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Un eroe per caso

di Leonardo De Franceschi e Maria Coletti

Conversazione con Zézé Gamboa

Cinema. Festa Internazionale di Roma, Casa del Cinema, 18 ottobre 2006

Abbiamo incontrato il regista angolano Zézé Gamboa in occasione della presentazione alla Festa di Roma del suo nuovo progetto, The Great Kilapy, finanziato dal progetto New Cinema Network - Unidea Unicredit Foundation per il sostegno del nuovo cinema africano.

Il cinema angolano è per così dire “nato dalla guerra”, come il cinema algerino: si è sviluppato grazie ai documentari cinematografici realizzati dal MPLA, negli anni ‘60 e ‘70, durante la lotta per l’indipendenza. Però ci sono stati anche molti autori, come Sarah Maldoror (Sambizanga, 1972), che hanno dato un forte contributo. Come è avvenuto il tuo ingresso nel cinema?
Come tutti i cineasti angolani, ho cominciato lavorando per la televisione. La televisione era all’epoca “il parente povero” del cinema, a causa della guerra: la televisione angolana, prima ancora della nascita dell’Istituto Cinematografico Angolano (IACAM), nel 1977, aveva un dipartimento cinema, e grazie a quello abbiamo potuto iniziare a lavorare. È stato un fortunato concorso di circostanze, ma non tutti potevano fare cinema in televisione: io, ad esempio, ho iniziato a 17 anni realizzando notiziari e reportage per i telegiornali. Era il 1974: un anno prima dell’indipendenza angolana.
Apro un inciso. La televisione si chiamava all’epoca Radiotelevisione Popolare dell’Angola (RPA), ma nel 1975 ha dovuto cambiare sigla, perché nel frattempo era divenuta, con l’indipendenza, uguale a quella della novella Repubblica Popolare dell’Angola. Allora è stata rinominata TPA (Televisione Popolare dell’Angola). Infine, nel 1992, dopo le elezioni politiche, la sigla è rimasta la stessa ma cambiando definizione, ovvero Televisione Pubblica Angolana. Penso che l’Angola sia uno dei pochi esempi in cui il cambiamento di sigla della televisione è indice dell’evoluzione politica del paese.
Tornando a me, nel 1976, alcuni tecnici del cinema di un’associazione legata al Partito Comunista francese hanno tenuto un workshop in Angola, ed in quella occasione mi sono formato nella registrazione del suono. Nel 1981 mi sono trasferito a Parigi e ho cominciato a lavorare come tecnico del suono, presso una compagnia che oggi non esiste più, la Néciphone.

Infine, è arrivato il tuo primo documentario: Mopiopio.
Sì, era il 1990 ed ero stufo di lavorare per film di altri registi e sentivo di avere molte cose da raccontare. Il film è sulla società angolana vista attraverso la musica: un documentario musicale…

Perché la scelta del documentario?
Era un modo per poter iniziare a fare cinema, con i miei propri mezzi. Realizzare un documentario era comunque meno costoso che provare a realizzare un film di finzione, anche se magari un cortometraggio. Ma fare un documentario, anziché un cortometraggio, mi ha permesso anche di avere più tempo, di confrontarmi con una durata medio-lunga (in questo caso 55’) e quindi di stare più tempo a contatto con la realtà e con le persone con cui lavoravo. E poi c’era anche un coté di finzione, anche se non lavoravo con attori: si trattava di una sorta di docu-fiction…

Quali sono stati i tuoi modelli cinematografici?
Come tutti, ho avuto molte influenze cinematografiche: il neorealismo italiano, la nouvelle vague francese, autori come Cassavetes, o ancora il nuovo cinema brasiliano… Si impara sempre guardando i film degli altri, e poi man mano si comincia ad essere indipendenti. Dopo il mio secondo documentario, le cose si sono messe in moto, e alla fine sono riuscito a realizzare il mio primo lungometraggio.

