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Il giovane Karl Marx

di Raoul Peck

Prima della rivoluzione

Dal 5 aprile ha raggiunto finalmente anche le sale del nostro paese l’ultima fatica di Raoul Peck, Il giovane Karl Marx (Le Jeune Karl Marx, 2017), una coproduzione Francia/Belgio/Germania, presentata in anteprima mondiale a Berlino lo scorso anno, e nel frattempo distribuita in numerosi paesi, dalla Germania al Brasile. Il film esce a duecento anni dalla nascita di Marx e a centosettanta dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista grazie a Wanted, come I’m Not Your Negro (2017), dedicato a un altro gigante del pensiero radicale come James Baldwin. Anche in questo caso si tratta di un progetto che viene da lontano, da oltre otto anni di lavoro sulla sceneggiatura compiuto a quattro mani dal 65enne regista haitiano con Pascal Bonitzer, per inseguire la sfida sulla carta impossibile di coniugare verità storico-documentale, sintesi di un pensiero rivoluzionario e narrazione in grado di parlare a un pubblico universale. Peck vi riesce in virtù di una maturità raggiunta, dopo studi di ingegneria ed economia all’Università Humboldt di Berlino (tra cui un seminario di quattro anni sul Capitale) e oltre trent’anni di regie e produzioni a cavallo fra cinema e televisione, documentario e finzione, Europa, Stati Uniti e Haiti, anni trascorsi affinando attraverso i documentari la capacità di restituire l’eredità politica di figure capitali ma anche le contraddizioni insanabili della globalizzazione neoliberale, anni investiti nella tessitura di racconti che galleggiano fra micro e macrostoria, di uomini comuni e capi di stato, in cui l’attenzione allo zeitgeist si sposa con la ricerca materialistica di verosimiglianza ed energia, plastica ed emozionale.

Qui Peck, dopo essersi misurato con varie ipotesi di lavoro, compreso il trattamento concepito da Rossellini a metà degli anni Settanta, mette in scena un arco di vita di cinque anni, dall’aprile 1843 al febbraio 1848, nella vita di Marx (August Diehl), all’inizio solo un 25enne giornalista di Treviri, figlio di un avvocato ebreo askenazita, autore per la Gazzetta renana di articoli di fuoco contro l’accanimento della polizia prussiana nei confronti di poveri e diseredati. Già unito con Jenny von Westphalen (Vicky Krieps), esponente di una delle più ricche famiglie della Renania, proprio nel 1843 Marx subisce la prima delle numerose espulsioni a venire, a causa della censura governativa, ed è costretto a rifugiarsi a Parigi, dove sposa Jenny, ha una seconda figlia e ritrova Friedrich Engels (Stefan Konarske), figlio di un industriale tessile tedesco, contabile in una sua filiale a Manchester e autore di un pioneristico studio sulla condizione operaia. Insieme, tutti e tre compiranno un percorso accidentato di avvicinamento prima a Proudhon (Olivier Gourmet), e poi all’organizzazione operaia più importante e ramificata in Europa, la Lega dei Giusti, riuscendo fra mille difficoltà – anche di sussistenza, nel caso dei Marx, espulsi anche da Parigi – a costruire consenso intorno alle parole d’ordine del comunismo, secondo una prospettiva che intendeva portare rigore teorico, radicamento sociale e chiarezza d’intenti nel movimento proletario internazionale.

