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Lo sguardo sullo sguardo

di Vanessa Lanari

La Zerda et les chants de l’oubli di Assia Djebar

Per ricordare la figura di Assia Djebar da poco scomparsa, oltre all’omaggio di Leonardo De Franceschi vi riproponiamo anche questa ricerca di Vanessa Lanari che avevamo pubblicato nel novembre 2006.

***
Nel saggio critico di Alessandro Triulzi, intitolato Lo sguardo coloniale. Appunti sulla costruzione dell’altro nella collezione fotografica della Società africana d’Italia, presente nel volume Occidentalismi della rivista «Parolechiave» [1], si affronta la difficile questione della costruzione dello sguardo occidentale sull’altro, a partire dalla scoperta e conquista del Nuovo Mondo da parte dell’Europa. Lo “sguardo coloniale”, nato da una condizione di reale dominazione fisica sull’altro, ha veicolato un’immagine e una rappresentazione del diverso che è stata assunta come parametro assoluto da noi, ma sentita come una falsificazione della propria realtà da parte delle popolazioni colonizzate. La storia dell’altro, infatti, è stata costruita unicamente a partire dalla proiezione dello sguardo dell’occidente colonizzatore: rappresentazioni esotizzanti, fornite alla fine del diciannovesimo secolo dalla pittura europea, relazioni militari e cronache di viaggio, fino ad arrivare, ai giorni nostri, ai documentari “etnografici” di cineasti europei, sulla cui visione dell’altro, lo scrittore e cineasta senegalese Ousmane Sembène dichiara: «Ciò che rimprovero ai film etnografici, è il fatto di osservarci come fossimo insetti» [2].
La scrittrice, cineasta e storica algerina Assia Djebar, in quest’ottica dello sguardo dominante, ha recuperato il materiale di scarto filmico e fotografico delle attualità cinematografiche “Gaumont-Pathé”, prodotte dai francesi nel trentennio 1912-1942 – acquistato e conservato successivamente negli archivi della radio-televisione algerina, la RTA – per realizzare un lungometraggio, intitolato La Zerda et les chants de l’oubli (La Zerda e i canti dell’oblio, 1982).
La particolarità del lavoro dell’autrice consiste nell’aver voluto rovesciare la prospettiva dello sguardo del colonizzatore sulle popolazioni maghrebine, utilizzandone gli stessi strumenti, cioè i filmati d’epoca, che ne documentavano le usanze e le cerimonie. La Djebar, sfruttando il materiale filmico e fotografico per mezzo del quale il francese presentava e giustificava una visione folcloristica e turistica del mondo maghrebino, inserisce, però, nel montaggio della Zerda una serie di musiche e di testi, che, accostati alle immagini di repertorio del colonizzatore, le permettono di dare un nuovo significato al documento stesso. Questa operazione consente di dare visibilità a ciò che era stato, secondo l’autrice, fino a quel momento offuscato, ovvero il punto di vista dell’altro.
La Zerda et les chants de l’oubli viene diviso dall’autrice in quattro canti – le cui parole vengono lette o proiettate sullo schermo per fare da contrappunto alle immagini – intitolati rispettivamente “Canto dell’insubordinazione”, “Canto dell’intransigenza”, “Canto dell’insolazione” e “Canto dell’emigrazione”: canti che corrispondono, così, ai diversi periodi della storia dell’occupazione francese nel Nordafrica.
Il testo introduttivo del documentario spiega che la Zerda è la festa che, in Algeria, celebra la fine della vendemmia. Loro, i francesi, hanno cercato di filmarla e raccontarla, assieme a numerose altre danze e cerimonie tradizionali, ma il risultato di tale tentativo, nel contesto di un Maghreb totalmente annientato e ridotto al silenzio, ha falsificato la rappresentazione di coloro che i colonizzatori volevano dipingere.

Il primo canto della Zerda, intitolato il “Canto dell’insubordinazione”, si riferisce al periodo iniziale della colonizzazione francese, avvenuto attorno agli anni ‘30 del diciannovesimo secolo. Vengono qui evocate le rivolte degli emiri arabi contro i tentativi iniziali di espansione francese.
Le immagini mostrano una serie di danze e cerimonie tradizionali maghrebine, tra cui la Zerda, mentre una voce fuori campo enumera una serie di date che definiscono l’inizio dei protettorati inglesi e francesi nel Nord dell’Africa. Ad Algeri, nel 1913, molti algerini sono costretti ad imbarcarsi per l’Europa.

Il canto successivo, il “Canto dell’intransigenza e delle guerre di guerriglia”, compie un notevole salto cronologico nel passato: l’autrice rivendica le origini ancestrali della propria terra ben oltre la dominazione araba del Maghreb, fino ad arrivare a recuperare la storia dell’antica Cartagine, il periodo delle dominazioni romane ed a rievocare personaggi storici come Annibale e Giugurta.
Vengono proiettate diverse immagini fisse che illustrano volti umani, appartenenti ad etnie differenti, mentre il commento della voce fuori campo denuncia le riprese dei fotografi e degli operatori cinematografici europei che, dopo la conquista, hanno immortalato le popolazioni africane a piedi scalzi e con la pancia vuota. Nel frattempo compare la scritta: «Morti per la Francia, 50.000 algerini».