In effetti hai avuto un percorso particolare: direttamente dal documentario al lungometraggio…
Sì, è vero, ma tieni presente che, come fonico, ho lavorato per una quarantina di lungometraggi. Dunque avevo già una bella esperienza di lavoro sul set…

C’è un filo rosso, nel percorso dei tuoi film?
Non saprei, questo deve essere la critica a dirlo, non io! Sarei troppo soggettivo… Comunque, forse è vero quando si dice che un autore finisce per fare sempre lo stesso film…

Veniamo dunque al tuo film d’esordio, O heroi (2004), che ha avuto un’accoglienza strepitosa al Sundance Film Festival, dove ha vinto come miglior film straniero. Ti ha sorpreso questo successo?
Tutto è cominciato a Nantes, al Festival des Trois Continents, dove il film era in competizione [e dove ha ottenuto il Premio del Pubblico, ndr]: mi ha telefonato il mio produttore, Fernando Vendrell, per dirmi che il film era stato preso al Sundance, ed è stata una grande gioia. Abbiamo partecipato al festival senza grandi speranze: rendendoci conto dei grandi budget degli altri film in concorso, per noi era già tanto essere stati selezionati. La notizia del premio mi è arrivata quando ero già ripartito: io e mia moglie non riuscivamo a crederci! Quando mi sono ripreso, ho deciso di prepararmi una bella lettera di ringraziamento al produttore e a tutti gli attori e i tecnici che hanno reso possibile il film – da leggere alla cerimonia. Spesso ci si dimentica delle persone con cui si lavora. Dopo il Sundace, il film ha continuato a girare per il mondo e ha avuto altri riconoscimenti. Una bella soddisfazione per me, per un progetto che risaliva al 1992, e che ho impiegato dunque 12 anni a realizzare!

Come hai lavorato con gli attori, e in particolare con il protagonista del film, Makena Diop? Un attore molto bravo, che ho avuto occasione di incontrare recentemente anche a Venezia, per il film Rêves de poussière di Laurent Salgues… Hai aggiunto degli elementi durante le riprese, oppure sei rimasto fedele alla sceneggiatura?
Ho fatto dei cambiamenti, soprattutto aggiungendo. Avevo scritto la sceneggiatura a Lisbona, e quando sono tornato a Luanda, per girare, mi sono accorto che molte cose erano cambiate nella società angolana, che è in continua trasformazione. Ad esempio, ho aggiunto la scena delle persone in fila per lanciare gli appelli alla televisione, per trovare i propri cari dispersi: una scena che abbiamo visto nella realtà e che ho voluto mettere anche nel film…
Rispetto al lavoro con gli attori, sono sicuro di quello che voglio, ma anche molto disponibile a cambiamenti. Prima di lavorare cerco di dare agli attori tutte le indicazioni necessarie sul profilo psicologico del personaggio, perché riescano a calarsi nella mia visione, ma accetto anche i loro suggerimenti: è davvero un lavoro di equipe. L’attore deve sentirsi a proprio agio con le frasi che deve dire, deve sentirle… Abbiamo fatto molte prove prima di iniziare a girare, ma durante le riprese non abbiamo avuto bisogno più di quattro ciak a scena.

Ma come hai scelto Makena? Perché un attore senegalese?
Sapevo fin dall’inizio che il mio film si sarebbe retto sul protagonista: se l’attore non avesse funzionato, anche il film sarebbe andato male… Dunque per il protagonista non ho voluto prendermi il rischio di lavorare con attori non professionisti, come la gran parte del resto del cast. Per questo ho scelto Makena, che ha dato prova di grandissima professionalità e anche di una resa drammatica eccezionale. La sua recitazione è stata talmente naturale che lo si confonde con un vero angolano. Naturalmente poi ho dovuto doppiarlo: non potevo permettermi di avere il tempo di fargli studiare la parte in portoghese…

