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Cannes 70. Gabriel e a montanha

di Fellipe Barbosa

Vedi l'Africa e poi muori

Secondo lungometraggio del brasiliano Fellipe Barbosa, dopo Casa grande, promosso dal Sundance e presentato in anteprima a Rotterdam, Gabriel e a montanha (2017), selezionato dalla Semaine de la Critique in questa edizione del settantennale è un oggetto cinematografico difficilmente classificabile. Tratto da un fatto di cronaca, accaduto nell’agosto 2009, il film ripercorre gli ultimi due mesi scarsi di vita di Gabriel Buchmann, uno studente franco-brasiliano di scienze sociali alla UCLA, figlio della buona borghesia facoltosa di San Paolo, che prima del dottorato si concede un viaggio attorno al mondo, con una lunga coda in Africa, fra Kenya e Malawi, dove troverà la morte sul monte Mulanje per assideramento. Barbosa, compagno di liceo di Buchmann, con puntiglio ha ricostruito il suo itinerario, andando a trovare le persone incontrate dall’amico e inscenando una complessa ma intrigante macchina finzionale, con l’aiuto di alcuni attori professionisti, che recitano nei ruoli di Gabriel e della sua compagna Cristina.

La fine è nota. Nella sequenza d’apertura che funge da prologo, girata in un’unica inquadratura, vediamo il cadavere di Gabriel, impersonato da João Pedro Zappa, rannicchiato sotto un masso, scoperto per caso da due contadini che lo avevano incontrato in precedenza, dopo 19 giorni che era disperso. Come a volerlo idealmente resuscitare, Barbosa ne ripercorre l’itinerario in Africa, secondo una scansione lineare in quattro capitoli, a partire dalla tappa in Kenya e passando per Tanzania, Zambia e Malawi. Gabriel ci si presenta subito come un personaggio sui generis e tale appare anche ai masai che incrociano, col suo zaino in spalla, l’inglese dall’accento brasiliano, la voglia di conoscere i posti più disparati muovendosi in autostop e fermandosi a dormire e a mangiare a casa delle guide più o meno improvvisate che incontra. Facile a socializzare e anche generoso nei confronti delle numerose persone in difficoltà in cui s’imbatte, Gabriel ha mantenuto un animus per certi versi naif, che lo porta non solo a cercare un’empatia immediata con i locali ma anche a praticare forme di appropriazione culturale di vario tipo, dalla memorizzazione di frasi in swahili all’ostentazione di vestiti e accessori acquistati o ricevuti in dono nel corso del viaggio. Una delle performance più imbarazzanti arriva quando si avvicina vestito con un pagne e tanto di spada masai a un branco di zebre in una riserva, pretendendo di cacciarne una alla maniera dei masai appunto.

Nella sua frenetica ricerca di esperienze estreme, specie quando si tratta di superare ostacoli fisici, Gabriel sottopone a rischiosi tour de force il suo fisico esile e nervoso ma mette a dura prova anche le guide. Come quando riesce in soli quattro giorni a scalare a piedi il Kilimangiaro, sia pure uscendone stremato e solo perché sostenuto nell’ultima ora e mezza da una guida esperta che risponde al nome evocativo di John Goodwill. Sulla cima, Gabriel seppellisce una foto del padre, morto anni prima, e si ferma di volta in volta in alcuni cybercafé per comunicare con la sorella, cui appare molto legato. Il rincontro a Dar El Salam con la compagna Cristina, dopo tre mesi di distanza, è buffo e intenso insieme. Le tappe a Zanzibar e in Zambia sono costellate di momenti di scoperta e avventura, all’insegna di un presente da vivere senza risparmio, visto che il futuro – con Gabriel che invita Cristina a raggiungerlo a Los Angeles ma lei sembra nicchiare – appare quanto mai incerto. Non che manchino momenti di tensione, come quando lei lo accusa di non essere diverso dagli amici ricchi e fricchettoni di San Paolo, e lui scopre di essere stato tradito da lei proprio con uno di loro, che gli danno del poverologo e lo prendono in giro, per la pretesa di studiare la povertà non nelle biblioteche universitarie d’élite ma lì dove i poveri vivono ogni giorno, nel sud-est asiatico e in Africa.

