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Berlinale 2018: la nostra selezione

di Maria Coletti

Festival Internazionale del Film di Berlino, 68ma edizione, 15-25 febbraio 2018

E’ iniziata il 15 febbraio l’edizione numero 68 del Festival di Berlino, che si concluderà domenica 25 febbraio. Come sempre, il festival si contraddistingue per una grande attenzione a titoli dal Sud del mondo, con una discreta presenza anche di produzioni dal continente africano.
Un’attenzione riservata anche nello spazio dedicato all’European Film Market, grazie all’iniziativa Africa Hub, ovvero un mercato dedicato interamente all’Africa sub sahariana che si è svolto dal 16 al 21 febbraio.

Ma passiamo ai film in cartellone.
Nella sezione Panorama Dokumente troviamo Kinshasa Makambo di Dieudo Hamadi (Repubblica Democratica del Congo), un documentario che ricostruisce le sommosse popolari del gennaio 2015 in seguito al tentativo del presidente Joseph Kabila di fare degli emendamenti per poter essere rieletto per la terza volta. Il regista ricostruisce ritratti e storie di Resistenza del proprio paese, mentre Kabila tutt’oggi rimane presidente, in maniera incostituzionale.

Nella sezione Panorama Special segnaliamo Yardie, il debutto alla regia del talentuoso e versatile attore londinese Idris Elba, già presentato al Sundance Film Festival. Tratto dal romanzo del 1992 di Victor Headley sulla cultura giamaicana a Londra, il film racconta di un giovane londinese di origine giamaicana che assiste all’omicidio del fratello minore, trasferitosi a Londra da Kingston, e si ritrova diviso fra gli ideali pacifisti del fratello e l’atteggiamento vendicativo della sottocultura di gang e droga in cui è immerso. “Yardie" è la parola con cui Scotland Yard definiva la cultura delle gang a Londra, ’quelli del cortile’ delle case popolari nelle zone povere di Londra. “E’ per questo – racconta il regista – che abbiamo intitolato il film così: perché così, almeno in Inghilterra, il pubblico può capire al volo di cosa stiamo parlando”. Spiega ancora il regista: “Sapevo che avrei potuto amplificare la verità del romanzo. Conosco bene la parte orientale di Londra, dove sono nato e cresciuto, e conosco quel periodo. Questa è una storia vicina a me, pur non essendo io di origine giamaicana, ma africana. Eppure conosco molto bene la gente di cui parla il libro. E sentivo che questo film non si sarebbe allontanato molto da chi sono in realtà. Per questo mi sentivo pronto alla regia: giocavo in casa”.

Diversi titoli di nostro interesse anche nel Forum.
Innanzitutto segnaliamo l’ultimo lungometraggio della regista marocchina Narjiss Nejjar, Apatride, presentato in prima mondiale. Nel film, Nejjar ricostruisce una pagina buia della storia del Marocco: l’espulsione, nel dicembre del 1975, di 45.000 persone marocchine dall’Algeria. Protagonista è infatti Hénia, una donna che continua ad essere tormentata dalla tragedia vissuta da bambina e dall’esilio forzato in cui si è trovata a vivere: aveva 12 anni quando è stata cacciata dall’Algeria con suo padre, mentre la madre era dovuta rimanere in Algeria. Hénia è così cresciuta con una ossessione: tornare in Algeria per ritrovare sua madre.

Da non perdere nella sezione Forum un altro film marocchino: Jahilya [nella foto], del talentuoso e visionario regista Hicham Lasri, che firma con questo suo ultimo lungometraggio la terza parte di una trilogia, dopo Starve Your Dog e Headbang Lullaby, che denuncia la misoginia e la violenza presenti nella società marocchina. Le sequenze iperrealistiche del film incarnano la dinamica di potere che si esercita tra uomini e donne, genitori e figli, potenti e poveri: è infatti l’umiliazione a tenere insieme i destini dei sei personaggi protagonisti del suo film corale.

Un altro titolo interessante, sempre nella sezione Forum, è il documentario del senegalese Jean-Pierre Bekolo: Afrique, La pensée en mouvement Part I. Nell’ottobre del 2016 l’economista, musicista e poeta senegalese Felwine Sarr ha fondato gli “Ateliers de la Pensée” (Laboratori del pensiero), insieme al suo amico e intellettuale Achille Mbembe. Per quattro giorni si sono riuniti a Dakar le figure più importanti della riflessione intellettuale senegalese, fra cui Lydie Moudileno, Romuald Fonkoua e Nadia Yala Kisukidi: il regista ha colto i momenti più salienti di queste riflessioni dedicate al futuro dell’Africa e in più generale del pianeta Terra, costruendo una sorta di Manifesto cinematografico che però ha l’ambizione di raggiungere un pubblico più vasto di quello di una sala di cinema.

Nel Forum, infine, segnaliamo la proiezione di un film creduto perduto e invece ritrovato e restaurato: Shaihu Umar di Adamu Halilu (Nigeria, 1976). Girato in lingua hausa e ambientato nel nord della Nigeria alla fine del XIX secolo, nel film alcuni studenti islamici ascoltano la storia del saggio Shaihu Umar, dalla morte del padre alla schiavitù fino alla scuola coranica e alla sua ricerca della madre perduta. Il film, realizzato nel 1976, è ispirato al romanzo omonimo del 1955 di Abubakar Tafawa Balewa, che è stato Primo Ministro della Nigeria dal 1957 al 1966. Il film si riteneva fosse perduto, ma nel 2016 sono stati ritrovati i negativi presso la Nigerian Film Corporationed è stato successivamente restaurato dall’Arsenal – Institute for Film and Video Art con il sostegno dell’Ambasciata Tedesca di Abuja.

A proposito di film ritrovati, segnaliamo la riproposizione alla Berlinale, nella sezione Omaggi, di un classico tra i film sui diritti civili: parliamo di Mississippi Burning di Alan Parker (Usa, 1988), ispirato all’assassinio di tre giovani attivisti per i diritti civili del Mississippi, avvenuto nella contea di Neshoba, Mississippi, nella notte tra il 21 e 22 giugno 1964, e interpretato da Gene Hackman e Willem Dafoe, a cui viene consegnato quest’anno l’Orso d’Oro alla carriera.

Segnaliamo infine un film della selezione ufficiale ma Fuori Concorso che ricostruisce una storia del passato per illuminare le storie tragiche del presente: Eldorado di Markus Imhoof. Quando il regista era bambino, conobbe in Svizzera una bambina rifugiata, arrivata dall’Italia. Oggi sulle navi italiane vengono salvate migliaia di persone provenienti dalla Libia, senza nessuna possibilità di viaggiare legalmente. Molte sono accolte in campi per rifugiati dove rimangono in media dai 12 ai 15 mesi; per chi fugge fuori dai campi, solo la speranza di sopravvivere nell’illegalità e nello sfruttamento, mentre anche la macchina dell’accoglienza in Svizzera, per i pochi che ce la fanno, ha tanti buchi. Il film di Imhoof è il tentativo di spiegare e denunciare il circolo vizioso in cui sono costrette migliaia di persone soprattutto a causa di interessi economici.

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