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La storia algerina dall’altra parte dello specchio

di Leonardo De Franceschi e Maria Coletti

Conversazione con Laurent Herbiet

Cinema. Festa Internazionale di Roma, Hotel Excelsior, 17 ottobre 2006

Dopo anni di gavetta nell’assistentato, Laurent Herbiet esordisce con Mon Colonel, un film che tocca uno dei nervi ancora scoperti nella società francese, la guerra d’Algeria. Non è un caso che La battaglia di Algeri (1966), lo stesso capolavoro di Pontecorvo, sia stato distribuito nelle sale soltanto un paio di anni fa e che rari rimangano i film dedicati a questa pagina cruenta nella storia dei rapporti tra i due paesi. Abbiamo incontrato Herbiet a Roma, in occasione della presentazione del film, in concorso, alla prima Festa del Cinema.

Ho letto che ha lavorato nella sezione cinematografica dell’esercito francese. Visto l’argomento del film, la cosa incuriosisce...
Si è trattato semplicemente del periodo del servizio militare: ho avuto la fortuna, per sottrarmi un po’ al rigore dell’esercito, di lavorare nel servizio fotografico e cinematografico. Ma non ho imparato a fare cinema sotto le armi, è stato solo un modo per trascorrere in maniera accettabile gli undici mesi di leva… L’interesse per il cinema lo coltivavo da prima.

L’esperienza militare però le è servita per capire il funzionamento dell’esercito…
L’unico “vantaggio” del servizio militare è che aiuta a farci un’idea della gerarchia e di cosa significhi una mancanza assoluta di disobbedienza: si diventa consapevoli che, qualsiasi cosa ci venga chiesto, c’è sempre la possibilità di disobbedire, ma con delle conseguenze piuttosto drammatiche…

Ha iniziato a occuparsi di cinema lavorando come aiuto regista (Claude Lelouch, Blake Edwards, Alain Resnais). Perché la decisione di esordire dietro la macchina da presa con un film sull’Algeria? L’idea le è venuta subito dopo l’uscita del libro di Zamponi o l’aveva in mente già da prima?
In realtà era da molto tempo che sognavo di passare alla regia e ho scritto diverse sceneggiature che però sono rimaste ferme a diversi fase della produzione, tra cui una sulla prima guerra mondiale. Ero alla ricerca di soggetti interessanti, quando mi sono imbattuto nel libro di Francis Zamponi: l’ho letto tutto d’un fiato una domenica pomeriggio ed ho subito pensato che fosse una storia bellissima da portare sullo schermo. In più, mio padre ha combattuto in Algeria, o meglio è stato inviato in Algeria nel 1956, per sei mesi, ma ha avuto la fortuna di non dover partecipare ai combattimenti, perché è stato assegnato alla frontiera con il Marocco, che era una zona “non operativa”. Per questo mi ha sempre parlato liberamente della guerra d’Algeria, non essendosi trovato a vivere, come molti suoi commilitoni, situazioni drammatiche. Dunque, dopo aver letto il libro, ho subito iniziato a pensare al film. Come abbiamo ricordato anche in conferenza stampa, l’iter produttivo è stato lungo e complicato, ma quando eravamo a buon punto è scoppiato in Francia il caso Aussaresses, un generale che ha confessato, o meglio dichiarato pubblicamente, di aver esercitato la tortura durante la guerra d’Algeria. Questo ha fatto sì che si parlasse di nuovo di guerra d’Algeria, scatenando anche una riflessione socio-antropologica su un passato rimosso, iniziata già alla fine degli anni ’90 in Francia, quando tutti gli uomini che avevano partecipato alla guerra d’Algeria (circa due milioni e mezzo) sono arrivati alla pensione. È stato il momento appropriato per fare un bilancio del passato e per prendere finalmente atto che c’era stata tutta una parte della storia francese che era stata rimossa, di cui bisognava parlare.

