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Venezia 75. Sfumature di nero in Laguna

di Leonardo De Franceschi

Uno sguardo al programma della 75a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica

È iniziata da due giorni la Mostra di Venezia numero 75 (29 agosto-8 settembre 2018), che arriva in un momento cupo e critico della vita civile e culturale italiana. Lo testimoniano anche le, in verità consuete e un po’ rituali polemiche, che ne hanno accompagnato l’avvio, tra le accuse di sessismo riversate da Oltreatlantico al direttore Alberto Barbera, accusato di aver negato spazio a voci femminili in concorso (solo 1 titolo su 20 è diretto da una donna, The Nightingale di Jennifer Kent) e le reazioni suscitate dalle esternazioni sulla collocazione antisalviniana del “madrino” Michele Riondino. A molti invece, ma non è una novità neanche questa, sarà sfuggito anche quest’anno come la presenza africana e afrodiscendente appaia sempre più carsica, rarefatta, quasi impercettibile. Occorre uno sforzo notevole per mettere a fuoco i segni dispersi nella selezione ufficiale e oltre, nonostante il lodevole lavorio di Barbera & co. nell’intercettare le articolazioni di un cinema sempre più fuori formato e fuori luogo. Cominciamo dalle giurie, che rappresentano un terreno interessante di verifica: le due presenze più significative arrivano dalla giuria Orizzonti, dove è stato invitato il produttore egiziano Mohamed Hefzy di Film Clinic (quello, per capirci, di Clash, Tahrir 2011 e Microphone) e la regista e sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, autrice del recente La bella e le bestie, presentato a Cannes due anni fa.

Nella selezione ufficiale, tra concorso, Fuori Concorso, Orizzonti, Sconfini, Venezia Classici, Sconfini, Biennale College Cinema e Venice Virtual Reality, non c’è un titolo uno diretto da un@ regista african@. E allora ci abbandoniamo al consueto esercizio retorico dell’arrampicamento nei mondi biografici e diegetici attraversati da autori e personaggi. L’Africa delle guerre civili e delle pandemie, che non manca mai nelle narrazioni dal mondo sul continente nero, entra nei racconti di Guillaume Ngbowesse, un musulmano coinvolto nella sanguinosa guerra civile nella Repubblica Centrafricana in Even in the Rain (VVR), diretto dalla filmmaker e ricercatrice Lindsay Branham. La blackness statunitense, come esperienza presente, è invece al centro del nuovo progetto di Roberto Minervini, What You Gonna Do When the World Is on Fire?, girato nel Sud ancora memore delle morti di Katrina e dei troppi giovani neri soffocati da corpi in divisa, dove il Black Panthers Party for Self Defense torna a ingrossare le fila. Dovrebbe fare capolino anche in Arrivederci Saigon (Sconfini), di Wilma Labate, ambientato in un 1968 dove il soul poteva ancora far incontrare alcune ragazze toscane di provincia e dei militari neri diretti in Vietnam. In Battlescar (VVR), Rosario Dawson ci guida in un brevissimo excursus nella scena punk newyorchese del 1978, dove trovavano posto anche influenze meticce.

La Francia delle banlieue e delle seconde e terze generazioni incluse differenzialmente nella République è evocata sulla carta in toni più o meno indiretti da Frères ennemis di David Oelhoffen (già Loin des hommes era ambientato durante la guerra d’Algeria), dove torna a far incontrare volti e corpi segnati da storie postcoloniali, fra Reda Kateb, Adel Bencherif e Sabrina Ouazani (Concorso). In Orizzonti, Sarah Marx gira con L’Enkas una storia scritta insieme ai rapper Hamé e Ekoué di La Rumeur, non nuovi a incursioni nell’audiovisivo. Altre sfumature del nero ci arrivano via UK dallo short in VR Make Noise di May Abdallah (con Nikki Amuka-Bird, la poliziotta rivale di Luther/Idris Elba nella terza serie), via Israele dall’altro corto Borderline di Assaf Machines, protagonista un giovane soldato falascia, e via Italia dal fantasy Ninfe (Orizzonti), prodotto da Jonas Carpignano (impegnato a sua volta nella giuria 28 Times Cinema, per Giornate degli Autori) e interpretato fra gli altri dal burkinabè Koudous Seihon, attore feticcio del regista di A ciambra.

