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MedFilm 23. Sinestesia Cairo ’13

di Maged El Mahedy

La rabbia e l'esilio

A cinque anni dal film che lo aveva portato a vincere a Torino con I don’t speak very good, I dance better (2012), Maged El Mahedy è tornato, finalmente, alla ribalta di un festival, il MedFilm, per presentare al pubblico di Roma questa sua nuova fatica, il quarto documentario in oltre due decenni di vita e lavoro in Italia. Partito stavolta per inseguire proustianamente due suoni che lo rinviano all’infanzia, la rababa o rebab (strumento tradizionale ad arco composto da una piccola cassa, un lungo collo con uno-tre corde e un archetto curvo, che si maneggia come la viola da gamba) e il rombo dei caccia, e dialogare con l’immagine materna della sfinge, El Mahedy si ritrova malgré lui ancora testimone di un nuovo turning point nella storia d’Egitto, la rivolta di piazza del 2013 che porta alla destituzione di Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, dalla carica di presidente. Il regista cerca di organizzare una difficile narrazione in presa diretta mentre tra un incursione e l’altra in strada, l’occhio e soprattutto l’orecchio lo portano invece verso una ricerca di tipo introspettivo: Sinestesia Cairo ’13 ci parla di un cinema condannato a raccontare, in tempi di guerra, il farsi e il rifarsi di una storia di popolo ma che uno spleen (im)possibile da gestire dirotta verso una struggente meditazione autoriflessiva.

Trailer Sinestesia English from Maged El Mahedy on Vimeo.

Scandito da cartelli che ancorano la narrazione a una dimensione produttiva e informativa, punteggiato da stralci di telegiornali italiani che straniano la dimensione del qui e ora con uno sguardo occidentale, sorpreso e allarmato dall’evoluzione incerta del quadro politico, il film vive di un andirivieni inquieto fra una o più stanze e lo spazio della strada, invaso ancora una volta dopo la rivoluzione del 2011 da fiumi di folla, uomini e donne del popolo, decisi a liberarsi dal più impopolare dei suoi presidenti. Due incontri aiutano il regista a dare sostanza politica al suo report, quello con il pittore Mohammed Ablah e quello con lo scrittore Sonallah Ibrahim, ma la tecnologia lo tradisce e ancora una volta l’occhio e l’orecchio si divaricano, con l’immagine che resiste nitidamente e la voce dell’intellettuale che galleggia incerta in uno spazio-tempo mentale. Cinema d’esperienza, che restituisce la materialità della protesta di piazza senza quasi mediazioni, Sinestesia Cairo ’13 si apre a registrare le voci di una collettività dispersa e ferita, in una costellazione di incontri, punteggiati da sguardi rubati dal balcone o in teleobiettivo, a cogliere momenti di una violenza poliziesca senza senso.

Colpisce il dialogo con una giovane guida turistica nella zona delle piramidi, che si lamenta per la crisi del turismo che colpisce l’Egitto dalla rivoluzione del 2011. La sfinge piange, dice l’uomo, per la sorte del suo popolo, mentre le autorità cercano di salvaguardarla dall’usura del tempo. Aiutandosi con alcune immagini d’archivio in bianco e nero, il regista ci restituisce un’immagine calda, vissuta e domestica, del monumento più amato e fotografato dai turisti occidentali e ci lascia ad immaginare che cosa sarebbe potuto essere questo film se la Storia non lo avesse portato a piazza Tahrir e nei bar della capitale per documentare il sentimento del suo popolo. In alcuni è ancora viva la nostalgia per i tempi di Mubarak, per una solidità e un benessere perduti. Negli sguardi e nelle voci degli uomini e delle donne insorti in strada vibra però unanime l’insofferenza per un presidente che, approfittando di una posizione di vantaggio, dopo alcuni decenni di opposizione al regime del rais, una volta insediatosi, ha intossicato di violenze e paure la vita dei suoi cittadini, a partire dalle donne e dalla minoranza copta.

Come e forse ancor più che in I don’t speak very good, I dance better, la narrazione di El Mahedy vive di strappi e derive continue, in un andamento rapsodico che è anche trascrizione di un andirivieni dello sguardo-ascolto, dallo spazio pubblico della rivolta a quello intimo della meditazione in prima persona. Consolato dalla voce di Umm Kulthum, che da decenni lenisce le ferite del popolo egiziano, come lo sguardo della sfinge, il regista gratta, raccoglie e ci riporta la materialità, prima ancora del senso, di questa storia di popolo che cambia ancora una volta le sorti del paese ma non può sottrarsi a una fuga costante verso un altrove del discorso che coincide con lo spazio-tempo dell’enunciazione cinematografica, il faccia a faccia con l’immagine di sé accompagnato dalla protesi della videocamera, il fantasma feticcio dell’uomo-con-la-macchina-da-presa. In uno territorio che non sappiamo se appartenere alla presa diretta o in una ricomposta totalità postsincronizzata, lo raggiunge la voce di un cantante che si strugge per la propria condizione di solitudine ed esilio senza rimedio, e allora ci torna l’immagine di un altro sguardo e un altro spazio-tempo, quello del Meursault di Camus (e Visconti), che dalla finestra della sua casa di Algeri, vede scorrere la vita di un popolo in cui non ha mai saputo riconoscersi. Suggestione dell’attimo? Può darsi, ma la forza incerta e precaria di Sinestesia Cairo ’13 sta anche, per chi scrive, nella responsabilità di uno sguardo-ascolto che resiste alla tentazione di una contemplazione dolorosa della propria condizione di erranza – e r/esistenza da filmmaker di frontiera – per provare, davanti alla Storia in marcia, a farsi voce di popolo.

Leonardo De Franceschi | 23. Medfilm Festival

Cast & CreditsSinestesia Cairo ’13
Regia, sceneggiatura e produzione: Maged El Mahedy; fotografia: Ahmed Beshary; montaggio: Ahmed Hafez; scenografia: Hend Haidar; musica: Hani Adel; con: Maged El Mahedy, Adel Saad, Sonallah Ibrahim, Mohammed Ablah, Mostafa Rizk, Abdrahman Adam, Abul Wafa Hamada, Hussein Fekry; origine: Italia, 2017; durata: 69’; produzione: Neghma Film; Facebook: @neghmafilm

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