Quali sono le differenze tra il romanzo e il film, a livello di sceneggiatura?
Ci sono importanti differenze. Soprattutto l’idea, proposta da Costa Gavras, di inserire ex novo il personaggio femminile del tenente Galois. La struttura del romanzo è composta da un’alternanza di piani spazio-temporali, tra il rapporto della polizia e il diario del tenente Rossi: non c’è lo stato maggiore dell’esercito e non esiste il personaggio della giovane soldatessa che, secondo le intenzioni di Gavras, diventa lo specchio, al presente, del percorso drammatico subito dal tenente Rossi.

Perché la scelta di ambientare il presente del film al 1993?
Nel 1993 siamo ancora durante la Presidenza di Mitterand: questo per noi è importante perché Mitterand era al governo nel 1956 e dunque rappresenta davvero la continuità della storia francese e la responsabilità di tutti i francesi. Inoltre è anche una questione di credibilità: i personaggi che vediamo in Algeria nel 1956 hanno l’età giusta nel 1993. Se avessimo ambientato il film nel 2005 o nel 2006 i personaggi come il colonnello o il padre del tenente Rossi sarebbero dovuti essere molto più vecchi, dovrebbero aver avuto 92 o 95 anni e non sarebbe stato più possibile raccontare la stessa storia.

A proposito del rapporto tra il colonnello Duplan e il tenente Rossi: si tratta di una relazione quasi padre-figlio… Qual è la storia personale che i due personaggi si portano dietro?
In effetti ho lavorato a delle piccole biografie dei personaggi, da dare agli attori perché potessero entrare meglio nella parte, e la relazione fra i due personaggi principali è stata pensata molto in questo senso: non solo il colonnello diventa per Rossi una figura paterna, ma il colonnello e il padre di Rossi li ho pensati con molti punti in comune. Uomini di una stessa generazione che, molto probabilmente, hanno combattuto contro il nazismo e sono stati deportati, o subito torture, e magari sono stati anche in Indocina… Ho pensato al tenente Rossi come a un giovane uomo cresciuto praticamente senza padre, lontano a causa delle guerre, e che quindi quando si trova sotto la direzione del colonnello finisce per subirne nel bene e nel male l’influenza, fino alla fine. Come lui stesso confessa al colonnello, dicendogli: «Lei ha preso il posto di mio padre e quindi mi confido a lei apertamente come se fosse mio padre».

Come ha lavorato con gli attori, a livello della messa in scena? Mi sembra abbia fatto nel complesso la scelta di una regia molto al servizio degli attori…
Ho lavorato molto bene con gli attori, che sono stati formidabili: non abbiamo dovuto fare molte prove prima di girare. Riguardo alla scelte di regia, effettivamente sono molto legate ai personaggi. Le parti girate negli esterni algerini rispecchiano il punto di vista di Rossi, dunque forse la macchina da presa è più mobile perché scopre assieme al personaggio la realtà che lo circonda. Per le riprese in interni, invece, mi sono concentrato sulla fisicità, sull’espressività dei personaggi e la macchina da presa è usata in modo molto più classico e più fisso.

Alla fine del film come è cambiata la sua idea sulla guerra d’Algeria e più in generale sulla storia algerina?
Mi è rimasta l’idea che la storia dell’Algeria, a causa della Francia, sia stata un caos totale, un gigantesco spreco. Un paese che aveva un potenziale enorme e che è stato sciupato dalla Francia, così che, anche dopo l’indipendenza, non si è mai ripreso totalmente. E non dimentichiamo che si è trattata, per di più, di un’indipendenza non vinta sul campo. Nel 1962 i francesi hanno vinto militarmente la guerra: l’indipendenza è stata conquistata politicamente. Infine, dopo l’indipendenza, l’ingerenza militare e politica francese hanno fatto sì che non si creasse in Algeria una democrazia veramente indipendente e forte.

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