Per incontrare cineast@ d’Africa bisogna spostarci, come succede da anni, nelle sezioni collaterali. Nella Settimana della Critica, con delegato Giona A. Nazzaro, ne incontriamo addirittura due. Il sudanese hajooj kuka (1976), già fattosi notare con il doc Beats of the Antonov (2014), esordisce con aKasha, una coproduzione Sudan/Sudafrica/Qatar/Germania che racconta una storia di amore e guerra, nel Sudan di oggi, protagonista un giovane diviso dalla passione per il suo AK47 e per la fidanzata Lina. Dachra completa la selezione come evento speciale e film di chiusura: colpisce un plot che mescola riflessione su condizione femminile, cronaca nera e stregoneria, in un progetto scritto, diretto, prodotto e montato dal tunisino Abdelhamid Bouchnak (1984).

Anche nelle Giornate degli Autori, che sotto la direzione di Giorgio Gosetti ha sempre dato un certo spazio a visioni femminili ed espressione di diversità, spiccano titoli e incontri di un certo interesse. Da Sudabeh Mortezai, una filmmaker e curatrice di natali tedeschi e formazione composita, costruita fra Los Angeles, Vienna e Teheran, arriva l’opera seconda Joy, che racconta una Vienna fuori dai riflettori dal punto di vista di Joy, una giovane madre nigeriana in mano alla tratta. L’israeliana Hagar Ben-Asher (The Slut, The Burglar) presenta invece, come evento speciale in collaborazione con il Tribeca Film Festival, Dead Women Walking, che incrocia le storie di nove donne nel braccio della morte, destini su cui trame di sofferenza intessute sul filo di affiliazioni di genere, razza e classe hanno inciso in modo determinante. Nel programma degli incontri, segnaliamo in particolare quello in programma per mercoledì 5 settembre alle 15 presso la Villa degli Autori con il Collettivo N, una rete di filmmakers, interpreti e autori/autrici, perlopiù afrodiscendenti, intenzionati ad aprire un tavolo di confronto a tutto campo su italianità, narrazioni e industry. Seguirò e parteciperò all’incontro in prima persona, nella convinzione che molto lavoro sia da fare, per aprire i plot di film e serie alla realtà italiana plurale di oggi, e che, per dirla tutta, autrici e autori italiani per ius sanguinis non ce la possano fare da soli.

Alcuni dei protagonisti di questo incontro sono al centro, protagonisti virtuali o reali, dei corti MigrArti Cinema, relegati purtroppo quest’anno nel programma riservato agli accreditati industry al Venice Production Bridge, e presentati in anteprima il 2 e il 3 settembre. In questa terza tornata, si segnalano in particolare La festa più bellissima, scritto e diretto da Hedy Krissane con la complicità di Tezeta Abraham, nel cast insieme a Miloud Mourad Benamara e il piccolo Sean Ghedion Nolasco, e Yousef, per la regia di Mohamed Hossameldin, intepretato da Jean-Christophe Folly (La prima neve). Per la partecipazione e la programmazione dei corti, vi rinviamo a un link online con tutte le info del caso.

Last but not least il programma di Final Cut in Venice che da sei anni sostiene il cinema africano e arabo a Venezia, e grazie al quale peraltro aKasha l’anno scorso ha vinto il premio Biennale come miglior work in progress.
L’obbiettivo della Biennale e del Venice Production Bridge, con il progetto Final Cut in Venice, è quello di dare un reale supporto al completamento di film provenienti da tutti i paesi africani e da Iraq, Giordania, Libano, Palestina, Siria. Il workshop si propone di offrire l’opportunità di presentare film, ancora in fase di produzione, a professionisti dell’ambito cinematografico, al fine di facilitarne la post-produzione e promuovere partnerships di co-produzione nonché l’accesso al mercato. Durante il workshop, della durata di tre giorni, le working copies dei sei film selezionati verranno quindi proposte a produttori, acquirenti, distributori e programmatori.
Quest’anno il 3 settembre verranno organizzati, nel programma del VPB, degli speciali incontri one-to-one tra i progetti selezionati e i professionisti che parteciperanno al Venice Production Bridge.
Final Cut in Venice si concluderà con l’attribuzione di premi in servizi o denaro, finalizzati appunto al sostegno economico dei film nella fase di post produzione.
I 6 progetti selezionati sono:

FILM DI FINZIONE
Certified Mail (Egitto) di Hisham Saqr
Haifa Street (Iraq, Qatar) di Mohanad Hayal
Mother, I am suffocating. This is my last film about you (Lesotho, Germania) di Lemohang Jeremiah Mosese

DOCUMENTARI
Movement (Marocco) di Nadir Bouhmouch
Untamed (Sudafrica, Zambia) di Simon Wood
The Waiting Bench (Francia, Chad, Germania) di Suhaib Gasmelbari

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