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Il pugile del duce

di Tony Saccucci

Un afroitaliano sul ring della storia

Dal 21 marzo, Giornata mondiale contro il razzismo, è in distribuzione in alcune sale italiane e presto sarà diffuso in homevideo il documentario Il pugile del duce, opera prima di Tony Saccucci. Si tratta di un lavoro di inestimabile valore storico e politico, che fa a pugni con la narrazione dominante sulla nazione, bianca ma fatta di “Italiani brava gente”. A Saccucci vanno riconosciuti due grandi meriti. Il primo è quello di aver restituito con una prosa asciutta ed efficace attraverso il linguaggio delle immagini la parabola, unica ed emblematica, di Leone Jacovacci, in arte Jack Walker, pugile italo-congolese vincitore del titolo europeo dei pesi medi nel 1928 e costretto dal regime fascista all’esilio in Francia. Il secondo è quello di aver scommesso, in quest’operazione di recupero e riattualizzazione della memoria, sulla voce del ricercatore Mauro Valeri che, per primo, in una bellissima biografia uscita nel 2008 per Palombi Editore (Nero di Roma), ha compiuto questo lavoro di riscoperta dell’avventura sportiva e umana di Jacovacci.

Leone nasce il 19 aprile 1902 a Pomba, nella provincia di Kinkanda di quello che era allora lo Stato Libero del Congo, sotto il dominio personale del re belga Leopoldo II, regno segnato da una feroce politica di sfruttamento e spoliazione delle risorse, il cui alone fosco ha lasciato echi nelle pagine di Conrad e Twain. Suo padre è Umberto, un agronomo romano al servizio dell’amministrazione coloniale, imbarcatosi da Anversa nel 1898; sua madre, Zibu Mabeta, è la figlia di un capo villaggio, e quando Umberto la incontra per la prima volta ha solo dodici anni. Portato a tre anni in Italia, come poco dopo accadrà al fratello minore Aristide, iscritto all’anagrafe e quindi a tutti gli effetti cittadino italiano, Leone viene allevato prima dalla nonna e poi da una zia, e affidato a diversi convitti della provincia laziale, ma fin da bambino, a causa della diffidenza causata dal colore della pelle e della lontananza del padre, non riesce a trovare un luogo in cui sentirsi pienamente a casa, accolto e riconosciuto.

Poco dopo aver conseguito la licenza elementare, nel 1916, con una decisione improvvisa Leone si imbarca in una nave britannica diretta in Inghilterra, facendosi passare, pare, per un orfano abbandonato di Calcutta. Dopo aver appreso a bordo della nave i rudimenti del pugilato, si arruola nell’esercito inglese e rocambolescamente si trova a combattere il primo match, per sostituire un pugile nero nel febbraio 1920 a Londra. A questa data si fa già chiamare John Douglas Walker ed è come Jack Walker che manda al tappeto il peso medio che si trova davanti, prima delle 14 vittorie per KO che si aggiudica in pochi anni in Inghilterra. Non potendo ambire al titolo per le restrizioni discriminatorie che proteggevano i pugili bianchi e nativi, Leone si trasferisce in Francia dove, spacciandosi per afroamericano, mette al tappeto tutti gli aspiranti al titolo francese e persino i detentori del titolo europeo per i pesi medi e mediomassimi. Nel frattempo ha chiesto la tessera di “pugilatore italiano” ma dopo una breve parentesi di favore, dovuta alla protezione di un potente manager italiano, la stampa di regime gli volge le spalle. Costretta dall’evidenza del suo talento a organizzare un incontro col fascistissimo campione italiano Bosisio, la Federazione Pugilistica e tutti gli apparati di regime riescono a fare in modo che il primo match venga dichiarato nullo e un secondo, organizzato con grandissima eco allo Stadio Flaminio nel giugno 1928, davanti a 40.000 spettatori e in diretta radiofonica, nonostante si concluda con la vittoria di Leone, venga messo in cattiva luce da tutta la stampa e ne vengano oscurate le tracce persino in un cinegiornale Luce.

Saccucci, con alle spalle diversi saggi e romanzi, insegnante di storia e filosofia in uno storico liceo romano, articola la sua narrazione documentaria secondo una traiettoria lineare che fa perno intorno a due elementi. Anzitutto, l’episodio emblematico del secondo combattimento con Bosisio, il cui esito era inaccettabile per il regime, rovesciando la retorica ufficiale ostile al meticciato e impegnata nel sostenere la superiorità della stirpe italica. L’altro elemento è la stessa presenza, come guida e narratore diretto, del sociologo Valeri, la cui voce, ricca di storie e saperi accumulati in una ricerca di sei anni, è riscaldata da un coinvolgimento affettivo diretto nella rivisitazione della parabola di trionfo e rimozione di Leone. La ricostruzione, condotta attraverso l’uso di numerosi documenti raccolti dallo stesso Jacovacci, e custoditi con cura meticolosa in un librone vergato in fine calligrafia, è punteggiata di riferimenti a una prima biografia d’epoca, scritta da un commissario pugilistico nel 1927 e alle cronache pugilistiche dell’epoca, a cavallo fra tre paesi.

