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FCAAAL 2018: Poisonous Roses

di Ahmed Fawzi Saleh

Nel ventre del mostro

Tra i film del Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo dell’ultima edizione del FCAAAL abbiamo visto l’esordio nel lungometraggio di Ahmed Fawzi Saleh, Poisonous Roses (2018). Il giovane regista egiziano ha presentato il suo film in Italia durante le giornate del Festival di Milano dopo la partecipazione all’ultimo IFFR (International Film Festival Rotterdam).
Ahmed Fawzi Saleh ambienta il suo film all’interno del quartiere delle concerie de Il Cairo proseguendo idealmente il percorso iniziato con il suo documentario Living Skin (2010) nel quale mostrava le terribili condizioni di vita dei lavoratori delle concerie seguendo la vita di due bambini. Anni di riprese e di vita in questi luoghi dei quali non si conosce molto e dei quali nessuno s’interessa.
Poisonous Roses riparte proprio da questi luoghi, dalle strade con le acque di scolo delle concerie putride e malsane, dalla povertà, da un ghetto all’interno de Il Cairo, dove gli abitanti si muovono come ombre tra i rumori assordanti dei macchinari sempre in funzione.

Il film racconta la storia di Taheya e Saqr, due fratelli che vivono con la madre nel quartiere delle concerie de Il Cairo. Saqr è insofferente e vuole, come molti prima di lui hanno fatto, emigrare in Italia clandestinamente, consapevole dei pericoli che questo comporta, ma deciso a non restare intrappolato nell’inferno delle concerie. Taheya è legata a Saqr e non vuole che lui la lasci e parta e fa di tutto per evitare che questo accada.

Ahmed Fawzi Saleh unisce documentario e finzione con la volontà di far emergere la mostruosità di questo luogo, intrecciandolo alla storia di Taheya e Saqr: i due fratelli vivono un rapporto quasi morboso, un amore ossessivo che il regista ha detto essere il risultato del posto senza speranza in cui vivono. Il vero protagonista di Poisonous Roses è infatti il quartiere, sono le concerie e le loro macchine infernali delle quali possiamo percepire rumori e odori insalubri, un film sensoriale che permette d’immergersi in un mondo dove umanità e speranze sembrano non esistere.
Saleh che ha presentato il film al festival, ha detto di aver lavorato due anni nel quartiere per studiare la luce, i colori, i suoni e sapere come e quando riprenderli per il film in modo da rendere meglio l’idea di questa sorta di inferno a cielo aperto. Anche la scelta di non utilizzare musiche ma solo ed esclusivamente i suoni e i rumori del quartiere, dell’acqua di scolo, dei carri che passano, delle macchine, dei vapori, è funzionale alla costruzione del personaggio/mostro del quartiere che fagocita i suoi abitanti.

Taheya e Saqr sono figli di questo mostro e il loro rapporto è il risultato dell’ambiente in cui vivono. Taheya porta ogni giorno il pranzo al fratello attraversando i vicoli umidi, sporchi e scuri e la camera la segue restituendo una sensazione di claustrofobia, come se ci si trovasse in una gabbia gigante, un labirinto dal quale non si può uscire. Taheya ha solo Saqr e qualche spiraglio di felicità, come il lago o una giornata al Luna Park dove lei e il fratello possono essere come gli altri, non più gli esclusi e i dimenticati dalla società. Taheya lavora come donna di pulizie in bagni pubblici dove si confronta con le altre colleghe ma viene ignorata da tutte le altre donne, benestanti, che vivono fuori dal mostro.
Come sottolineato dallo stesso Saleh, Poisonous Roses è un anche un film sulla classe operaia della quale vuole restituire un’immagine più realistica possibile: questo aspetto emerge in mondo molto evidente proprio perché il film non è incentrato sul lavoro nelle fabbriche ma sulla vita delle persone che sono costrette a lavorare in quei posti.

Se l’aspetto documentaristico di Poisonous Roses è centrale, allo stesso tempo Saleh ha inserito un elemento magico e surreale all’interno del film, quello di un uomo che pratica magie, legge le carte e che viene emarginato perché come dicono Saqr e il suo collega «la magia è eresia». Un personaggio, interpretato da Mahmoud Hemida (Il destino, 1997) che si aggira nel quartiere, osservando quasi divertito i drammi dei suoi abitanti. Seduto su una sedia simile ad un trono d’orato, viene allontano da tutti. Saleh ha detto che questo personaggio è una metafora e rappresenta Allah, Dio: la domanda è se e come Dio può intervenire sulla vita degli abitanti del quartiere e se può cambiarla.

Un esordio, quello di Ahmed Fawzi Saleh, molto interessante, perché Poisonous Roses ha una forza e un’incisività dovuti ad un minuzioso lavoro di preparazione e conoscenza del luogo: Taheya e Saqr e le loro vite fatte di frustrazione e sfruttamento dipendono dal quartiere chiuso, isolato, emarginato dal quale sembrano legati da un destino che non può essere cambiato.

Alice Casalini | Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano 2018

Cast & CreditsPoisonous Roses
Regia: Ahmed Fawzi Saleh; sceneggiatura: Ahmed Fawzi Saleh; fotografia: Maged Nader; suono: Sara Kaddouri; montaggio: Qutaiba Barhamji, Menna Elshishini, Nadia Ben Rachid; scenografia: Ahmed Fayez; costumi: Lina Aly; interpreti: Koky, Mahmoud Hemida, Ibrahim El Nagary, Saafa El Toukhy Marihan Magdy; origine: Usa, 2006; formato: DCP; durata: 70’; produzione: Al Batrik Art production, HAUT les MAINS productions, Red Star Films; distribuzione: HAUT les MAINS; sito ufficiale: https://www.facebook.com/ward.masmoom/

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