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L'ordine delle cose

di Andrea Segre

Istruzioni, regole e scopo del gioco

«C’è qualcosa in questa fine dell’estate non so bene che cos’è / E non riesco a respirare», cantano i Baustelle ne Il Vangelo di Giovanni, ad apertura di un disco uscito a gennaio. Talvolta chi canta canzonette, o fa film, può avere visioni di un futuro collettivo e distopico, ma non credo basti alzarsi la mattina e raccoglierle dall’acchiappasogni appeso sopra al letto, bisogna meritarsele e per farlo occorre vivere con pienezza nel proprio tempo e avere familiarità con lo spazio altrui. Diversi commentatori si sono stupiti della capacità da parte di Andrea Segre di intuire lo scenario di guerra totale ai migranti in cui si è avventurato il nostro paese nel corso di questa estate ammorbata da campagne di odio, attentati, stupri e sgomberi. Evidentemente non conoscono il suo cinema, non sanno che da oltre dieci anni almeno, cioè dal documentario A sud di Lampedusa (2006), Segre batte instancabilmente le rotte dell’emigrazione dall’Africa, attraverso il Sahara e il Mediterraneo e misura la distanza che separa i crocevia di trafficanti e disperati dai palazzi di Bruxelles, Parigi, Berlino o Roma, nei quali quotidianamente i destini di migliaia di persone in fuga da guerre, dittature e carestie o semplicemente in cerca di una prospettiva migliore, vengono decisi, come in un gioco di ruolo.

Il «contrasto all’immigrazione clandestina» è infatti come un videogioco, un wargame a cui si può partecipare, al di qua e al di là del Mediterraneo. Cogliamo l’evidenza di questo dato nella sequenza in cui il protagonista, Corrado Rinaldi (un asciutto e controllato Paolo Pierobon), un alto funzionario degli Interni con una «storia da sbirro» esemplare, prima nella lotta alla criminalità organizzata e poi nella risoluzione di controversie internazionali, accompagnato dal collega e amico Luigi Coiazzi (Giuseppe Battiston), si confronta col capo della guardia costiera libica Mustafa Abdelladib (Hossein Taheri), davanti alla schermata elettronica con i tracciati radar delle navi che incrociano nel Mediterraneo, e il militare riconosce che sì, gli piace giocare, ma soprattutto quando c’è da guadagnare. Da trafficante a gestore di centri di detenzione a poliziotto di frontiera per l’Europa di Schengen, è solo una questione di prezzo. Perché è in Libia, per dirla col Ministro degli Interni nel film, che si può «chiudere il rubinetto che regola il flusso», «non possiamo continuare a far entrare tutti», cominciamo a bloccarli agendo nelle acque territoriali libiche, poi ci penseremo dopo a costruire gli hotspot a cinque stelle in cui si rispettano i diritti umani.

Corrado invece ha un rapporto contrastato con i videogiochi. Asciutto e ancora atletico, ha fatto parte della nazionale di spada alle olimpiadi e per tenersi allenato continua a dare di scherma con una playstation che si porta perfino in missione, ma non è la stessa cosa. È un uomo attento ai dettagli, Corrado, a cui piace disporre i vestiti sul letto con cura prima di indossarli, rimettere in asse col muretto del vicino il cassonetto della differenziata appena svuotato, ha una buona cultura, avendo studiato al Tito Livio di Padova, e una bella casa con giardino, nel comune di Tencarola con una bella moglie dottoressa (Valentina Carnelutti), un figlio studente in un college negli Stati Uniti e una figlia adolescente. C’è una doppia sequenza, incentrata su due telefonate via Skype, in cui Segre ci fa toccare in mano lo squilibrio intollerabile dei rapporti di forze fra Nord e Sud del mondo, predeterminando la qualità dei vita delle persone, sulla base del diritto al viaggio. Nella prima, Corrado si trova a Tripoli e viene raggiunto da una chiamata del figlio dagli USA, che gli bussa a soldi per pagare l’assicurazione sulla carta verde, pochi minuti dopo interviene la figlia da Roma per un saluto veloce prima di uscire con le amiche, e per un attimo si parlano in tre: sono separati da migliaia di chilometri ma nulla impedisce loro di colmare fisicamente quella distanza, basta prendere il passaporto e comprare un biglietto aereo. La qualità del segnale audiovideo ricorda quanto possa essere liscio lo spazio della globalizzazione se si è nati dalla parte giusta.

