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Cannes 70. A Ciambra

di Jonas Carpignano

Dell'arte del salto

Nello stesso giorno in cui la diva Rihanna accendeva i riflettori del red carpet, Jonas Carpignano, che ha una mamma barbadiana e sull’icona di Robyn Rihanna Fenty ha costruito una delle sequenze più forti di Mediterranea (2015), torna sulla Croisette, stavolta alla Quinzaine des Réalisateurs, con A Ciambra, proseguendo la sua saga sul burkinabè Ayiva e sul romnì Pio, antieroi di una Gioia Tauro minore, che galleggia fra più microcomunità con vite parallele, separate da interessi talvolta inconciliabili. Il cinema di Carpignano si muove secondo una progettualità aperta, profondamente radicata nel territorio - il regista stesso da sette anni si è trasferito a Gioia, uscendo dalla spola Roma-New York -, e allo stesso tempo capace di dialogare con interlocutori e pubblici internazionali - qui è riuscito a imbarcare sul suo carro anche la Sikelia Production di Martin Scorsese. Mentre scrivo, fra gli accreditati gira voce che ci sarà di sicuro un terzo capitolo, anche se, malgrado una presenza produttiva italiana più solida (Rai Cinema), la caccia a un distributore sul mercato italiano è ancora aperta.

Pio (Pio Amato) ha 14 anni e vive nel ghetto di Ciambra, un quartiere di Gioia Tauro abbandonato a se stesso e che la comunità rom ha trasformato in una specie di enclave. Emiliano, il nonno di Pio, veniva dalla Slovenia, ma il ricordo della vita libera e nomade, tramandato ai più piccoli, è circonfuso ormai da un’alone di leggenda e trasposto dal fantasma del nonno stesso giovane, che dalle foto scivola nei sogni di Pio, e dal suo cavallo grigio, che il ragazzo insegue come a cercare una via di fuga (im)possibile da un ordine delle cose fin troppo determinato. Pio smania di dimostrare agli adulti della famiglia, in particolare il padre e il fratello maggiore Cosimo, che è ormai grande e può quindi anche lui dare una mano nei furti d’auto e nelle rapine d’appartamento organizzate talvolta in collaborazione con una famiglia ndranghetista di Gioia, ma loro non vogliono saperne, anche per proteggerlo.

Pio non ci sta: il circolo di fratellini e cugini che ogni giorno si ritrova attorno al fuoco dove bruciano i tubi rubacchiati per estrarre il rame e tener d’occhio la polizia gli va ormai stretto e persino la tentazione rappresentata da una ragazzina bionda, che il fratello e l’amico Ayiva (Koudous Seihon) l’incoraggiano a conquistare, lo distoglie dal suo chiodo fisso. Approfittando della reclusione momentanea degli adulti della famiglia, a seguito di una rapina finita male, il ragazzo si smarca dalla sorveglianza della madre Iolanda, e si fa in quattro, rubando valigie sui treni e rivendendone con l’aiuto di Ayiva gli articoli elettronici, per contribuire al bilancio domestico, aggravato da una maximulta inattesa. Grazie alla sua intraprendenza e a un mix di timidezza e faccia tosta che lo fa benvolere anche nella microcomunità dei braccianti e delle prostitute nere della piana, nei momenti di maggiore tensione con la famiglia, Pio trova rifugio da Ayiva ma proprio l’amicizia con quello che per i suoi rimane solo “un marocchino” sarà messa in causa, quando il ragazzo si trova a dover riparare a una sua azione sconsiderata, che mette a rischio i rapporti proprio con la famiglia della mala di Gioia.