Il terzo canto, intitolato “Canto dell’insolazione e dei secoli distesi nella sabbia”, risale ulteriormente indietro nel tempo, evocando l’origine comune della razza umana nel continente africano.
Le scene mostrano immagini di ufficiali francesi a cavallo che passano in rassegna schiere di uomini e donne maghrebine. Una voce femminile dichiara:
– «Ci sorvegliano, ci guardano».
E poi:
– «Si congratulano», mentre viene proiettata l’immagine di un ufficiale francese che sta baciando giovani ballerine algerine, che sono esibite davanti allo straniero.

Il quarto canto, intitolato “Canto dell’emigrazione e di quelli che partono come schiavi dei popoli nordici”, richiama alla memoria la partenza di tutti i maghrebini che sono stati arruolati come soldati per combattere negli eserciti francesi.
Immagini del 1939: scene di reclutamento, nei caffè, di uomini maghrebini, poiché l’Africa settentrionale è diventata di importanza strategica nella seconda guerra mondiale. E ancora, immagini di bestiame che viene imbarcato con violenza sulle navi francesi, assieme ai vari generi alimentari destinati all’Europa. Si sentono e si vedono bambini algerini cantare l’inno nazionale francese. La voce fuori campo dichiara: «Siamo diventati portatori di letame».

L’architettura del documentario consiste nella contrapposizione permanente tra la parte sonora e quella visiva: da un lato, la lettura dei “canti”, la denuncia del proprio passato, le lamentele e i canti di voci anonime maghrebine; dall’altro, le immagini e le fotografie del colonizzatore francese. Tale contrasto diventa il principio fondamentale per attuare una sorta di “de-costruzione” dello sguardo occidentale e dimostrare come le immagini consegnate alla storia dal colonizzatore siano in realtà pervase dall’assenza della voce dell’altro, e quindi del suo punto di vista.
Il commento delle voci inserite da Assia Djebar, infatti, negando ciò che le immagini evidenziano e svelando ciò che viene storicamente “velato”, creano una frattura talmente manifesta tra le diverse interpretazioni di una stessa realtà, da suscitare nello spettatore una inevitabile riflessione sulla difficoltà di raccontare la Storia. O meglio sulla necessità dell’altro di raccontare la propria storia. Il valore dell’operazione tentata dalla storica algerina non risiede tanto nella volontà di annullare la storia filmata e narrata dai colonizzatori occidentali, dimostrando la totale falsità delle loro affermazioni, quanto nella capacità di rendere evidente la falsificazione delle immagini e della realtà che esse intendono fornire.
Alla base del discorso politico della Djebar è presente la volontà di ritagliarsi uno spazio all’interno della grande Storia e di fornire il punto di vista di coloro che sono stati da sempre occultati e dimenticati. L’accusa diretta dall’autrice nei confronti delle società occidentali è di aver avuto uno sguardo che in realtà non si proponeva di conoscere e approfondire l’interesse verso la cultura dell’altro, ma di produrre uno sguardo “superiore” e “depredatore” nei confronti del diverso. Il colonizzatore, archiviando, illustrando e controllando le usanze delle società arabe, africane e orientali, ha prodotto uno sguardo coloniale, il cui scopo fondamentale consisteva nell’occultamento e nell’oblio della presenza dell’altro.
A questo tipo di oblio si riferisce la seconda parte del titolo del documentario, alludendo contemporaneamente alla dimenticanza di cui sono ugualmente responsabili gli algerini, poiché, a loro volta, si sono dimenticati di trasmettere la propria storia alle generazioni successive. L’oblio della Djebar si riferisce all’oblio degli “obliati” e alla necessità di riappropriarsi di ciò di cui si è stati “de-posseduti”.
Sull’importanza della rielaborazione critica del proprio passato, lo storico burkinabè Joseph Ki-Zerbo ha dichiarato: «Ho avuto la fortuna di studiare il latino: Cicerone, Sallustio, Tacito. Eppure mi rendo conto che ciò che è importante non è quello che abbiamo imparato in latino, ma ciò che abbiamo dimenticato in africano. Dobbiamo considerare la storia autoctona, non quella che ci hanno imposto da fuori» [3].
Il problema della costruzione di una storia personale per l’altro non viene posto nei termini di un antagonismo di fondo nei confronti delle società occidentali, ma di un problema di ruolo e di identità da assumere. Ancora Ki-Zerbo sostiene: «Non vogliamo coltivare la recriminazione e l’odio, ma rifondarci e ritrovare la nostra identità» [4]. Senza identità, ovvero senza la possibilità di cercare le proprie radici nel passato, si corre il pericolo di diventare uno strumento manipolato dagli altri.

Cast & Credits
La Zerda et les chants de l’oubli (La Zerda e i canti dell’oblio)
Regia e sceneggiatura: Assia Djebar; soggetto: Assia Djebar, Malek Alloula; montaggio: Nicole Schlemmar; musica: Ahmed Essyad; origine: Algeria, 1982; formato: 16 mm; durata: 57’; produzione: RTA

Note

[1] AA.VV., Occidentalismi, «Parolechiave», n. 31, Roma, Carocci editore, giugno 2004

[2] Sada Niang (a cura di), Littérature et cinéma en Afrique francophone. Ousmane Sembène et Assia Djebar, Paris, L’Harmattan, 1996, p. 51.

[3] Joseph Ki-Zerbo, Appunti sulla storia dell’Africa e dell’umanità, conferenza tenutasi alla Facoltà di Lettere e Filosofia – Università La Sapienza di Roma, 11 settembre 2002, documento internet.

[4] Ibid.

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