Più avanti nel film, Corrado è a Roma e viene invece chiamato via Skype da Swada, la profuga somala, reclusa nel centro di Zaouia, che ha avuto il coraggio di passargli di soppiatto un biglietto e una memory card chiedendogli di farla avere a uno zio a Roma. Contravvenendo a tutti i suoi doveri, Corrado decide di aiutarla e si ritrova a che fare, per la prima volta, con una persona, una delle migliaia tradotte in numeri che riempiono il suo notebook, con i suoi progetti di vita (vuole raggiungere il marito che studia matematica in Finlandia), i suoi drammi (ha appena perso il fratello massacrato dagli aguzzini di Zaouia), i suoi gusti (il piacere di perdersi nei romanzi epici). Brandelli di vita vengono fuori proprio da questa chiamata che Swada compie da un call center di Sabrata, dove staziona in attesa di riprovare la traversata, il segnale che va e che viene. Riesce a chiedergli però di mostrargli Roma, Corrado solleva il portatile oltre la finestra e noi con lui scopriamo che si trova a piazza della Repubblica, a pochi passi dalla stele che commemora la morte dei militari italiani periti nella battaglia di Dogali (ora Eritrea, 1887), per assicurare un posto nel salotto buono dell’Europa all’Italia postunitaria a spese dell’Etiopia, stato sovrano rimasto fuori dalla scacchiera delle grandi potenze coloniali. Poco più in là c’è piazza Indipendenza, dove da un giorno all’altro il 19 agosto oltre 800 rifugiati perlopiù eritrei, molte donne e bambini, sono stati sgomberati da uno stabile occupato, caricati ripetutamente dalla celere e abbandonati al loro destino dalle istituzioni nazionali e locali.

«I personaggi e i fatti qui narrati sono interamente immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce», scrive Segre in apertura di film. L’ordine delle cose, il suo terzo lungometraggio di finzione, dopo Io sono Li (2011) e La prima neve (2013) non offre risposte, ma consegna allo spettatore la possibilità di confrontarsi con la crisi morale di un funzionario, uno dei tanti che mandano avanti ogni giorno questo gioco di ruolo e di morte, che è diventata la gestione dei migranti irregolari in transito attraverso il Mediterraneo. Il felice titolo foucaultiano ci aiuta a capire che non c’è niente di naturale né di necessario in quest’ordine delle cose, espressione di una violenza discorsiva che cela interessi materiali, politici ma anche sempre più cospicui, solo a voler misurare le montagne di denaro pubblico che vengono riversate, dall’Europa, per pagare politici più o meno fantoccio, capi di milizia e ormai direttamente boss del traffico, pur di chiudere il rubinetto e trattenere al di qua del Mediterraneo migliaia di persone in lager disumani, a morirsene a casa loro, e dalle famiglie dei migranti, pur di assicurare ad alcuni la possibilità di esercitare uno dei diritti umani fondamentali, la libertà di movimento.

Risulta davvero paradossale, anche se per molti versi perfino ovvio, che un film così necessario, e in grado di scardinare abitudini mentali indotte da un ventennio di bombardamento mediatico a senso unico, se solo si riesce a entrare nella testa – per poi uscirne, al momento giusto – di Corrado, uomo grigio di questo ingranaggio infernale, nonostante il finanziamento di Rai Cinema, una coproduzione internazionale e un’anteprima importante alla Mostra di Venezia, arrivi in sala in un numero così limitato di piazze e di copie. Appare tanto più doveroso sostenerlo fin dal primo weekend, per assicurargli una tenitura consistente e auspicabilmente una distribuzione più capillare, e interrogarsi sulle chiavi che ci offre l’autore stesso e quanti (Igiaba Scego, Luigi Manconi e altri) hanno contribuito al pamphlet che accompagna il film – ma va letto, raccomandano opportunamente, solo dopo aver visto L’ordine delle cose. Lo scrivo, anche se alcuni che conoscono il suo cinema, vi noteranno, insieme all’intelligenza sottile delle cose del mondo e al disegno sicuro delle psicologie individuali, assicurata dal talento suo e di Marco Pettenello, una certa qual tendenza ad appoggiare lo sguardo registico all’intelaiatura della sceneggiatura, concedendosi di rado dei momenti di figurazione tali da imporsi alla visione e alla memoria dello spettatore.

Tra le molte note positive, anche la buona prova di Yoursa Warsama, una performer e autrice britannica di origini somale, che indossa il ruolo di Swada con apprezzabile misura ed credibilità. Nel cast del film, girato per ovvie ragioni di opportunità fra Tunisia e Italia, spicca la presenza, in un ruolo minore, di Amin Nour, talento afrodiscendente in ascesa del cinema italiano (sua la coregia di Ambaradan, un corto MigrArti presentato in questi giorni al Lido) e di Dagmawi Yimer, indimenticato coregista e protagonista di Come un uomo sulla terra (2008), come assistente alla regia. Fra gli amici di Facebook di Swada abbiamo riconosciuto il nome di Zakaria Mohamed Ali, giornalista e filmmaker somalo, rifugiato in Italia, che ha raccontato con sintetica forza e misura la propria esperienza drammatica di viaggio migratorio dall’Etiopia via Lampedusa, in To Whom It May Concern.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsL’ordine delle cose
Regia: Andrea Segre; sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre; fotografia: Valerio Azzali; montaggio: Benni Atria; musica: Sergio Marchesini; scenografia: Leonardo Scarpa; interpreti: Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti, Olivier Rabourdin, Fabrizio Ferracane, Yusra Warsama, Roberto Citran, Fausto Russo Alesi, Hossein Taheri; origine: Italia/Francia, 2017; formato: DCP, colore; durata: 115’; produzione: Francesco Bonsembiante e Antoine de Clermont-Tonnerre, per JoleFilm e Rai Cinema, in coproduzione con Mact Productions e Sophie Dulac Productions; sito: lordinedellecose.it; Facebook: @lordinedellecose

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