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JCC28. Un piccolo bilancio di un grande festival

di Maria Coletti

Si è chiusa ieri sera con una lunga cerimonia al Teatro Municipale di Tunisi, recentemente restaurato, l’edizione 2017 delle Journées Cinématographiques de Carthage, il festival più antico del continente africano, che accoglie a Tunisi tutte le cinematografie del continente e del mondo arabo.
Personalmente, dopo quasi 10 anni di assenza dalle JCC, posso dire di aver trovato un festival cresciuto, diventato anche una festa per la città, e inoltre con proiezioni migliorate a livello della qualità tecnica e soprattutto con una buona qualità della selezione, soprattutto dei lungometraggi del concorso ufficiale.

Nonostante le solite e inevitabili critiche – dovute anche a qualche effettiva defaillance e a problemi organizzativi che potrebbero risolversi creando una équipe del festival permanente, al lavoro durante tutto l’anno – è innegabile che Nejib Ayed, il nuovo direttore delle JCC, sia riuscito nell’intento di dare vita a un festival molto più grande e maturo, capace di coinvolgere la città intera in una festa del cinema davvero popolare e trasversale. Non solo con il tappeto rosso democratico e partecipato, senza star e vip, che ha attraversato per due volte l’avenue Habib Bourguiba, ma anche grazie alla trasformazione dello stesso viale in una “CinéAvenue”, riempito da proiezioni cinematografiche all’aperto, concerti e spettacoli di danze che hanno coinvolto il pubblico di tutte le età.

Una scommessa non da poco per un paese che ha realizzato una rivoluzione e passo dopo passo continua nella costruzione democratica, cercando di tenere lontano il pericolo di una involuzione integralista e proprio per questo investendo moltissimo nella cultura, come dimostra anche il progetto della monumentale Cité de la Culture, che accoglierà la nuova Cineteca Tunisina insieme al CNCI (Centro Internazionale del Cinema e dell’Immagine) e alla Biblioteca Nazionale. Uno spirito cinefilo e laico, che ha permesso tra l’altro di poter portare in sala a Tunisi, dopo 5 anni di attesa, il documentario Même pas mal della regista tunisina Nadia El Fani, attaccata dagli integralisti nel 2011 per la proiezione del suo film Ni Allah ni Maître (Laïcité, Inch’Allah!), al Cinema Africa, danneggiato durante la proiezione del film e ora riaperto.

Nejib Ayed è riuscito anche nell’intento di tornare allo spirito militante delle origini, dando spazio, accanto alle numerose proiezioni in programma, anche ad occasioni di approfondimento, con conferenze, incontri, lezioni di cinema che si svolgevano di mattina e quindi non in contemporanea con i film, permettendo così agli accreditati professionali di partecipare senza perdere le proiezioni. Un’offerta ampliata anche dall’attenzione alle cinematografie provenienti dall’Africa e dall’America Latina, così come dalla sezione Cinéma du Monde, in cui molto coraggiosamente erano assenti i grandi nomi statunitensi o anche europei, espressione della volontà di liberare l’immaginario audiovisivo dagli influssi occidentali o di mercato dominanti.
Molto ben organizzata e piena di contenuto anche la sezione Carthage Pro, riservata al Producers Network e all’Atelier Takmil, davvero due spazi pieni di progetti di qualità di giovani registi e registe, che sono l’avvenire del cinema africano, e non solo.

Una ventata di aria fresca e di speranza per il futuro del cinema ha attraversato gli schermi e la città lungo tutta la settimana delle JCC. Come dimostra la partecipazione massiccia delle nuove generazioni: tutte le sale strapiene, non solo di accreditati, ma del pubblico vero, fatto di cinefili, famiglie e ragazzi e ragazze, pieni di interesse ed entusiasmo.

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