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Babel

di Alejandro Gonzàlez Iñarritu

Cronaca del comunicare

Con Babel vede la luce l’atto conclusivo della trilogia del messicano Alejandro Gonzàlez Iñarritu, che finalmente proietta su una dimensione definitiva tutto il potenziale del “modello narrativo polifonico” già applicato nei due precedenti episodi della trilogia, Amores perros e 21 grammi, anch’essi scritti da Guillermo Arriaga. Iñarritu, proprio come i migliori poeti sfidano l’essenza della realtà armati di un titolo o di un’idea, dichiara innanzitutto l’ipotesi del suo teorema: applicare il modello al globale, al lontano, all’eterogeneo, ormai sfilacciati in un tessuto narrativo logoro – come quello del cinema – che si fa beffe della temporalità del reale. A tenere le fila c’è ormai il satellite, la tv, la grande tonnara nelle cui mandibole il bolo fagocitato delle storie del mondo è sempre sotto gli occhi di tutti.

La produzione scopre le carte e dichiara visibilmente di aver scelto la strada estetica di coniugare con una forma variabile indipendente un contenuto variabile da essa dipendente. Un’equazione, già applicata, da cui come diretta conseguenza dovrebbe esalare un avatar del “patetico” ejzenstejniano. Non ci sembra poi così assurdo, in un impeto di furia storiografica, accostare la forte attitudine scientifica e teorico-metodologica, la coerenza stilistica, lo "spiritualismo matematico" dei due autori. Ma se con il maestro sovietico sappiamo com’è andata a finire, lo stile di Iñarritu, ricco di sperimentalismi, per ora lascia ben sperare. Si può vedere, tra le pieghe di Babel, la foga creativa di Iñarritu e Arriaga, così permeata delle eterogenee iconografie che ci provengono dal mondo.

Storia 1: due piccoli pastori marocchini feriscono accidentalmente Susan/Blanchett (storia 2) una donna americana in viaggio con suo marito/Pitt, con un colpo di fucile. È trasportata in un villaggio dove i soccorsi tardano ad arrivare. È questa la scintilla che fa scoppiare il king-matter attorno a cui ruota l’intero film. Al confine tra Messico e California, Amelia/Barraza, la badante messicana dei figli di Susan (Storia 3) si vede costretta a portarli con sé al matrimonio di suo figlio. Al ritorno, per attraversare il confine, il nipote di Amelia Santiago/Bernal sfugge a un posto di blocco e abbandona Amelia con i bambini in mezzo al deserto. Storia 4: a Tokyo, si snoda la quotidianità di Chieko/Kikuchi, una ragazza sordomuta.

L’intricato sistema paratattico di plots narrativi è dimensione a cavallo tra la sceneggiatura di Arriaga e la regia di Iñarritu. Una dimensione nuova, di un cinema che non vuole essere né dell’una, né dell’altra, ma solamente la magniloquente orchestrazione di eterogenei materiali ed eterogenee temporalità. Le storie non si svolgono nello stesso lasso di tempo e non vengono montate parallelamente. L’orchestrazione dei frammenti che le compongono dipende dalla forza dell’impatto emotivo generato dalla loro concatenazione. L’ampliamento estremo della gamma di materiali disponibili esalta le proprietà di questo modello, la cui applicazione su scala mondiale non può che essere l’acme del percorso espressivo degli autori.

Al di là di questo default drammaturgico, l’armonizzazione di forma e contenuto si riverbera, sotto forma di “nomadismo stilistico”, sui materiali. Il trattamento degli esterni marocchini presenta tracce forti di rarefazione dello spazio, con colori freddi e uno stile da reportage, denominatore comune ai materiali messicani, alla festa del matrimonio cui perfettamente si abbina il ritmo convulso e incalzante del montaggio. I materiali giapponesi mettono in luce un corposo lavoro sul colore, sulla luce e sull’audio, un coinvolgimento sensoriale così forte in varie espressioni del cinema orientale contemporaneo cui Iñarritu sembra ispirarsi per costruire la “mimesi” tematica della sua forma.

Uno sperimentalismo forte, dunque, istanza stilistica dominante che ammala nell’anima la coerenza spazio-temporale e completa il giro di vite sul dolore come unica conseguenza dell’ineluttabile condizione sociale che alterna le gioie quotidiane dei passatempi all’ossessione di vivere la propria realtà dentro il mondo. Così tre giornate iniziate bene, con un viaggio di piacere, un matrimonio e una partita a volley, sublimano ben presto nella vorticosa messa in scena del dolore.

Un cinema teorico, muscolare, razionale, commerciale; una scommessa vinta, per ora, con la forza bruta dell’artigianato. Di più importante di questa trilogia c’è solo ciò che verrà dopo la sua fine.

Simone Moraldi

Cast & Credits Babel (Id.)
Regia: Alejandro González Iñarrítu; sceneggiatura: Guillermo Arringa; fotografia: Rodrigo Prieto; montaggio: Douglas Crise, Stephen Mirrione; musica: Gustavo Santaolalla; costumi: Michael Wilkinson; scenografia: Rika Nakanishi; interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Adriana Barraza, Mohamed Akhzam, Gael García Bernal, Nathan Gamble, Elle Fanning, Kôji Yakusho, Rinko Kikuchi; origine: Usa, 2006; formato: 35 mm; durata: 142’; produzione: Anonymous Content, Dune Films, Zeta Film; distribuzione italiana: 01 Distribution; sito ufficiale: www.paramountvantage.com/babel/; sito italiano: www.01distribution.it/film/babel/

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