Nel film c’è una forte dose di critica sociale nei confronti di una certa classe politica e dell’uso retorico e propagandistico dei media…
Questo corrisponde al mio carattere e al senso che ha per me fare cinema in Angola. Non basta fare intrattenimento, bisogna raccontare delle storie: in quanto registi bisogna diventare in qualche modo anche educatori. Il cinema nei paesi “mal sviluppati” (non mi piace la definizione “terzo mondo”) deve rispondere a una funzione sociale. Certo, questa è la mia visione personale, non voglio certo obbligare nessuno a farlo, ma, secondo me, questo è il nostro dovere in quanto cineasti.

Questo si intuisce anche leggendo il progetto del tuo prossimo film, The Great Kilapy, sostenuto dalla Festa di Roma e da Unidea Unicredit Foundation nell’ambito del New Cinema Network… Il protagonista sembra essere un altro “eroe per caso”: l’Africa ha bisogno di eroi?
Beh, forse questa è proprio la risposta alla tua domanda di prima, quando mi chiedevi se c’era un filo rosso nel mio cinema… In effetti, i protagonisti di O heroi e di The Great Kilapy sono entrambi due eroi-antieroi… Ma devi trarne tu le conclusioni!
Ad ogni modo, penso che sia un soggetto che porta uno sguardo nuovo, fresco, sulle cinematografie africane. Anche per questo film mi sono concentrato su un racconto urbano, che si svolge però in diverse città: sarà perché sono nato a Luanda ed ho sempre vissuto in città, ma non riuscirei a raccontare storie ambientate nei villaggi.

Leggendo il soggetto, si ha l’impressione che tu voglia raccontare un periodo buio della storia angolana, quello del colonialismo, ma in maniera indiretta…
Preferisco sempre parlare attraverso le immagini, suggerire le cose attraverso piccoli segnali, piuttosto che sottolinearle… Attraverso una piccola storia semplice si può arrivare a suggerire un senso più ampio e una visione più universale, che si può leggere tra le righe, nel sottotesto del film.

Cosa significa il titolo, The Great Kilapy?
Si tratta ancora di un titolo provvisorio, all’inizio avevo pensato a O filho do imperio, e potrebbe ancora cambiare. “Kilapy” è una parola che, in una delle lingue che si parlano in Angola, significa “furto”, “truffa”, “colpo”. Dunque il senso del titolo è “la grande truffa”.

Qual è la situazione attuale del cinema in Angola? Si può parlare di una rinascita?
Non so, dopo un iniziale momento di ripresa, non penso che in realtà si posa parlare di una rinascita. Non c’è una volontà politica in questo senso: è stata fatta una legge sul cinema, ma senza finanziamenti all’Istituto di Cinema Angolano, e senza finanziamenti è impossibile fare cinema. Si tratta di una legge mercenaria…

E le sale?
Ci sono alcune sale, ma solo un cinema è attrezzato per proiezioni in 35 mm… Quindi non esiste un vero mercato cinematografico.

Un’ultima domanda: come ti è sembrata questa prima edizione della Festa di Roma?
Innanzitutto per tutti gli amanti e i professionisti del cinema, Roma è il cinema, quindi è naturale che ci sia qui un grande festival, anche se all’inizio la cosa mi ha sorpreso.
Mi sono trovato molto bene ed è tutto ben organizzato, si vede che c’è un grande budget. Ritengo sia stata un’idea particolarmente brillante ed anche molto utile quella di creare questo spazio del New Cinema Network, che ha permesso a molti registi di incontrare produttori, distributori, finanziatori: una strada che sicuramente darà buoni frutti. Certo, anche in Italia ci sono problemi di finanziamento al cinema, e quindi è difficile trovare coproduzioni italiane, ma comunque in questo modo si ha l’opportunità di incontrare professionisti internazionali del settore.
Insomma, è un bel festival e spero che continui…

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