Come suo consueto, Peck non si concede alibi né scorciatoie, lungo un processo di preparazione complesso e la cui genesi è stata ripercorsa e commentata dallo stesso regista con attenzione nel dossier che in Francia ha accompagnato la distribuzione del film. La drammaturgia di Peck impasta fatti e aneddoti storici con straordinario rigore. Ammirevole è la capacità con cui riesce a sintetizzare in poche situazioni chiave un dibattito teorico condotto per anni con asprezza e intransigenza da Marx ed Engels, contro le altre figure che monopolizzavano il dibattito critico in Germania e il movimento operaio in Inghilterra e in Francia. Proprio dal contraddittorio e dallo scambio fruttuoso tra i due, rigenerato dalla vicinanza di Jenny e della compagna irlandese di Engels, Mary Burns (Hannah Steele), prende forma l’idea, inizialmente vista con sospetto da Marx, di un testo divulgativo da mettere a disposizione degli operai, quello che sarebbe stato appunto il Manifesto. Ma questa straordinaria avventura dello spirito viene ripercorsa con una altrettanto straordinaria sensibilità materialistica nei confronti del dato fenomenologico, le concrete condizioni di esistenza nell’Europa degli anni Quaranta dell’Ottocento: tutto, dall’abbigliamento agli arredi, dalle posture ai dialoghi, dai pasti all’uso della luce, è intriso di un grado di realismo documentale prodigioso, che finisce per contagiare gli stessi interpreti, diretti con notevole sicurezza, a partire da una retorica filmica moderna, asciutta ed essenziale.

Nella versione originale, dal tedesco si passa al francese e poi all’inglese, non solo perché il plot fa inizialmente perno su Marx e Engels, residenti il primo a Colonia e il secondo a Manchester, non solo perché la via dell’esilio li porta entrambi prima Parigi e poi a Bruxelles (da dove saranno a loro volta espulsi), ma perché esuli entrambi, la loro esperienza li porta ad incontrarne e misurarsi con altri, da Weitling a Bakunin. Com’era successo già col Baldwin di I Am Not Your Negro, in questo suo passare da un cinema in prima persona a una narrazione non meno personale ma filtrata da altre voci, Peck non rinuncia, nella restituzione della materialità d’esperienza dell’esilio, a restituire echi autobiografici indiretti, qui temperati dall’ammirazione nei confronti della capacità intellettuale ma anche pragmatica, di reinventare, dopo ogni messa al bando, uno spazio di agibilità nuovo, linguistico, filosofico e di vita.

In questa dimensione esperienziale una grandissima importanza rivestono nel film i personaggi femminili, Jenny e Mary naturalmente, ma anche la sorella minore di Mary, Lizzy Burns (Annabelle Lewinston), destinata a sposare Friedrich dopo la morte prematura di Mary, e la domestica di Jenny, Helene “Lenchen” Demuth. La scena chiave della concezione del Manifesto, a lume di candela attorno a un tavolo di cucina, tra mille fogli scritti che circolano di mano in mano, riesce a restituire con straordinaria pregnanza l’esperienza di un percorso di scrittura che, sia pure avviato da Marx, trova il concorso decisivo non solo di Engels, ma anche di Jenny e delle altre donne. Il coraggio dimostrato da Jenny e Mary nel mettersi contro il proprio ambiente per unirsi a uomini così lontani dal loro mondo, la libertà con cui incarnano il proprio ruolo di compagne, in una società in cui così forte era ancora avvertito il giogo patriarcale, rappresenta uno dei messaggi più forti del film e si risolve in una felicità interpretativa, da parte di Krieps e Steele, particolarmente compiuta.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl giovane Karl Marx (Le jeune Karl Marx)
Regia: Raoul Peck; sceneggiatura: Raoul Peck e Pascal Bonitzer, in collaborazione con Pierre Hodgson; fotografia: Kolja Brandt; suono: Felix Andriessens; montaggio: Frédérique Broos; scenografia: Benoît Barouh, Christophe Couzon; costumi: Paule Mangenot; musiche: Alexei Aigui; interpreti: August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet, Hannah Steele, Alexander Scheer, Hans-Uwe Bauer, Michael Brandner, Ivan Franek, Peter Benedict, Marie Meinzenbach, Niels-Bruno Schmidt; origine: Francia/Belgio/Germania, 2017; formato: DCP, colore; durata: 118’; produzione: Nicolas Blanc, Rémy Grellety, Robert Guédiguian e Raoul Peck per Agat Films & Cie, in coproduzione con Velvet Film, Rohfilm, Artémis Production, France 3 Cinéma, Jouror Productions, Südwestrundfunk (SWR), Radio Télévision Belge Francophone (RTBF), VOO, BE TV e Shelter Prod.; distribuzione: Wanted.

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