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La terza via africana: dagli aiuti al commercio equo

di Maria Coletti e Leonardo De Franceschi

Conversazione con Marc e Nick Francis

Cinema. Festa Internazionale di Roma, Auditorium, 15 ottobre 2006

Abbiamo intervistato Marc e Nick Francis subito dopo la proiezione ufficiale di Black Gold alla Festa di Roma, al Teatro Studio dell’Auditorium.

Black Gold è il vostro primo documentario?
Nick: Sì, è il nostro primo lungometraggio documentario, prima abbiamo realizzato alcuni cortometraggi, sempre documentari, principalmente in Gran Bretagna.

Come sono stati i vostri rapporti con il Sundance Film Festival, che ha sostenuto il vostro progetto?
Nick: Abbiamo ricevuto un finanziamento dal Sundance Institute Documentary Film Program, ma insieme a vari altri finanziamenti, che abbiamo raccolto in circa tre anni, sulla base del nostro progetto di partenza.

Si è trattato, dunque, di una produzione indipendente?
Nick: Sì, totalmente indipendente.

Quanto sono durate le riprese in Etiopia?
Marc: Nel primo viaggio siamo rimasti in Etiopia tre mesi, poi, un anno dopo, sei settimane. In tutto quattro mesi e mezzo in due anni.

È stato difficile trovare le informazioni sul mercato internazionale del caffè e sulle sue quotazioni in borsa?
Nick: Veniamo dalla ricerca, dunque avevamo già alcune conoscenze di base su come funzionano le grandi istituzioni finanziarie che lavorano nel mercato globale. Abbiamo dovuto solo trovare le persone, i luoghi e le situazioni giuste per raccontare una storia.

Il film sottolinea molto bene l’importanza di un commercio equo e solidale… Le botteghe del Fair Trade sono molto diffuse in Gran Bretagna?
Marc: Il prossimo anno il mercato del Fair Trade in Gran Bretagna raggiungerà un volume di 2 miliardi di sterline. Nello stesso tempo, però, non ci sono molte botteghe del commercio equo e solidale. I prodotti del commercio equo vengono venduti nei supermercati ma non c’è molta scelta, come si vede nel film: nei supermercati si trovano solo due o tre tipi di caffè del commercio equo. Vogliamo far riflettere appunto su questo: non basta che il consumatore compri una tazzina di caffè del commercio equo, se non si riesce a far cambiare gli squilibri del mercato internazionale, che protegge gli acquirenti dei paesi ricchi del mondo occidentale a svantaggio dei piccoli produttori del Sud del mondo. I cittadini, i consumatori occidentali hanno il potere di far cambiare questi squilibri.

Black Gold vuole far riflettere sul fatto che ogni persona può fare qualcosa?
Marc: Sì, esatto. Attraverso il documentario vogliamo far riflettere anche sul senso della parola “aiuto”. In occidente diamo gli aiuti, ma il problema globale rimane. Invece dovremmo riflettere sul “commercio”, sul nostro rapporto con il commercio internazionale. Comprare i prodotti del commercio equo è solo un primo passo. Un passo importante, ma è solo un piccolo passo. Il passo successivo, e fondamentale, è che, come consumatori occidentali, possiamo chiedere conto alle grandi multinazionali delle loro politiche di commercio internazionale. Le compagnie non possono non tenere conto dei consumatori.

Il senso del film potrebbe essere riassunto nello slogan “from Aid to Trade”? Una riflessione critica sul senso degli aiuti e della cooperazione e insieme sulle responsabilità delle multinazionali, che alcuni grandi registi africani hanno portato avanti nei loro film. Basti pensare a Ousmane Sembène, con Guelwaar (1992), e a Idrissa Ouédraogo, con Yam Daabo (Le Choix, 1982). È importante che questa riflessione venga ripresa anche da registi europei…
Nick: Due giorni fa c’è stata l’anteprima del film a Londra, alla presenza dell’ambasciatore dell’Etiopia, che si è alzato ed ha espresso il suo apprezzamento al documentario, sottolineando la responsabilità delle multinazionali. La sfida per tutti i paesi africani è proprio quella di riuscire a guadagnare maggiormente, in maniera equa, dai loro prodotti.

Parliamo delle vostre scelte stilistiche. Rispetto alla tendenza più recente di realizzare documentari soggettivi, con il regista che si mette esplicitamente in campo, anche davanti alla macchina da presa (ad esempio Michael Moore o Morgan Spurlock), voi avete fatto una scelta completamente differente: un punto di vista quasi neutrale e un protagonista, in questo caso Tadesse Meskela, rappresentante delle cooperative etiopi di caffè.
Marc: Si tratta di una scelta per noi molto importante. Innanzitutto, volevamo che il protagonista del documentario, l’eroe del film, fosse un africano – certamente non dovevamo esserlo noi. Non volevamo cadere nella trappola di essere “noi” a parlare di “loro”, ma, al contrario, dare un’opportunità a persone africane di parlare in prima persona dei loro problemi. In secondo luogo, abbiamo scelto di “mostrare”, non “spiegare”, ovvero far parlare le immagini e i fatti. Nel documentario si possono mettere a confronto due realtà altrettanto evidenti: il benessere di chi si arricchisce grazie al mercato del caffè e la miseria di chi quel caffè lo produce. Ogni spettatore deve trarre le proprie conclusioni a riguardo.
Nick: Certo, e poi ci siamo posti anche due tipi di domande, rispetto alla nuova tendenza dei documentari distribuiti nelle sale cinematografiche ed agli autori che avete citato (Michael Moore, Morgan Spurlock): per essere distribuiti in sala, tutti i documentari devono per forza rispondere a quei criteri stilistici? non si può invece immaginare anche un tipo diverso di pubblico cinematografico?

Il film è stato distribuito in Etiopia?
Marc: Il film l’abbiamo proiettato, in Etiopia, nel villaggio dove abbiamo girato, quindi anche con tutte le persone coinvolte nel documentario. L’impatto è stato fortissimo, veramente incredibile, una reazione calorosa.
Nick: E in più, gli stessi produttori di caffè hanno avuto la possibilità di situare il loro lavoro - forse per la prima volta in maniera così chiara - nell’ambito del commercio globale del caffè, superando una prospettiva solo locale e acquistando maggiore consapevolezza. Un risultato molto importante.

Quali sono state finora le reazioni al documentario al Sundance e negli Stati Uniti, dove il documentario è già uscito?
Nick: Al Sundance Film Festival ha avuto una buona accoglienza e le proiezioni sono state tutte esaurite. Negli Stati Uniti, dove è uscito in sala lo scorso week-end, il documentario sta andando bene: ora speriamo di trovare distributori anche in Europa…

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