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Cannes 70. Makala

di Emmanuel Gras

Le strade polverose di un Sisifo nero

Secondo lungometraggio documentario di Emmanuel Gras (La vita di una mucca aka Bovines, era già stato presentato nel 2011 alla Selection ACID di Cannes), Makala si è aggiudicato il Grand Prix alla Semaine de la critique con un saggio di modalità osservativa, per dirla con Bill Nichols, che ripropone pregi e limiti di questo approccio al cinema del reale, con un surplus che riguarda l’etica dello sguardo. Per 96 minuti siamo proiettati dentro un qui e ora duro e a tratti insostenibile ma non dimentichiamo mai che questa tavola è apparecchiata per un filmgoer europeo o comunque occidentale e privilegiato, prova ne sia la ricerca di un’espressività nell’impaginazione audiovisuale che disturba più del confronto con la routine di Kabwita, il Sisifo carbonaio protagonista.

Dopo aver scoperto da operatore la regione mineraria del Katanga, nel sud del Congo, in Empire of Dust (Bram Van Paesschen, 2011), Gras ha raccontato nelle interviste di essere rimasto colpito dallo spettacolo impressionante di solitari trasportatori che sbucavano improvvisamente in aperta campagna da una curva, con una bicicletta carica in modo inverosimile di sacchi di carbone, diretti verso la città più vicina. Makala (in swahili carbone) è il ritratto in movimento di uno di questi, Kabwita Kasongo, 28 anni, che vive con la moglie Lydie nel villaggio di Walemba. a circa cinquanta chilometri dalla città più importante della regione, Kolwezi. I due hanno tre figlie piccole, la più grande delle quali vive e studia in città con le sorelle di Lydie. La prima parte del film ci mostra la vita nel villaggio, sempre però dal punto di vista di Kabwita e della sua famiglia. Il primo gesto del giovane è recarsi con due asce fuori dal villaggio e abbattere un albero smisurato, colpo su colpo. È solo il primo dei molti momenti nel film in cui mastichiamo disagio, davanti allo spettacolo cimiteriale di una natura devastata dalla deforestazione.

Come Kabwita, evidentemente, tanti altri nel villaggio si dedicano alla stessa attività. Una volta abbattuto, con una prossimità che tradisce un certo sentimento patemico per la violenza compiuta ai danni della natura, l’albero viene fatto a pezzi e trasformato in carbone usando un forno naturale, creato con toppe di terra sovrapposte, secondo una tecnica arcaica che ricorda un altro film-ritratto di carbonaio, l’algerino Le Charbonnier di Mohamed Bouamari (1972). Al villaggio la vita scorre tranquilla, con Kabwita che progetta con la moglie di costruire una casa più grande su un terreno non distante, ma la povertà si tocca con mano e a causa della deforestazione la vegetazione è rada come gli animali da cacciare, così a pranzo non si disdegna di mettere sotto i denti un topo di campagna, rosolato alla brace.

Ma per larga parte del film Gras pedina, macchina a mano morbida a seguire o a precedere, il suo protagonista, che cammina di giorno e di notte in solitaria per un tempo che sembra infinito, percorrendo lungo sentieri e strade di terra battuta le decine di chilometri che separano il villaggio dal centro più vicino, spingendo questa bicicletta trasformata in installazione abnorme, con un equilibrio fragilissimo e il costante rischio di venire investito dalle auto e dai camion che sfrecciano nel buio polveroso. Quest’epopea del quotidiano si trascina con un tempo che vive di ripetizione e di sforzo inane. Il regista tenta un difficile equilibrio compositivo fra prossimità patemica e distanza plastico-figurativa, appoggiandosi a uno score d’impatto, giocato su variazioni al violoncello di Gaspar Claus.

I modelli sono quelli, forti, del cinema di Gus van Sant e Bela Tarr, ma se il partito preso della continuità di ripresa e della presa diretta nei riferimenti evocati si accompagna perlopiù al doppio riconoscimento di una comunanza, magari straniata, al mondo raccontato, e di un filtro finzionale dichiarato e ad alto tasso di formalizzazione, la scelta di Gras di rimanere nel recinto del cinema del reale produce la percezione di un’ambiguità di fondo che intorbida lo sguardo, come nel cinema di Gianfranco Rosi, tradendone la ricerca di un’esperienza quasi estatica dell’audiovisione che poco si sposa con un vissuto che si consuma e consuma il paesaggio naturale e insieme antropico. Come salvaguardare la dignità di una persona e del suo mondo, senza giudicarla ma neanche tradire la violenza irredimibile dei rapporti di forze di cui è espressione, evitando di suturarla con una ricerca formale che cancelli le tracce di questo lavorio dell’etica dello sguardo? Makala è una risposta assai incerta a questa domanda.

Leonardo De Franceschi | 70. Festival de Cannes

Cast & CreditsMakala
Regia: Emmanuel Gras; sceneggiatura: Emmanuel Gras; fotografia: Emmanuel Gras; montaggio: Karen Benainous; suono: Manuel Vidal; musica: Gaspar Claus; con: Kabwita Kasongo, Lydie Kasongo; origine: Francia, 2017; formato: DCP, colore, 16/9, suono 5.1; durata: 96’; produzione: Nicholas Anthome per Batisphere; distribuzione internazionale: Les films du losange

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