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New Cinema Network #1: Nabil Ayouch

di Leonardo De Franceschi

Quando nel 1997 ha esordito 28enne con Mektoub, è apparso subito chiaro che Nabil Ayouch non sarebbe stata una meteora nel panorama del cinema marocchino. Questo road movie nervoso e survoltato, ispirato a un noto scandalo di corruzione nella polizia, gli ha valso la vetta del box office nazionale, con circa 350.000 spettatori. Ha portato grande fortuna a due tra gli attori principali: Rachid Ouali (vai al sito ufficiale) è stato lanciato come divo di punta del nuovo cinema marocchino, mentre Faouzi Bensaidi è esploso l’anno successivo con il corto La Falaise, per poi confermare il doppio talento (attoriale e registico) nel 2004 con Mille mois (Mille mesi).

Ma non deve aver avuto vita facile ad imporsi in Marocco uno come lui, nato a Parigi nel 1969 da una coppia mista – il padre, marocchino, è un pubblicitario di successo, mentre la madre è un’insegnante francese –, e con una formazione prima da attore e poi da pubblicitario. Certo, l’accoglienza del corto d’esordio – Les Pierres bleues du désert (1990), con il futuro divo beur Jamel Debbouze – aveva creato un clima favorevole intorno a questo giovane ambizioso.

Quando molti lo aspettavano col fucile puntato all’opera seconda, Ayouch ha colto tutti di sorpresa, presentandosi con un film completamente diverso, nei modelli come nelle ambizioni: Ali Zaoua (2000) è un favola neorealista ambientata nei vicoli più abbandonati di Casablanca e girata con veri ragazzi di strada, scelti tra quelli frequentati per mesi da Ayouch in un centro di recupero. La ferocia darwiniana della lotta per la sopravvivenza e il sogno della fuga in un’isola misteriosa, il verismo riversato sullo schermo dei non professionisti e la controllata muta fisicità di Said Taghmaoui, un già maturo controllo della macchina narrativa e della messinscena: con Ali Zaoua Ayouch moltiplica il successo di Mektoub – gli spettatori in patria diventano mezzo milione, più di 25 i paesi in cui viene venduto il film – e vince premi importanti in quasi tutti i festival africani, e non solo, che contano (Fespaco, Amiens, Montréal, Namur).

Ma i detrattori non mollano. Il tv movie di coproduzione Arte Une Minute de soleil en moins, una storia d’amore con venature thriller, giocata su una partitura audiovisiva impastata di riferimenti ai generi e ai codici del videoclip, viene ritirato all’ultimo momento dal Festival di Marrakech perché Ayouch rifiuta di tagliare alcune scene di nudo, il che non impedisce al film di girare ed essere apprezzato al Cairo, a Montpellier e ad altri festival.

Con gli anni Ayouch ha rafforzato la sua presenza sulla scena del cinema nazionale, moltiplicando le iniziative. Nel 1999 ha fondato una casa di produzione, Ali n’ production (vai al sito ufficiale), con la quale, oltre a sostenere i propri progetti, ha finanziato numerosi cortometraggi di esordienti, sostenuti anche con la creazione del Premio Mohamed Reggab. Due anni dopo promuove la nascita di una nuova associazione di categoria, il Groupement des Autéurs Réalisateurs Producteurs (GARP), con la quale si batte per una più oculata gestione del Fonds d’Aide che sostiene la produzione nazionale. Uno degli ultimi progetti, finanziati nell’ambito del programma Euromed Audiovisuel II dell’Unione Europea, è il Meda Films Development (vai al sito ufficiale), che prevede l’accompagnamento di esperti in sceneggiatura e produzione nello sviluppo di alcuni progetti di lungometraggio nell’area mediterranea.

Ma l’eclettico Ayouch è anche al lavoro su due progetti ambiziosi di film. Del primo (Whatever Lola Wants), si è molto scritto nei mesi scorsi perché avrebbe segnato l’esordio come attrice della popstar egiziana Natacha Atlas, che pare invece si limiterà a firmare alcuni pezzi della colonna sonora. Il film, le cui riprese sono iniziate a metà settembre a New York e continueranno al Cairo e in Marocco fino a inizio dicembre, è una coproduzione Usa/Francia/Marocco di 12 milioni di dollari, prodotta da Jake Eberts (Chicken Run, 2000; Deux Frères, 2004) e interpretata dall’americana Laura Ramsey.

Il secondo (La Legende d’Arhaz), già presentato lo scorso anno al Festival di Locarno, è uno dei tre progetti africani sostenuti da Unidea -UniCredit Foundation. La storia è quella di un ritorno, ricco di venature autobiografiche, quello della franco-marocchina Leila, nel paese del padre, sulle tracce dell’uomo misteriosamente sparito: un road movie identitario – così l’ha chiamato Ayouch – tra oscure favole e ricordi d’infanzia. Ancora una sfida per uno dei talenti più intraprendenti del nuovo cinema marocchino.

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