Girato in 91 giorni a Gioia Tauro e dintorni in calabrese stretto, costruito produttivamente col supporto di una compagine sempre più ampia ed eterogenea ma che fa perno su un team affiatato di tecnici, dallo scenografo Marco Ascanio Viarigi, all’operatore Tim Curtin, passando per il montatore Alfonso Gonçalves e il compositore Dan Romer, A Ciambra conferma la solidità progettuale dell’idea di cinema di Carpignano. Dalla sua il regista 33enne ha anche uno sguardo sicuro che lo porta ad ancorare il racconto al suo protagonista, animato da una febbrile smania di riconoscimento, senza tuttavia indulgere in un’isteria cinetica di maniera né in filtri di genere. Diversamente da Ayiva, che in Mediterranea aveva una visione frammentata del mondo in cui si era ritrovato catapultato, Pio domina lo spazio della Ciambra e di Gioia, anche se una curiosa paura infantile lo porta a preferire la moto, la bici o perfino l’auto al treno. In alcuni momenti, come la doppia scena del pranzo a casa degli Amato - che ricorda per intensità e calore quelle di Kechiche in Cous cous - e quella della partita di calcio vissuta dai braccianti al campo, lo sguardo del regista si appoggia a un regime di impaginazione più frammentato e composito, come a voler contagiare lo spettatore, spingendolo a superare le sue prevenzioni.

A Carpignano va riconosciuto, una volta di più, la capacità di guardare e restituire la dignità umana di una microcomunità marginale, lontano dalle narrazioni dominanti di questo paese. Come il Cherubino di Mozart o il Noura di Halfaouine - L’enfant des terrasses (Férid Boughedir, 1990), Pio ha la leggerezza e la sfacciataggine di chi, per età e per condizione di spirito, riesce ad attraversare le frontiere invisibili che separano braccianti e prostitute africani, rom calabresi e locali in odore di mala. Pio corre e salta da uno spazio all’altro ma Carpignano non ci regala illusioni di sorta sulle ricadute possibili di questo lavoro di tessitura. Al funerale del nonno Emiliano non ci sono facce nere e gli unici gagé, oltre al prete, sono gli inviati della solita famiglia delle Audi nere, venuti per l’omaggio di rito. Pio non sa né può prendere le distanze dalla legge del clan familiare, che fotografa un ordine delle cose esteso dallo spazio pubblico a quello del carcere, come emerge dalle parole del fratello maggiore. Il rispetto che i locali tributano ai rom è condizionato dal rafforzamento dei rapporti di forze che inchiodano migranti e prostitute nere al loro ruolo di corpi schiavili, disponibili al lavoro bracciantile e sessuale.

La percezione dell’orizzonte sospeso e interminabile della micronarrazione di Carpignano ci consente di guardare con fiducia a una possibile ricomposizione a venire ma con la certezza che il suo cinema ben difficilmente produrrà messaggi spendibili in chiave sociologica o in qualsiasi modo consolatori. La sua passione per una verità che parte dalle persone e dalle cose equivale a una scommessa, tanto affascinante quanto rischiosa, sul piano della rappresentazione e dei discorsi soprattutto per quanto riguarda l’antitziganismo egemonico in Italia, ancor più che in altri paesi europei. Davanti agli occhi di uno spettatore medio, intossicato da decenni di retoriche criminalizzanti ed esplicitamente razzializzanti, A Ciambra rischia di produrre pericolosi cortocircuiti e far rientrare dalla finestra, per il tramite del circuito comunicativo, un determinismo socioculturale che pure, ancorandosi al valore dell’esperienza microlocale, Carpignano cerca di tenere a distanza. Mi auguro che, come e più che Mediterranea, se (auspicabilmente un quando) A Ciambra troverà la strada per le sale italiane, il regista sappia accompagnare il film, attivando una conversazione con gruppi e comunità, rom e non rom, che da anni lavorano sui territori per facilitare un processo di inclusione che stenta ad essere praticato sul piano delle politiche governative.

Leonardo De Franceschi | 70. Festival de Cannes

Cast & CreditsA Ciambra
Regia: Jonas Carpignano; sceneggiatura: Jonas Carpignano; fotografia: Tim Curtin; scenografia: Marco Ascanio Viarigi; montaggio: Alfonso Gonçalves; musiche: Dan Romer; suono: Giuseppe Tripodi; interpreti: Pio Amato, Koudous Seihon, Iolanda Amato, Damiano Amato; origine: Italia, Stati Uniti, Francia, Svezia, 2017; formato: DCP, colore; durata: 120’; produzione: Jon Coplon, Paolo Carpignano, Ryan Zacarias, Gwyn Sanniam, Rodrigo Teixeira, Marc Schmidheiny, Cristoph Daniel per Stayback Productions, RT Features, Sikelia Productions, Rai Cinema; distribuzione internazionale: LUXBOX

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