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Cannes 70. La Belle et la meute

di Kaouther Ben Hania

I conti col potere e col set

Quella che Kaouther Ben Hania racconta in La Belle et le meute (Aala Kaf Ifrit in arabo) è una storia ispirata a un fatto vero, accaduto nella Tunisia post-rivoluzione del settembre 2012: una sera, una ragazza viene sorpresa in intimità col fidanzato da una pattuglia di polizia ad Aïn Zaghouan, non lontano dalla località turistica di La Marsa, alla periferia di Tunisi, e stuprata da due agenti, mentre il terzo blocca il ragazzo. Quando Meriem e Ahmed cercano di far valere le proprie ragioni davanti alla legge, vengono entrambi condannati per oltraggio al pudore e finiscono nel ruolo di colpevoli. Dalla loro storia è nato prima un libro autobiografico, Coupable d’avoir été violée, firmato dalla stessa Meriem Ben Mohamed insieme ad Ava Djamshidi (Michel Lafon, 2013). Ben Hania, tra i nomi emergenti del panorama cinematografico tunisino, torna a Cannes dopo la selezione all’ACID del docufiction Le Challat de Tunis (2014) e l’exploit alle ultime Journées Cinématographiques de Carthage del suo doc Zaineb n’aime pas la neige (2016) con cui si è portata a casa il Tanit d’oro per il miglior film.

Come la regista ha spiegato nelle interviste, si è ritagliato un certo grado di libertà nella reinvenzione del fatto di cronaca, volendo dare alla vicenda di Meriem una valenza emblematica, per dare conto dei segni di continuità inquietanti tra vecchio e nuovo ordine quanto alla violenza di genere e al ricatto che pesa sulla società civile di questa e altre società, nei paesi arabi e non solo, minacciate dal terrorismo e dai rischi di una potenziale guerra civile, specie quando il potere politico non è saldo, e sicurezza, libertà e rispetto dei diritti civili elementari sembrano inconciliabili. In più ha inteso dare una struttura drammaturgica serrata al plot, incastonandolo in nove atti, corrispondenti ad altrettanti piani sequenza, mentre la scena madre dello stupro accade shakesperianamente in un’ellissi, fra il primo e il secondo blocco, per essere visualizzata indirettamente solo dalla ripresa col cellulare di uno dei poliziotti aguzzini.

La Belle et la meute, come detto, rappresenta bene ed è espressione anche sul piano generazionale di un cinema tunisino in salute, agganciato produttivamente ai mercati e alla rete internazionale dei festival. Prodotto da Habib Attia, che porta avanti con sicurezza la linea del padre Ahmed, con la sua Cinétéléfilms che da sola ha inventato il nuovo cinema tunisino degli anni Ottanta e Novanta, il film ha ottenuto il fondo del Ministero degli Affari Culturali e del Centro Nazionale del Cinema e dell’Immagine - il che conferma la volontà della nuova Tunisia di guardare con coraggio ai limiti della propria fragile democrazia - ed è il risultato di una coproduzione che coinvolge, oltre la Tunisia, soggetti di altri sei paesi (Francia, Svezia, Norvegia, Libano, Qatar, Svizzera). Eppure, se Zaineb n’aime pas la neige mascherava, dietro la freschezza del soggetto - il doppio passaggio, dall’infanzia all’adolescenza e dalla Tunisia al Canada, di una ragazzina, peraltro nipote della regista - le matrici espressive del cinema di Ben Hania, qui tornano al pettine i nodi e le incertezze già evidenziate in Le Challat de Tunis.

Al centro di tutto c’era una tendenza a mescolare le carte fra documentario e finzione che rivelava un preoccupante disinteresse per le logiche profonde della drammaturgia. Se in Le Challat de Tunis il registro ironico complessivo e il gioco metalinguistico facevano in parte perdonare una certa trascuratezza e mancanza di controllo nella gestione del racconto, qui quei limiti tornano con maggiore evidenza, amplificati da un’incertezza complessiva sul regime dominante della drammaturgia, che oscilla fra naturalismo evenemenziale e rimando agli stilemi di genere, scivolando talvolta in una preoccupante terra di nessuno da cinema amatoriale. Il tour de force registico che Ben Hania impone a se stessa e agli altri componenti della troupe per un verso testimonia di un grado di ambizione apprezzabile, ma dall’altro rivela, a conti fatti, limiti evidenti nel controllo dell’intera macchina di senso del film, dal casting e direzione d’attori alla stessa tessitura audiovisuale. Spiace constatare che la protagonista Mariam Al Ferjani, che pure ha alle spalle diversi corti e una formazione alla Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti di Milano e Ghanem Zrelli, che interpreta Youssef, il ragazzo sorpreso con Meriem e con un passato di militanza nella primavera araba, a sua volta volto piuttosto noto del cinema e della fiction tunisini, galleggiano in un flusso di immagini assemblato secondo modalità piuttosto precarie.

