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RomaFF12. Detroit

di Kathryn Bigelow

Essere nero è un motivo sufficiente per morire

In occasione dell’uscita nelle sale italiane dell’ultimo film della Bigelow, riproponiamo la nostra recensione in anteprima dopo la presentazione al Festival di Roma.

***
Presentato all’interno della selezione ufficiale della 12 edizione della Festa del Cinema di Roma, Detroit è l’ultimo “war movie” della pluripremiata regista californiana Kathryn Bigelow.
Questa volta non ci troviamo in Iraq o in Pakistan (The Hurt Locker, Zero Dark Thirty) bensì a Detroit, in Michigan, e la guerra messa in scena è la sanguinosa repressione della rivolta razziale del 1967. Un film duro, coraggioso (da donna bianca), necessario (non sono ancora sufficienti le narrazioni sulle discriminazioni degli afroamericani), che rimanda dichiaratamente all’insuperata frattura razziale degli odierni Stati Uniti.

23 luglio 1967. La polizia fa irruzione in un locale della Dodicesima strada che vende alcolici senza licenza e arresta un’ottantina di persone afroamericane, che si erano ritrovate per festeggiare il ritorno di un veterano della guerra in Vietnam. Durante l’arresto esplode la rabbia, il quartiere si scaglia contro la polizia, quasi interamente bianca (c’è un solo poliziotto nero), e dà inizio alla rivolta: per cinque giorni la città viene saccheggiata e bruciata, invasa dai carri armati dell’esercito e della guardia nazionale. Il 27 luglio le sommosse vengono sedate; 43 sono i morti e quasi 2000 i feriti (è la terza rivolta più sanguinosa nella storia degli Usa). Questa è la cornice in cui si dispiega la storia. La regista sceglie infatti di ritagliare un evento specifico della rivolta: gli abusi di tre agenti della polizia di Detroit che trasformano l’Algiers Motel in un luogo di tortura. Con l’obiettivo di trovare un’arma che non c’è, i poliziotti seviziano un gruppo di ragazzi neri e due ragazze bianche ospiti del motel, uccidendo tre dei giovani afroamericani. L’epilogo, purtroppo, lo conosciamo bene, gli agenti vengono assolti.

Il 1967 è stato l’anno di spartiacque e ha segnato l’inarrestabile declino della città: in quarant’anni Detroit ha perso due terzi della popolazione (soprattutto bianca e benestante), ha visto la chiusura delle fabbriche, l’abbandono degli edifici, l’aumento della criminalità, diventando il simbolo della città post-industriale, decadente (così come è ritratta in Solo gli amanti sopravvivono di Jarmush), nera (la percentuale di abitanti neri e bianchi si è invertita in sessant’anni, passando dal 9% di afroamericani nel 1940 all’83% nel 2010), che prova a rinascere dalle macerie reinventando nuove forme di economia sostenibile.
Detroit è anche la città della musica black (soul, jazz, R&B, techno, hip-hop). Nel film c’è la Motown Records, celebre etichetta discografica afroamericana che nel 1972 trasferirà gli uffici a Los Angeles ma che in quegli anni inanellava successi. E c’è la decisione di posizionarsi politicamente e culturalmente, scegliendo di non realizzare musica per bianchi: uno dei protagonisti è Larry Reed, cantante dei The Dramatics che lascerà il gruppo dopo gli eventi dell’Algiers Motel.

Oltre a Larry, in quel motel infernale, ci sono sei ragazzi neri e due ragazze bianche che fanno scatenare l’ira punitiva degli agenti. Viene messa in campo una violenza di genere esasperata dalla linea del colore: se due bianche stanno con un nero è perché sono puttane e lui è il loro pappone. Non sono previste alternative, non deve essere scalfito lo stato delle cose; per aver oltrepassato il confine del colore gli afroamericani vanno puniti ulteriormente, anche se uno di loro è un veterano pluridecorato. Ed è qui – e quando arriva la lettera di arruolamento a un altro ragazzo – che il patriottismo di Bigelow si incrina e sembra chiedersi: cosa significa essere americani, combattere per il proprio paese se essere nero costringe a una cittadinanza di serie b con differenti diritti?

L’interrogativo lascia disarmati e incattiviti e inevitabilmente ci conduce alle gerarchie di oggi, agli abusi di potere declinati razzialmente e all’impunità della polizia (Diaz e Bolzaneto sono l’esempio bianco e italiano). Solo nel 2015 i neri uccisi dalle forze dell’ordine negli Stati Uniti sono stati 346 e nel 97% dei casi nessun poliziotto è stato incriminato. Detroit allora, grazie a una regia documentaristica (vengono inseriti filmati di repertorio), nervosa, corporea, così vicina ai personaggi da sentirne il sudore, è un film di denuncia, di rabbia, di sconfitte, un film che ci riporta a Trayvon Martin, a Michael Brown e al fuoco di Ferguson. Il fatto stesso che il processo sull’Algiers Motel non sia mai stato riaperto e che la regista si sia basata unicamente su testimonianze e documenti, ci dice quanto gli Stati Uniti siano lontani dall’era postrazziale sognata con Obama e ora ancora più difficile da immaginare.

Valentina Lupi | 12. Festa del Cinema di Roma

Cast & CreditsDetroit
Regia: Kathryn Bigelow; sceneggiatura: Mark Boal; fotografia: Barry Ackroyd; scenografia: Jeremy Hindle; montaggio: William Goldenberg, Harry Yoon; musiche: James Newton Howard; interpreti: John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray, Jack Reynor, John Krasinski, Kaitlyn Dever, Tyler James Williams, Jason Mitchell; origine: USA, 2017; durata: 143’; produzione: Annapurna Pictures, First Light Production, Metro-Goldwyn-Mayer; distribuzione: Eagle Pictures

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