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Venezia 74: Looking for Oum Kulthoum

di Shirin Neshat

Della creazione al femminile, tra fragilità e ambizioni

Presentato in anteprima mondiale alla 74ª Mostra di Venezia, Looking for Oum Kulthum (2017) riporta alla ribalta cinematografica l’artista visiva iraniano-americana Shirin Neshat, in una fase estremamente fertile della sua attività, se è vero che in questi giorni al Museo Correr di Venezia è ancora possibile vedere la sua mostra di ritratti The Home of My Eyes, che include anche il video Roja (2016) e solo di un mese fa data la sua prima regia operistica, con l’Aida di Verdi e l’orchestra diretta da Riccardo Muti. L’opera seconda di Neshat, che viene dopo l’acclamato Donne senza uomini (2009), Leone d’argento per la miglior regia, è ancora un ritratto al femminile, complesso e ambizioso, focalizzato però più sulle incertezze di una regista iraniana alle prese con un biopic sulla inarrivabile Stella d’Oriente o Quarta Piramide d’Egitto che sulla concreta esperienza storica della diva della canzone araba: più che un film-saggio un apologo, visualmente denso e drammaturgicamente involuto, con tratti di esemplarità dimostrativa ma che con efficacia pone il problema degli spazi di movimento che ancora oggi sono a disposizione di un’artista donna, nel mondo arabo e non solo.

Come era accaduto per lo scrittore libanese Selim Nassib con Ti ho amata per la tua voce, anche Neshat approfitta della distanza, stavolta anche linguistico-culturale, oltre che storica, che la separa dal mito di Oum Kalthoum, per affrontarla attraverso una prospettiva decentrata. Se lì lo sguardo, filtrato da un elemento di finzionalità, era affidato al poeta-paroliere Ahmad Rami, qui va a Mitra (Neda Rahmanian), una regista iraniana sulla quarantina, esule all’estero, di cui Looking for Oum Kulthum ripercorre un arco temporale limitato, corrispondente alle ultime fasi della preparazione del suo biopic, dalla scelta del cast alle stesse riprese. Il perché di questa scelta prospettica è fin troppo evidente: Oum Kulthum è senza alcun dubbio il mito culturale di gran lunga più popolare in tutta l’area araba, dal Marocco agli Emirati; vissuta dal 1904 al 1975, ha attraversato vari momenti epocali della storia d’Egitto, dal periodo di re Faruk alla rivoluzione del 1952 e l’ascesa del nazionalismo panarabo di Nasser. Per quarant’anni ogni primo giovedì del mese le strade del Cairo si sono svuotate, aspettando un suo concerto alla radio, e ancora oggi questa tradizione viene perpetuata, così come viene ricordata la partecipazione di quattro milioni di persone ai suoi funerali. Allo stesso tempo, in vita la diva si è consacrata interamente alla musica e al suo popolo, sollevando una densa cortina sulla vita privata e diventando un’icona intoccabile.

Ambiziosa e volitiva, Mitra nasconde però fragilità, che derivano dal fatto di doversi costantemente imporre, in un mondo professionale dominato da uomini, e dalla lontananza del figlio 14enne, rimasto in Iran col padre. L’unica presenza rassicurante nella sua vita è un amico-assistente, Amir (Mehdi Moinzadeh), che le fa da schermo nei momenti di difficoltà. Neshat ci introduce successivamente ai due attori scelti per interpretare i ruoli principali del film: Ghada (Yasmin Raeis) è una giovane maestra elementare dalla voce prodigiosa ma senza nessuna esperienza di set, a suo agio solo nelle scene cantate; Ahmed (Kais Nashif), scelto per interpretare il giornalista Latif, di origini umili e filo-nasseriano, si rivela un attore scostante e dai modi sessisti, che contesta apertamente le scelte artistiche di Mitra. La lavorazione procede agevolmente, nonostante le difficoltà, tra Marocco ed Europa, quando la notizia dell’improvvisa scomparsa del figlio in Iran getta Mitra in una condizione di prostrazione profonda, che costringe la donna a ripensare alle sue priorità come artista e come madre, e a fare i conti con il fantasma di Oum Kulthoum.

La traiettoria descritta viaggia sul filo della soggettiva di Mitra, quasi costantemente in scena, da protagonista o dietro la cinepresa, nelle scene del film-nel-film, anche se Neshat cerca di restituire una certa solidità al profilo di Ghada. Ritroviamo, nel ritmo lento e meditato di Looking For Oum Kulthoum, l’andamento libero e rapsodico di Donne senza uomini, con la cornice del set che idealmente sostituisce qui quella storica dell’estate del 1953, e anche la ricerca di continue accensioni lirico-visuali, compiuta attraverso una tessitura assai controllata della partitura sonora e un registro luministico che tende alla desaturazione dei toni negli esterni e alla costruzione di inquadrature, nelle scene del film-nel-film ma non solo, fortemente calibrate sul piano compositivo e cromatico, in cui lenti movimenti di travelling si alternano a inquadrature fisse e stacchi di montaggio in asse, come ad evocare la retorica essenziale dei film in cui la diva stessa fu coinvolta, nei primi anni del cinema sonoro egiziano.

Dopo un visionario prologo in cui vediamo Mitra faccia a faccia col suo mito e con l’immagine di Oum Kulthoum adolescente, spinta dal padre ad esibirsi in pubblico vestita da ragazzo, il film segue un andamento narrativamente piano, per poi ripiegarsi intorno al nodo delle fragilità di Mitra. La regista prima rimprovera Ghada di non saper restituire il cambio di passo di una Oum Kulthoum consapevole del proprio ruolo pubblico, e disposta quindi a sacrificare la vita privata pur di preservare lo status iconico, per poi smarrire tutte le sue certezze, alla notizia della scomparsa del figlio. Neshat ha in serbo un’invenzione finale sconcertante, annunciata dalle perplessità di assistente e produttore, che non mancherà di colpire specialmente il pubblico egiziano. C’è qualcosa di meccanico e didascalico, tuttavia, in alcune pieghe dialogiche che descrivono la curva psicologica di Mitra: seguendo l’itinerario, oscillante tra fedeltà a una visione d’autrice, fama di notorietà e sensi di colpa materni, della sua regista, Neshat finisce consapevolmente per fare violenza al mito della diva senza tempo, quasi a compiere una sorta di vendetta simbolica ma, così facendo, rinuncia alla possibilità di reinterpretare in chiave soggettiva la donna Oum Kulthoum, al di là del mito.

Leonardo De Franceschi | 74. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsLooking for Oum Kulthoum
Regia: Shirin Neshat; sceneggiatura: Shoja Azari e Shirin Neshat in collaborazione con Ahmad Diba; fotografia: Martin Gschlacht; montaggio: Nadia Ben Rachid; musica: Amine Bouhafa; scenografia: Erwin Prib; costumi: Mariano Tufano; interpreti e personaggi: Neda Rahmanian (Mitra), Yasmin Raeis (Ghada), Mehdi Moinzadeh (Amir), Kais Nashif (Ahmed/Latif), Najia Skalli (Oum Kulthum); origine: Germania/Austria/Italia, 2017; formato: DCP, colore, 1.85:1, 5.1; durata: 90’; produzione: Gerhard Meixner, Roman Paul, Bruno Wagner, Martin Gschlacht, Antonin Svoboda, Shirin Neshat e Shoja Azari, per Razor Film in coproduzione con Coop99, In Between Art Film, Vivo film, Schortcut Films; vendite internazionali: The Match Factory

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