Il risultato è un affresco di notevole impatto, condotto con una giusta attenzione alle straordinarie valenze attuali della parabola di Leone, bruscamente interrotta da un regime che preparava la fabbricazione di ben altre icone sportive, perfettamente funzionali al progetto di fascistizzazione dello sport, come il pugile Primo Carnera. Nonostante gli sforzi per spianargli la strada, Carnera sarebbe caduto sotto i colpi dell’astro nascente della boxe, l’afroamericano Joe Louis, in un altro match mitico ad Harlem, nel giugno 1935, quando il pubblico nero aveva già preso un orientamento antitaliano per l’imminente inizio della campagna d’Etiopia, varata in ottobre. Mussolini avrebbe provato a rovesciare anche questo risultato, commissionando a Gallone un film, Harlem (1940), con tanto di comparsata di Carnera, in cui Massimo Girotti, benché pugile per caso, e circondato da un pubblico ostile composto da seguaci del beniamino nero di casa, riusciva comunque ad averla vinta, per manifesta superiorità di razza. Ma questa è un’altra storia.

Come sottolineano le note di regia, «la storia è sempre storia contemporanea» ma se questo ancoraggio nel qui e ora vale necessariamente per qualsiasi opera di ritessitura della memoria collettiva, tanto più accade per Il pugile del duce, documentario che vibra di un calore poetico e di una passione civile dettati dall’urgenza. Il nostro paese è impegnato da alcuni anni in un faticoso processo di riconsiderazione della propria identità culturale in quanto nazione, che mette in causa la triplice direttrice dell’emigrazione di massa, diretta anzitutto verso le Americhe, l’esperienza coloniale in Libia e in Corno d’Africa e il ruolo del paese come terminale obbligato delle direttrici migratorie dall’Africa verso l’Europa. A questa impresa, oscurata dai media e dalla grande stampa d’informazione, si dedica un movimento sempre più corposo di narratori e studiosi, uomini e donne, accomunati dal dovere etico di restituire a questo paese una consapevolezza in grado di consentire a noi tutti di guardare con maggiore serenità ed equilibrio alle sfide della convivenza. Mauro Valeri, con i suoi preziosi lavori di ricostruzione del vissuto di piccoli eroi cancellati dal discorso e dalla memoria pubblica, da Jacovacci a Domenico Mondelli, sta dando un contributo straordinario a questa impresa.

L’Italia sportiva ha finalmente avuto un suo campione nero nel 1980 con Patrizio Sumbu Kalabay, e il film rende omaggio anche a lui, ma nonostante il ruolo importante giocato dall’Istituto Luce-Cinecittà nella realizzazione di questo documentario, i conti sono ben lungi dall’essere alla pari. A due giorni dalla messa in onda in prima serata de Il coraggio di vincere, film tv di Marco Pontecorvo che riconfigura una volta di più il topos familiare del pugile nero, con i tratti immaginari di un migrante senegalese che scopre qui i guantoni e combatte per il titolo europeo da italiano, la vicenda sportiva e umana di Leone Iacovacci, grazie a quella miniera di aneddoti e spigolature storiche che è la biografia di Valeri, aspetta ancora di trovare nuova vita in un progetto di narrazione dallo spessore spettacolare per il grande pubblico delle sale o del piccolo schermo, e in Italia non mancherebbero certo interpreti adatti a riviverne le movenze impetuose e feline. I conti non saranno mai alla pari finché questo parlamento non approverà la riforma della legge di cittadinanza che giace tuttora da oltre un anno e mezzo ferma al Senato, fra un rinvio e l’altro della maggioranza, nonostante sia già frutto di severi compromessi al ribasso. Lo sguardo di Leone, timido e fiero insieme, è quello di oltre un milione di ragazzi e ragazze che hanno già vinto il loro match nella società italiana ma stanno aspettando di vedersi riconosciuti anche dalla legge. Semplicemente per quelli che sono. Cittadini (e campioni) dell’Italia di oggi.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl pugile del duce
Regia: Tony Saccucci; soggetto e sceneggiatura: Tony Saccucci, liberamente tratto dal libro Nero di Roma di Mauro Valeri; fotografia: Sabrina Varani; montaggio: Chiara Ronchini; con: Mauro Valeri, Nicole Jacovacci, Patrizio Sumbu Kalambay; produzione: Maura Cosenza per Istituto Luce Cinecittà; distribuzione: Istituto Luce Cinecittà; origine: Italia, 2017; formato: DCP, b/n e colore; durata: 65’; sito: film.cinecitta.com.

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