. Con l’ausilio della montatrice Alexandra Strauss, Peck compie diverse operazioni di crasi spazio-temporale, quasi ejzensteiniane, fra passato e presente, come a significare che sì, Baldwin aveva guardato nel futuro cupo degli Stati Uniti di oggi, delle stragi di adolescenti nei licei, del racial profiling dei poliziotti, delle speranze tradite dal primo presidente nero.

Ma forse, le pagine di I Am Not Your Negro più sentite e dolorose sono quelle in cui Baldwin dà voce ai propri fantasmi più privati, ripercorre gli incontri che lo hanno segnato, come quello con la maestra Bill Miller, e quello con Lorraine Hansberry, autrice del dramma Un grappolo di sole, scomparsa prematuramente, pochi mesi dopo uno storico e drammatico incontro a tre con Bobby Kennedy. A più riprese torna il tema del ritorno, per un intellettuale come Baldwin che viveva a Parigi dal 1948, fuggito per ritagliarsi uno spazio di sicurezza dalla violenza razziale statunitense: in due su tre dei casi, lo scrittore riceve la notizia della morte dei suoi amici quando era all’estero per lavoro. Il suo sguardo, per certi versi aggiunge alla «doppia coscienza» duboisiana una terza dimensione, questa distanza fisica di migliaia di chilometri da casa, che lo portò forse a cogliere e sintetizzare con maggiore lucidità la chiave dei problemi alla base del lato oscuro degli Stati Uniti. (Ci sarebbe una quarta dimensione, quella legata all’identità sessuale liquida e non conforme di Baldwin, ma Peck sceglie, salvo un accenno filtrato dai rapporti FBI, di tenere tra parentesi questo tratto pure così centrale della discorsività di Baldwin.)

Questa distanza, associata al sentimento di un debito continuamente dilazionato in avanti, impossibile da pagare interamente, bagna di uno spleen dolente l’intero film di Peck, tradendo un cortocircuito in cui ritroviamo, forse non del tutto consapevolmente, molti degli umori del regista, in particolare la sua inesausta dedizione al riscatto nei confronti di un paese, Haiti, che è stato il primo a fare una rivoluzione moderna, sotto la guida di Toussaint Louverture, e a sconfiggere un esercito potente come quello napoleonico, e di un popolo che vive in un eterno presente di catastrofi ambientali e corruzione, spettatore pagante di uno spettacolo spietato, nel quale il teatro degli interessi occidentali, appoggiandosi persino alla retorica delle ONG umanitarie, svuota di risorse ed energie gli attori locali. L’amarezza e l’ottimismo della ragione di Baldwin sono anche quelli di un Peck che non può permettersi di gettare la spugna ma assiste con costernazione alla sfilata dei potenti, ai massimi e medi livelli, impegnati a indossare come una maschera la virtù di un’innocenza vitalistica che lo scrittore legge lucidamente come immaturità e incapacità di fare i conti con le sofferenze di chi patisce per le conseguenze dei propri errori.

L’unico prezzo che forse Peck paga riguarda la concreta esperienza umana di Baldwin e nello specifico il respiro di una temporalità progressiva. La soluzione della compilazione, con una struttura a spirale più che lineare, sacrifica la dimensione dell’evoluzione del pensiero. Il film non riesce a dirci che la maggior parte delle parti relative ai tre profeti del movimento per i diritti civili non provengono dal manoscritto inedito bensì da altri testi, e questo fa perdere di vista allo spettatore la sindrome della condanna a ricordare che sembra affliggere Baldwin, visto l’idea di Remember This House muove da traumi già in qualche modo affrontati in passato. Per fortuna di Peck, ma grazie anche alla sua direzione, la grana asciutta della voce Samuel Jackson dà tuttavia alla narrazione il registro di un monologo intimo, rotto e anticelebrativo ed è proprio abitando lo spazio lasciato libero fra questa voce e quella inconfondibile di Baldwin, survoltata, tesa e nervosa che lo spettatore rimane vigile, cogliendo tutta la portata di un gesto artistico che non nasconde nessuna traccia della sua processualità.

Sarebbe un’occasione persa se non arrivassimo a capire che il messaggio di Baldwin riguarda da vicino anche noi italiani e italiane, non solo perché lo scrittore nel film cita l’Italia coloniale e l’invasione da parte dell’Italia fascista dell’Etiopia nel 1936, ma soprattutto perché in una frase chiave del film solleva il problema dei rapporti fra lo Stato e alcuni strati della società, ai quali vengono tuttora negati diritti fondamentali. Baldwin dice: «È un grande trauma scoprire che il Paese in cui si è nati, a cui si devono la vita e la propria identità, non abbia creato un posto per noi nel suo sistema di realtà». Sarebbe bello se ognuno degli spettatori e delle spettatrici uscisse dalla fine del film adottando una frase di Baldwin, chiedendosi come usarla per capire e contribuire a cambiare l’Italia di oggi, e lo scrivo senza scorciatoie, perché so benissimo che l’Italia non sono gli Stati Uniti e ogni operazione del genere presuppone un processo di traduzione culturale. Come non sentire questa frase molto vicina ad almeno un milione di ragazzi, italiane e italiani senza cittadinanza, che aspettano da oltre un anno e mezzo l’approvazione di una legge di riforma della cittadinanza, approvata alla Camera nell’ottobre 2015 e ferma per oltre ottomila emendamenti della Lega e un atteggiamento tiepido della maggioranza. Non è più tempo di alibi. Questo paese e il suo parlamento è chiamato a dire oggi, una volta per tutte, se nel suo sistema di realtà vuole creare un posto per italiane e italiani nati e cresciuti qui ma di origine straniera oppure no.

L’ossessione per la Storia di Peck, che lo porta costantemente a interrogarsi sull’eredità di figure e traumi del Novecento, tornerà presto ad offrire una nuova contronarrazione, con il suo ultimo The Young Karl Marx (2016) presentato in anteprima mondiale alla Berlinale fuori concorso e che arriverà anche in Italia, grazie sempre a Wanted, forse in autunno. Un’occasione ideale per guardarsi indietro, nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, e chiedersi se davvero il nostro orizzonte non possa prevedere scenari radicalmente alternativi, recuperando un progetto di riscrittura dell’esistente in grado di unire immaginario e condizioni materiali di vita.

Leonardo De Franceschi | 27. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsI Am Not Your Negro (id.)
Regia: Raoul Peck; testi: James Baldwin; voce narrante: Samuel L. Jackson; fotografia: Henry Adebonojo, Bill Ross IV, Turner Ross; montaggio: Alexandra Strauss; musiche: Alexei Aigui; suono: Valérie Le Docte; produzione: Rémi Grelley, Raoul Peck, Hébert Peck per Velvet Film; distribuzione: Feltrinelli Real Cinema e Wanted; origine: USA, 2016; durata: 93’; Facebook: @wantedcinema

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

venerdì 1 dicembre 2017

Talien al Torino Film Festival

Talien, il lungometraggio di Elia Moutamid, è in proiezione in questi giorni al Torino Film (...)

venerdì 1 dicembre 2017

Beyond Borders a Tunisi

Il progetto di ricerca Transnationalizing Modern Languages. Mobility, Identity and Translation (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha