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Il vento e il leone

di John Milius

Baraka tra classico e moderno

Lotta politica, lotta diplomatica, lotta spirituale. Ma la lotta spirituale rimane lotta, oppure i due spiriti in conflitto guidano in realtà le stesse persone verso lo stesso obiettivo? E soprattutto, perché e come questo film parla di tutto ciò?

1904, Tangeri. La storia viaggia sotto l’etichetta del colonialismo, che vede le grandi potenze mondiali all’apice della bramosia di nuove terre, travolto il mondo dal mito della corsa al potere, dell’autoritarismo diplomatico. Fase storica di grande frizione, che presto condurrà allo scoppio dell’ultima guerra mondiale delle baionette, topic che occupa un posto d’onore nello script de Il vento e il leone: l’oriente, o presunto tale, catalogato e umiliato dai primi trattati di antropologia e ridotto schiavo a mettersi in posa ai lati del tappeto rosso ai festini inglesi, tedeschi, francesi et alia, rinfaccia all’occidente ogni aberrazione umana, in primis la guerra condotta con armi da fuoco.

Tutti i centri urbani del Nord Africa, luogo in cui si concentrano multilingue mire colonialistiche, sono percorsi da drappelli militari multicolori, che chiazzano il dorato brillare delle sabbie sahariane di rosso, nero, blu scuro. I prodromi della moderna metropoli multietnica della quale, con una buona dose di anti-accademico sprezzo del pericolo, l’affresco miliusiano si può considerare un antesignano. Le periferie, d’altro canto, si tempestano di residenze lussuose, possedimenti di ricchi ambasciatori, funzionari, benestanti vedove di guerra. È in una di esse che ha luogo il primo incontro tra Mulay Ahmed er Raisuli The Magnificent (Sean Connery), il pirata del deserto, terrore delle sabbie nordafricane, e la signora Pedecaris (Candice Bergen), che d’un tratto vede stravolta la sua vedovile quotidianità dall’incursione del manipolo di berberi guidati da Raisuli.

Il sapiente décadrage che coglie il giovane William Pedecaris (Simon Harrison) scosso dai tremori dell’assalto è la prima delle molte tracce che John Milius lascia del suo ostinato classicismo. Il film è datato 1975, ma l’inesorabile contrappunto musicale, un montaggio accuratamente arcade a sottolineare il dinamismo dei dialoghi e l’incontrastato dominio della sceneggiatura, che, a sua volta, esalta una regia che la serve impeccabilmente, ci fanno subito riconoscere il vecchio sceneggiatore di Francis Ford Coppola e Roger Corman, preparando il tavolo operatorio per il venturo Un mercoledì da leoni, e ci fanno trepidare per l’uscita di Jornada de muerte, prevista per maggio 2007.

Un brusco tuffo negli anni ’30, quando un coraggioso carrello di John Ford avvicinava per la prima volta il grugno di John Wayne al 23’ minuto di Ombre rosse. È così che entra in scena il (già) grande vecchio Sean Connery. La canescente barba berbera esalta l’Actor’s Studio Heart del mattatore hollywoodiano, che si cala nell’avventuroso cappa e spada (e fucile) senza mai rinunciare allo 007 con cui convivere per sempre, ma impossessandosi con classicità dei messianici dialoghi del maestro e ponendo sempre di più in serio pericolo l’integrità morale delle Signore italiane.

Eppure, il film distoglie, in parte, dalla bravura dell’old scottish, e ci permettiamo una digressione per evidenziare l’ottocentesca auraticità del Presidente Roosevelt (Brian Keith). Il ritratto del presidente dell’interventismo americano e della legge Monroe è la risposta di Milius alla splendida macro-sequenza della marcia dell’esercito americano che sfila sotto i balconi delle varie ambasciate e precede il sanguinoso assalto al palazzo del Pascià.

Nel delirio delle febbri belliche, i due messia si sporcano di caricatura; dietro l’irridente maschera dell’arte, Baraka e il grizzly di Yellowstone rappresentano lo stesso, identico Dio. Una risposta radicalmente umoristica che, in tempi e in luoghi non sospetti, mina l’integro sistema rappresentativo del genere e, in maniera non troppo diversa da Apocalypse Now, usa la macchina classica per sprofondare in un’ironia sottile, registro espressivo finemente rivisitato alla luce del domestico fascino da caminetto del presidente. Miss Star-Spangled Banner è la grande protagonista del film, ma il doppio binario che racconta con sobria accuratezza i due Sultani, quello orientale e quello occidentale, mette elegantemente i baffi alla gioconda.

Simone Moraldi

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Cast & Credits The Wind and the Lion (Il vento e il leone)
Regia e sceneggiatura: John Milius; fotografia: Billy Williams; scenografia: Antonio Paton; montaggio: Robert L. Wolfe; musica: Jerry Goldsmith; suono: Milton C. Burrow, Harry W. Tetrick; interpreti: Sean Connery, Candice Bergen, John Huston, Brian Keith, Geoffrey Lewis, Steve Kanaly, Vladek Sheybal; origine: Usa, 1975; formato: 35 mm; durata: 119’; produzione: Herb Jaffe per Columbia Pictures Corporation; distribuzione: Ceiad

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