Rimasto solo, e benché giunto quasi alla fine del viaggio, l’itinerario di Gabriel, rimasto a corto di soldi e tempo, si carica di un senso di sfida alle cose sempre più estremo, per il quale non riesce più a trovare neanche guide, e arriva a dar via a un camionista il suo unico paio di scarpe da montagna, tenendo ai piedi solo i sandali masai acquistati in Kenya. La scalata al picco Sapitwa del monte Mulanje (che suona «non andare lì» in lingua locale) si carica anche di valenze esoteriche, giacché per i locali il luogo è abitato dagli spiriti e si dice abbia ispirato persino Tolkien per la saga del Signore degli anelli. Rimasto ormai solo, Gabriel si cimenta in un’ultima impresa impossibile, incrociando in un rifugio un’ultima compagna di viaggio casuale.

Costruito il suo dispositivo metafinzionale che tuttavia tiene lo spettatore bene agganciato lo spettatore all’avventura di Gabriel, grazie a uno sguardo empatico, asciutto e leggero sul piano delle retoriche filmiche, che nulla ha a che fare con l’epicità compiaciuta dei viaggiatori herzoghiani e si tiene bene alla larga, salvo per un calco fastidioso nel finale, dalla patinata vernice di neohipsterismo di Into the wild, inseguendo il modello ben più radicale di Senza tetto né legge di Agnès Varda. Colpisce per esempio, oltre il plurilinguismo e il gioco degli accenti, l’uso molto parco e sommesso delle musiche, giocato perlopiù su emissioni vocali, diegetiche e non.

Piacere del viaggio? Ricerca dell’estremo? Pulsione di morte? Gabriel rimane un viaggiatore privilegiato e muzungu – benché, dice lui, brasiliano, come se la sua fosse una terra dove le gerarchie di potere non si appoggiano ancora ai retaggi di razza - che gioca a fare il povero al riparo del conto custodito in una banca di San Paolo. Barbosa non fa nulla per sciogliere le contraddizioni del suo personaggio e nel finale semina indizi che vanno nella direzione di un’interpretazione psicanalitica complessa del suo viaggio di formazione ma senza pretendere di chiuderla in una chiave definita. Eppure, per certi versi, una morale c’è. La naïveté di Gabriel, oltre a questa dubbia disponibilità alla facile riproduzione performativa di un’identità culturale appropriata in poche ore, è la pretesa, tutta neocoloniale, di voler tutto esperire in termini di sguardo e presenza diretta, alle proprie condizioni, forzando la mano alla natura e ai saperi locali. Trattasi però di peccati da homo occidentalis che Gabrel paga salato. In ultima analisi, se il tuo status d’origine è protetto, quella fra turista e viaggiatore rimane forse solo una differenza quantitativa.

Leonardo De Franceschi | 70. Festival de Cannes

Cast & CreditsGabriel e a montanha
Regia: Fellipe Barbosa; sceneggiatura: Fellipe Barbosa, Lucas Paraizo, Kirill Mikhanovsky; fotografia: Pedro Sotero; montaggio: Théo Lichtenberger; suono: Pedro Sá Earp, Waldir Xavier; musica: Arthur B. Gillette; scenografia: Ana Paula Cardoso; interpreti: João Pedro Zappa, Caroline Abras, e con Alex Alembe, Lenny Siampala, John Goodluck, Rashidi Athuman, Tonny Lesika, Rhosinah Sekeleti, Luke Mpata, Lewis Gadson; origine: Brasile, Francia, 2017; formato: DCP, colore, scope, 5.1; durata: 129’; produzione: Rodrigo Letier, Roberto Berliner, Clara Linhart e Yohann Cornu per TV Zero e Damned Films, in coproduzione con Arte France Cinéma e Canal Brasil; distribuzione internazionale: Version Originale Condor

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