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Contromano

di Antonio Albanese

Quando non ci si può accontentare del partito preso

Uscito il 29 marzo per 01 Distribution in 300 copie, Contromano di Antonio Albanese ha avuto un discreto weekend d’apertura, con oltre 700 mila euro. Deve aver pagato, oltre al battage importante, la scelta di far uscire il film dopo il buonissimo impatto di Come un gatto in tangenziale (Riccardo Milani, 2017), a tutt’oggi il miglior incasso italiano dell’anno, con oltre 9 milioni di euro. Ce ne dobbiamo rallegrare, considerato il peso specifico del film sul piano industriale e dell’immaginario, per quanto attiene all’Africa e agli afrodiscendenti? Sì e no. Sì, se consideriamo quello che si muove nella pancia del paese, l’offerta del cinema italiano mainstream, la morale ostentamente incline a un immaginario inclusivo e meticcio. Assai meno, se valutiamo la tenuta drammaturgica del plot e le scelte sul piano delle politiche di casting.

Siamo nella Milano di oggi, filtrata però dalla prospettiva di Mario Cavallaro, da trent’anni proprietario e gestore di un negozio di calze e filati a due passi da piazza Sempione, il cui mondo ruota intorno a un ideale di ordine statico, in cui tutte le cose rimangono ferme al proprio posto. A suo dire felicemente single, attaccato in modo compulsivo al lavoro, con l’unico hobby di un orto urbano sul terrazzo condominiale, Mario vive in un eterno presente fatto di abitudini, dalla cena a casa dell’amica Gisella (Daniela Piperno) al versamento delle ritenute al funzionario di banca.

Quando però Guido, il barista di sempre, gli comunica di aver ceduto il bar all’egiziano del kebab attiguo (Anis Gharbi) e un ambulante gli porta via uno dei clienti più storici, il Cavallaro escogita un piano delirante ma non privo di un’oscura logica: forse se lui incomincia per primo a riportare “a casa sua” uno di quegli innumerevoli venditori che infestano le strade e inquinano il mercato, le cose potrebbero tornare ad andare nella direzione giusta. Rapisce così il malcapitato Oba (Alex Fondja) e si mette in testa di riportarlo in macchina in Senegal, se non che l’uomo non solo accetta la proposta di Cavallaro ma chiede di portare con loro anche la sorella Dalida (Aude Legastelois). Ne nascono una serie di equivoci e svolte (in)attese che porteranno il protagonista a mettere radicalmente in discussione il proprio sistema di valori.

Il film si apre sull’immagine di un bambino nero, Mamadou, descritto un po’ ironicamente e un po’ no come luminoso esempio di integrazione e si chiude con un epilogo che abbraccia idealmente con lo sguardo l’intero pianeta. Eppure, il partito preso edificante e consolatorio poggia su una narrazione a dir poco zoppicante, che non tiene né sul registro dell’apologo allegorico né su quello della commedia on the road, per un ritmo narrativo lasco, ripetitivo e pieno di tempi morti, figurarsi sul piano della verosimiglianza macrosociologica. Rimane per esempio tutto da capire perché Oba e Dalida considerino un’occasione imperdibile la proposta di Cavallaro di rientrare in Senegal. Ancora più fastidiosa, sul piano delle rappresentazioni, risulta la presentazione di un Castellaro agronomo per caso: lui, venditore milanese di calzini, che insegna a un intero villaggio senegalese come coltivare la terra.

Ma è sul versante delle politiche di casting che i nodi vengono al pettine. Come accettare, nel 2018, un regista soi-disant progressista che, sul manifesto (!) del 3 aprile dichiara candidamente di aver dovuto cercare i due coprotagonisti del film in Francia perché «noi, in Italia, siamo solo alla seconda generazione di immigrati, siamo all’infanzia, non ci sono ancora professionisti come là»? Quest’ennesima trasferta oltre confine per la ricerca di interpreti afrodiscendenti, a dieci anni da Bianco e nero di Cristina Comencini, grida veramente vendetta, tanto più che, non ce ne vogliano i due giovani interpreti transalpini, al loro primo ruolo di un qualche peso, ma Aïssa Maïga ed Eriq Ebouaney ai tempi portarono, loro sì, un valore aggiunto notevole, e nel frattempo il panorama nel parco attori italiano è significativamente mutato, con l’emergere di un discreto numero di talenti, al maschile e al femminile, che cominciano finalmente a farsi spazio. Suona bizzarro pretendere di incidere nell’immaginario dominante sui migranti e offrire poi agli attori afroitaliani solo ruoli di ambulanti, kebabbari, maestri di zumba e contadine ignoranti. A fin di bene, naturalmente.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsContromano
Regia: Antonio Albanese; sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, con la collaborazione di Makkox; fotografia: Roberto Forza; suono: Marco Grillo; montaggio: Claudio Cormio; scenografia: Marco Belluzzi; supervisione alle musiche: Giovanni Guardi; interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois, Daniela Piperno, David Anzalone, Anis Gharbi; origine: Italia, 2018; formato: DCP, colore; durata: 102’; produzione: Domenico Procacci per Fandango; distribuzione: 01 Distribution.

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