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New Cinema Network #3: Khalo Matabane

di Leonardo De Franceschi

Trentaduenne originario di Ga Mphahlele, un villaggio della Northern Province sudafricana, Khalo Matabane è il più giovane dei cineasti africani del New Cinema Network, ma ha all’attivo già dieci anni di attività da documentarista. Dieci anni in cui ha attraversato la rainbow nation, radiografando puntualmente i profondi processi di trasformazione in atto nel paese di Mandela, spesso solo con camera a mano, senza committenze prestigiose. Persino l’ultimo docudrama (Conversations on a Sunday Afternoon, 2005), che gli ha spalancato le porte della Berlinale di quest’anno (Premio della giuria ecumenica), valendogli riconoscimenti importanti ai festival nazionali di Cape Town (Lionel Ngakane Prize) e Durban (Miglior film sudafricano), è costato poco più di 15.000 euro.

È un percorso il suo, che ha sempre lavorato in parallelo su due piani, secondo la più fertile direttrice del cinema africano contemporaneo, da Sissako a Haroun. Un doppio binario che incrocia riflessione personale, diario di viaggio, saggio in forma d’immagini ma anche discorso sul proprio paese e più in generale sui rapporti nord-sud in tempi di globalizzazione. Nella sua filmografia incrociamo così omaggi a figure chiave della cultura sudafricana (il poeta Ingoapele Madingoane in Poetic Conversation, 1996). Più spesso, Matabane ha incontrato personaggi e sfogliato pagine della storia recente, soffermandosi sugli anni della lotta contro l’apartheid, vista dal punto di vista dei militanti ma anche da quello delle famiglie dei dispersi: da Two Decades Still (1996) a The Waiters (1997), da Young Lions (1999) alla recentissima miniserie in 4 parti When We Were Black, di produzione SABC.

Con altrettanta e forse maggiore regolarità, Matabane ha messo a punto un personale approccio alla docufiction, a partire dal corto Love in a Time of Sickness (2001), in cui descrive in prima persona la brusca virata che subisce il suo rapporto con una ragazza quando scopre che è sieropositiva. Tre anni dopo, con Story of a Beautiful Country (vai al sito canadese), l’orizzonte torna ad allargarsi e il discorso prende la forma di un film intervista on the road: forte stavolta di numerosi fondi internazionali – dal National Film Board of Canada al Jan Vrimaan Fund, dal Fonds Sud al Sundance Documentary Fund – Matabane attraversa in minibus il paese, raccogliendo un impasto di voci testimonianze ritratti, utili a capire che cosa il Sudafrica si è lasciato alle spalle ma anche e soprattutto dove sta andando. È il suo primo feature lenght documentary e impone internazionalmente il suo nome nei festival internazionali di non fiction.

Il resto è storia recente. Conversations lavora su una formula non lontana da quella del film precedente: sulle tracce di una rifugiata somala conosciuta in un parco di Johannesburg, il suo alter-ego Keniloe raccoglie via via testimonianze e racconti di esuli e immigrati, confluiti in città da paesi in guerra o in preda a carestie endemiche. Una galleria di storie vere, incastonate in una fragile cornice narrativa, che ci ricordano come il Sudafrica stia diventando per migliaia di migranti l’unico trampolino possibile dal quale ricostruire la speranza di una vita dignitosa. Presentato in anteprima mondiale a Toronto, Conversations è stato accolto con calore in numerosi festival, collezionando riconoscimenti significativi, come il Premio per il Miglior Contributo Artistico alla VI edizione di Panafricana.

Al New Cinema Network, Matabane ha presentato il capitolo secondo del suo trittico fra documentario e finzione sul Sudafrica d’oggi. A State of Violence è un apologo sull’inutilità della vendetta – il messaggio ultimo non può non richiamare Daratt – in un paese dilaniato da decenni di apartheid e che, come scrive Matabane, da rainbow nation sta assumendo la ben più triste qualifica di most violent nation, se è vero che ogni anno si lascia sul terreno sei mila decessi per morte violenta. Ancora un progetto tra storia privata e collettiva, a confermarci che è sulle spalle di Matabane, come su quelle di Zola Maseko, Ramadan Suleman, Teddy Mattera e pochi altri, che poggia il futuro del vero cinema sudafricano.

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