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New Cinema Network #2: Zézé Gamboa

di Maria Coletti

Nato a Luanda nel 1955, Zézé Gamboa si diploma alla Néciphone di Parigi e, una volta tornato in patria, lavora dal 1974 al 1980 per la televisione angolana (TPA), come responsabile dei notiziari e di altri programmi d’informazione. Dopo aver lavorato diversi anni come tecnico del suono in numerosi film, negli anni ‘90 Gamboa passa dietro la macchina da presa e si dedica alla realizzazione di documentari di corto e di lungo metraggio, che ripercorrono la storia tormentata dell’Angola.

Il suo primo documentario è Mopiopio (Breath of Angola, 1991), che traccia un ritratto intenso della comunità angolana a Lisbona attraverso la musica: un miscuglio esplosivo di suoni della tradizione contadina ed urbana, che aiutano a resistere al razzismo, alle umiliazioni e alle difficoltà di ogni giorno. Solo sette anni più tardi, nel 1998, riesce a realizzare Dissidencia (Dissidence), un accorato e sincero documento sulla guerra civile angolana, all’indomani dell’indipendenza del 1975. Una guerra spesso dimenticata o ignorata: al di là dei partiti (MPLA, UNITA o FNLA), Gamboa dà la parola a “dissidenti” di tutte le fazioni che ora vivono in esilio e sono stati attori, testimoni o vittime della lotta politica. Seguono Burned by Blue (1999-2001) e O desassossego de Pessoa (2002): due altri tasselli nel percorso di rilettura e di memoria del proprio paese e della propria cultura.

La storia dell’Angola rimane infatti l’ispirazione primaria per il proprio lavoro: un approccio a cui Gamboa tiene fede anche nel momento del passaggio dal documentario alla finzione, che arriva nel 2004 con O heroi (Un Héros). Un film d’esordio particolarmente riuscito e che ha ottenuto un’accoglienza calorosa da parte della critica e del pubblico, ricevendo anche premi e riconoscimenti nei festival internazionali: il Premio come Miglior film straniero al Sundance Film festival; il Premio speciale della giuria al Toronto Film festival; il Premio per la migliore opera prima alle Journées Cinématographiques de Carthage; il Premio del pubblico al Festival des Trois Continents di Nantes. Il film è una cronaca sincera e delicata del dopoguerra in Angola, ambientata nella capitale Luanda in un momento di rinascita, dopo trent’anni di guerra civile: una rinascita incarnata dal reduce di guerra Vitorio, amputato di una gamba, in equilibrio precario letteralmente e simbolicamene tra le difficoltà della ricostruzione e le piccole grandi ambizioni a una vita normale, fatta di un lavoro, una casa, una famiglia.

O heroi è stato veramente il segnale di una rinascita anche cinematografica in Angola, dopo i “film di guerriglia” degli anni ’70, l’impegno per l’indipedenza di una cineasta come Sarah Maldoror (il famoso Sambizanga) e i decenni di abbandono dell’Istituto di Cinema Angolano (IACAM) a causa della guerra civile. E in effetti lo stesso regista ha ricordato più volte che, se il 2002 ha segnato finalmente la fine della guerra civile, il 2004 è stato l’anno del cinema angolano, con tre film usciti nello stesso anno: oltre a O heroi, anche Comboio da Canhoca di Orlando Fortunato e Na cidade vazia di Maria João Ganga. Tre film nello stesso anno è un record per un paese come l’Angola, in cui non ci sono quasi più sale cinematografiche attrezzate per la pellicola (solo una a Luanda, una a Cabinda e una a Benguela). Come il regista ha dichiarato: «Ci sono eccellenti scrittori in Angola, i cui libri potrebbero essere adattati per il grande schermo. E c’è molto materiale umano e sociale cui ispirarsi. Si possono affrontare problemi importanti anche attraverso l’umorismo. Parlare di argomenti scottanti nei film è più importante che fare del semplice cinema di intrattenimento. Molte persone in Angola sono ancora analfabete, ma capiscono perfettamente il linguaggio delle immagini: per questo il cinema è un efficace strumento di sviluppo».

E per tutti questi motivi noi ci auguriamo che il nuovo progetto di film presentato a Roma da Zézé Gamboa possa presto diventare realtà, passando dalla pagina scritta al set, fino ad arrivare allo schermo. Per ora si tratta di una coproduzione Angola/Portogallo/Brasile: il titolo internazionale di lavorazione è The Great Kilapy, il soggetto è stato scritto dallo stesso Gamboa, mentre il trattamento è di Luis Carlos Patraquim. Il film è la storia avventurosa di Joaozinho, personaggio ispirato ad una persona realmente esistita: una sorta di eroe per caso dell’indipendenza angolana, creolo e viveur incallito, finirà per diventare una figura leggendaria della resistenza più per coerenza e fedeltà agli amici che per passione politica.

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