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Venezia 74: Mektoub My Love: Canto Uno

di Abdellatif Kechiche

Il destino di uno sguardo

La luce calda delle spiagge mediterranee, i pomeriggi pigri e voluttuosi di un paesino marittimo, giovani corpi desideranti, uno sguardo curioso e sensuale. Sono questi gli ingredienti che Abdellatif Kechiche lascia cuocere a fuoco lento, molto lento, fino ad ottenere le tre ore di Mektoub my Love: Canto Uno, il primo di tre film ispirati al regista franco-tunisino dal romanzo La Blessure, la vraie di François Bégaudeau. Il film è stato presentato in concorso a Venezia 74.

È il 1994. Amin (l’esordiente Shaïn Boumedine) è un giovane aspirante sceneggiatore e fotografo che torna da Parigi a Sète, nel sud della Francia, per ritrovare la famiglia durante le vacanze estive. Amin è un ragazzo schivo e riservato, di natura curiosa ma contemplativa. I suoi parenti invece sono piuttosto irrequieti. Tra tutti spicca suo cugino Tony (Salim Kechiouche), un mare in tempesta: seduttore seriale, amante insaziabile. Tony è l’amante stabile di Ophélie, una giovane contadina, ma non perde occasione per mietere nuove conquiste. Un pomeriggio trascina Amin nei suoi incontri ludici in spiaggia, all’abbordaggio di due giovani ragazze compiacenti, Celine e Charlotte. Da così inizio a un vortice di desideri, aspettative e batticuori che avvolgono l’imperturbabile Amin e nutrono la sua sete di vita, materia prima per le sue sceneggiature.

La spina narrativa che sorregge il racconto è esile quanto la brezza marina che accarezza i personaggi. La storia procede in modo neghittoso e le linee narrative tendono a debordare l’una sull’altra. Il film è certamente un’opera corale che recupera le atmosfere di vita familiare già presentate da Kechiche in Cous Cous (La Graine et le mulet, 2007, che si svolgeva nella stessa cittadina di Mektoub. Anche in quest’ultimo film torna il senso di famiglia come comunità allargata, gravitante attorno ad un ristorante a conduzione familiare. Una famiglia dal sangue caldo che vede la riservatezza di Amin come un ostacolo da sollevare, sicché fin anche sua madre lo spinge ad abbandonare la claustrofilia della camera oscura per gettarsi nella mischia.

Gran parte del film è composta da dialoghi, semplici e quotidiani, sotto la cui superficie scorre la linfa vitale di emozioni fondamentali ancora non addomesticate, appena percepibili negli sguardi, ricambiati, negati, sommessi, delusi dei personaggi. Il tratto stilistico più visibile è certamente l’uso disinvolto del tempo. In Mektoub, my love si ha l’impressione che ogni scena possa essere quella conclusiva. Negli ultimi film la durata è diventata un elemento cardine nel racconto di Kechiche. Quasi alla spasmodica ricerca di un naturalismo esasperato, ogni sequenza viene costantemente espansa fino a diventare un micro film nel film. Affogati in decine di minuti di chiacchiere tra parenti, amici e amanti, resta allo spettatore l’onere di indagare nei comportamenti e setacciare le parole per afferrare il bandolo della matassa. Unico elemento di amalgama nella confusione dei tracciati narrativi resta lo sguardo curioso di Amin, alter ego del regista voyeur.

Kechiche è un autore estremamente esigente tanto con i propri attori quanto con i suoi presunti spettatori. Come già per il suo film precedente, La vita d’Adele - Capitoli 1 e 2 (2013), anche qui gli attori trasmettono una freschezza e una naturalezza rare. Fin dalla prima scena, dove Amin spia il cugino Tony da una finestra, si ha davvero l’impressione di spiare dei ventenni di nascosto mentre amoreggiano ignari. Il film conferma il gusto di Kechiche per l’ostentazione di scene di sesso libero e disinibito, mostrate nella loro durata e in modo quasi documentaristico. Questa scelta gioca con il voyeurismo implicito dello spettatore, terzo apice di una triangolazione di sguardi assieme al regista e al protagonista. Una componente ludica spesso malintesa da una parte della critica che accusa Kechiche di comprimere il desiderio femminile in un punto di vista ostentatamente maschile.

Interrogato sulla scelta di ambientare il film negli anni ’90 Kechiche ha detto “un secolo che ho conosciuto benissimo, per capire l’oggi è buona cosa capire il passato. Mi sembra che nell’epoca che ho descritto la gente vivesse in modo più armonioso”. Di certo è sotteso un riferimento politico alla xenofobia dilagante in Europa, dove i flussi migratori sono stati associati in modo tendenzioso allo spauracchio del terrorismo, la solita psicosi pilotata per canalizzare tanti voti quanti malcontenti. È un valore aggiunto che il film porta con se, lo sguardo su un modello già riuscito e oliato di integrazione, convivenza, amore che ad ogni elezione la Francia rischia di dimenticare.

Riccardo Centola | 74. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & Credits
Mektoub My Love - Canto Uno
Regia: Abdellatif Kechiche; sceneggiatura: Abdellatif Kechiche e Ghalia Lacroix, dal romanzo di François Bégaudeau; fotografia: Marco Graziaplena; montaggio: Nathanaëlle Gerbeaux, Maria Giménez Cavallo; sonoro: Remi Durel; interpreti: Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Kamel Saadi, Estefania Argelich; origine: Francia/Italia, 2007; formato: DCP, colore; durata: 180’; produzione: Abdellatif Kechiche, Ardavan Safaee e Jérôme Seydoux per Quat’sous Films, France 2 Cinéma, Pathé, Bianca Film, Good Films; distribuzione: Vision Distribution.

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