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Il coraggio di vincere

di Marco Pontecorvo

Italiano per caso

Non so le vie del signore, ma quelle dei producer e dei programmer RAI sono decisamente finite. Negli stessi giorni in cui la voce di più di un milione di ragazzi e ragazze di seconda generazione reclama l’approvazione della riforma della legge di cittadinanza bloccata da oltre un anno al Senato e nelle sale ancora è possibile vedere il bel documentario Il pugile del duce di Tony Saccucci, sulle gesta pugilistiche di un campione afroitaliano vero, Leone Jacovacci, che negli anni Venti a forza di pugni metteva al tappeto i vari pseudointellettuali servi di regime che discettavano sulla «piaga del meticciato» e di superiorità indiscussa della razza bianca, la rete ammiraglia RAI manda in onda in prima serata un tv movie di Marco Pontecorvo, Il coraggio di vincere, che traccia la parabola di riscatto di un giovane senegalese dalla vita da irregolare tra mille lavoretti al titolo europeo dei pesi medi avvolto nel tricolore, ma il punto di vista che conta rimane sempre appannaggio del suo allenatore italiano, ex-campione tradito all’epoca dalla sua immaturità e da un fatale errore arbitrale.

Rocco (Adriano Giannini) è un ex-pugile che molti considerano fallito, nella nobile arte e nella vita. Colpito con una testata dall’avversario alle corde, nel match che avrebbe dovuto portarlo al titolo europeo, e fermato dall’arbitro che attribuiva la ferita a un colpo regolare, Rocco non ha saputo reagire, facendosi squalificare per un anno e lasciare pure dalla moglie, per essersi abbandonato all’alcool e alla depressione. Solo il fedele Marcello (Nino Frassica) gli è stato vicino in questi quindici anni. Lentamente Rocco ha rialzato la testa e ha aperto una palestra dove allena pugili in erba che tenta di lanciare ma si rivelano tutti poco dotati. Mariotti (Patrizio Oliva) torna a dargli un’ultima chance, grazie all’intercessione di Monica, una manager sua ex-ammiratrice (Serena Rossi) ma Rocco non ha nessun vero talento tra le mani, fin quando non si trova ad assistere ad una colluttazione nel bar davanti alla palestra e vede Ben Wade (Yann Gael) prendere le difese di Lara (Nina Torresi) e del padre Arturo (Augusto Fornari) da due scagnozzi del boss della zona, lo strozzino Vito (Luca Angeletti).

Colpito dall’agilità e dalla forza nei pugni di Ben, Rocco decide di puntare tutto su di lui, chiamandolo ad allenarsi in palestra. Per il ragazzo, che fugge da un’infanzia dolorosa in Senegal, e mette a malapena insieme il pranzo con la cena, è un’occasione da non perdere. Attratto da Lara, rimane incastrato in un gioco che non può né sa gestire, trovandosi in poche settimane a combattere e vincere un match dopo l’altro per la scuderia di Rocco, per di più da italiano, visto che la piccola barista dai mille problemi ha accettato di sposarlo. A pochi minuti dall’incontro per il titolo italiano, scopre di essere stato solo una pedina nei piani di Rocco e a fine match si rende irreperibile. Per l’ex-campione sembra la fine di tutto ma quando aveva già messo in vendita la palestra, da Monica gli arriva l’occasione della vita, poter accompagnare Ben a competere proprio per quel titolo europeo che lui aveva mancato per un colpo di testa.