Il fatto che si tratti di una storia vera, a sua volta trasposta già in forma di narrazione autobiografica, dalla valenza simbolica rilevante per la lotta contro un potere patriarcale che resiste a ogni cambiamento istituzionale, se per un verso ci porta ad apprezzare il coraggio politico di quanti/e hanno contribuito alla realizzazione del film, amplifica il diaframma fra potenzialità del progetto e risultato. Lo script ha alcune buone intuizioni, a partire dall’uso dell’ellissi, e nell’insieme ha una certa compattezza ed efficacia, anche sul piano dei dialoghi, che restituiscono le logiche kafkiane della violenza istituzionale, giocata sempre sul filo fra norme che mal tutelano cittadini e cittadine - per esempio quella che obbliga la vittima di uno stupro a non poter sostenere una visita da un medico legale, se non passando per una denuncia formale alla polizia - e comportamenti che tendono a intimidire i potenziali querelanti, mettendoli di fronte alle ricadute familiari e sociali di un’eventuale denuncia. Funziona, sia pure secondo le logiche di un chiaro partito preso, la scelta di fare di Meriem e Youssef non due fidanzati ma due ragazzi che si piacciono e lasciano andare per una sera, trovandosi in una trappola infernale, l’uno con una visione più chiara dei rapporti col potere, l’altra più ingenua e chiusa in una routine studentesca senza troppe pretese.

A fare problema in La Belle et la meute sono invece gli elementi base dell’esperienza cinematografica come set, dalla scenografia e dalla gestione delle luci alla scrittura filmica. È come se la regista avesse fatto affidamento sulla forza della storia e sui suoi collaboratori, scommettendo sul fatto che, magicamente, sul set le cose sarebbero andate al loro posto, date determinate condizioni di base. Purtroppo né la scelta delle location, piuttosto anonime, né la direzione d’attori molto precaria (da cui si salva solo Anissa Daoud, nel ruolo della poliziotta incinta, che alla resa dei conti si dimostra non meno insensibile dei colleghi machisti) e né tanto meno la conduzione delle riprese sono all’altezza delle ambizioni del progetto. Il tour de force in presa diretta e piano sequenza, nonostante la forza del partito preso, si traduce in uno sguardo che non graffia, e rimane al di qua della densità che ci si attende da una drammaturgia cinematografica, avvicinandosi pericolosamente al registro visuale incerto e fragile delle ricostruzioni dei fatti di cronaca inseriti nei programmi a sfondo sociale.

Leonardo De Franceschi | 70. Festival de Cannes

Cast & CreditsLa Belle et le meute / Aala Kaf Ifrit
Regia: Kaouther Ben Hania; sceneggiatura: Kaouther Ben Hania; fotografia: Johan Holmquist; montaggio: Nadia Ben Rachid; suono: Moez Cheikh, Raphael Sohierm Florent Denizot, Thierry Delor; musica: Amine Bouhafa; scenografia: Moncef Hakouna; interpreti: Marian Al Ferjani, Ghanem Zrelli, Noomane Hamda, Mohamed Akkari, Chedly Arfaoui, Anissa Daoud, Mourad Gharsalli; origine: Tunisia/Francia/Svezia/Norvegia/Libano/Qatar/Svizzera, 2017; formato: DCP, scope, 5.1; durata: 100’; produzione: Habib Attia e Nadim Cheikhrouha per Cinétéléfilms e Tanit Films, in coproduzione con Laika Film & Television, Film I Vast, Shortcut Films, Integral Film & Literature, Chimney; distribuzione internazionale: Jour2Fête; pagina Facebook: @labelleetlameute

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