Fin qui il plot, che riprende lo scheletro del romanzo THE DANCER. Storia d’amore e di pugni in 12 round, scritto da Liliana Eritrei e Adriana Sabbatini (Minerva Edizioni, 2014), le quali hanno rielaborato la sceneggiatura insieme a Salvatore Basile e Nicola Lusuardi. Solo lo scheletro però, giacché le vicende lì erano ambientate in una masseria pugliese e attorno a Rocco e Ben si muoveva una famiglia allargata di braccianti e pugili, uomini e donne e, nonostante i limiti letterari del caso, la doppia parabola di riscatto assumeva un respiro umano e metaforico ben più profondo. Passando per le mani degli sceneggiatori e del regista, la vicenda viene come formattata in modo da mantenere solo i suoi tratti più elementari e convenzionali, e la stessa curva drammaturgica segue tempi e logiche di sviluppo assai prevedibili. Tre mi paiono le scelte più infelici, sul piano della narrazione degli afrodiscendenti nel cinema e nell’audiovisivo. Anzitutto, quella di ritagliare Ben dal suo contesto d’origine, riscrivendo il trauma che già aveva nel romanzo con l’immaginare che sia stato venduto dal padre per povertà e salvato per giunta da un missionario italiano. Via anche il cugino che nel romanzo lo aveva preceduto in Italia: senza famiglia, e senza un paese al quale tornare anche volendo, Ben diventa il candidato ideale per un progetto di integrazione per cooptazione, con tutti i crismi dell’eccezionalità.

Altrettanto infelice è la conduzione delle politiche di casting e direzione attoriale. Intendiamoci, Yann Gael, trentenne di origini camerunesi ma cresciuto in Francia, con un background serio sul piano attoriale che lo ha portato a partecipare a decine di allestimenti e set, per il grande e piccolo schermo d’oltralpe e a vincere premi, è un profilo molto interessante, e regala muscoli e sensibilità a un ruolo che pure aveva margini di sviluppo evidenti. Ritengo però, a maggior ragione dopo la scelta di puntare su un nome sicuro come Adriano Giannini e ritagliare tutto il plot sul punto di vista di Rocco, che la produzione avrebbe potuto permettersi di scommettere su uno dei molti interpreti afroitaliani emergenti, costretti a destreggiarsi in ruoli marginali e spesso ingabbiati in stereotipi ghettizzanti. Oppure, una volta presa la decisione, in linea con una tradizione non nuova, di ricorrere a un interprete d’importazione, affidarlo almeno a un coach linguistico, in modo da evitare il ricorso scontato a un doppiaggio che ha sempre più il sapore di una scorciatoia per creativi e producer a corto di idee, interessati più a una politica di realizzo immediato che a una di sviluppo professionale e industriale.

Il combinato disposto di queste scelte, sul piano del plot e del casting, per una storia che sulla carta avrebbe avuto tutte le condizioni per alludere a un’Italia incamminata verso l’accettazione di un presente e di un futuro (il passato è una terra straniera…) nel segno della convivenza e della mescolanza, rischia di dare ragione a chi negli stadi solo qualche anno fa gridava all’indirizzo di Mario Balotelli che «non ci sono negri italiani». Italiano per caso, per interesse o per ambizione altrui, nero che parla italiano sì ma solo grazie alla voce fuori synch di un attore italiano verosimilmente bianco, nonostante le migliori intenzioni delle autrici, Ben è un’alchimia da laboratorio, mentre fuori dallo spazio mentale angusto e autoreferenziale dei creativi e producer RAI, dentro i nostri confini, c’è tutto un mondo in movimento, di seconde generazioni e afroitaliani veri, che stenta ad essere messo a fuoco ed entrare nella narrazione di questo paese.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl coraggio di vincere
Regia: Marco Pontecorvo; soggetto: Liliana Eritrei e Adriana Sabbatini; sceneggiatura: Liliana Eritrei, Adriana Sabbatini, Salvatore Basile e Nicola Lusuardi, con la collaborazione di Marco Pontecorvo; fotografia: Vincenzo Carpineta; suono: Filippo Porcari; montaggio: Alessio Doglione; interpreti: Adriano Giannini, Nino Frassica, Serena Rossi,Yann Gael, Patrizio Oliva; origine: Italia, 2017; durata: 95’; produzione: Mario Rossini per RED FILM/RAI Fiction.

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