title_magazine

Daratt

di Mahamat-Saleh Haroun

Immagini giuste per far lievitare il perdono

Dal 25 maggio, distribuito da Lucky Red, è arrivato anche nelle sale italiane Daratt del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, Premio speciale della giuria a Venezia 2006. Coprodotto da Abderrahmane Sissako – altro nome di punta del cinema africano contemporaneo, presente alle JCC con il suo ultimo film Bamako – il film è stato inserito nell’ambito delle celebrazioni mozartiane per i 250 anni della nascita del compositore. Ed è straordinario constatare come il regista sia riuscito a creare un’opera personalissima e insieme una moderna riflessione sul tema del perdono e della riconciliazione, esplorato da Mozart in La clemenza di Tito. Un film pulito e semplice come una sonata mozartiana. Al suo terzo lungometraggio, Mahamat-Saleh Haroun dimostra di aver raggiunto una compiuta maturità stilistica, proseguendo il suo cammino lungo la strada di un cinema che riflette sullo stato delle società africane ma anche su come sia possibile parlarne, in maniera credibile e profonda, attraverso le immagini.

Un villaggio ai confini del deserto. Alcune persone ascoltano la radio: un comunicato annuncia la fine dei lavori della commissione “Giustizia e Verità”, che, dopo sei mesi, ha deciso di decretare un’amnistia generale, per uscire dalla violenza della guerra civile. Un vecchio cieco chiama a sé il nipote, Atim. Gli consegna una pistola e lo incarica di andare in città a uccidere un uomo di nome Nassara, per vendicare la morte del padre, e di raggiungerlo nel deserto. Atim si mette in viaggio. Partono i titoli di testa. Un inizio secco, arido, come lo sono le radici dell’odio e della vendetta. La macchina da presa pedina Atim, ma sempre a una certa distanza. In uno spazio-tempo che è quello sospeso dell’attesa e del dubbio, ogni inquadratura è aperta alle possibilità: una busta di plastica trascinata dal vento come un incontro fortuito con un amico improvvisato o con un militare sul quale sfogare la propria rabbia. Inquadratura dopo inquadratura, Haroun crea uno spazio interiore, asciutto anche sul piano sonoro: musica quasi assente, dialoghi essenziali. Il percorso di Atim è lineare, ma non facile: come uccidere un uomo dopo averlo conosciuto, dopo aver lavorato con lui, dopo aver conosciuto la moglie ed esserne diventato quasi un figlio adottivo?

Atim è un orfano, suo padre è morto prima che nascesse. Nassara, ex criminale di guerra, non ha figli. La relazione che pian piano si instaura fra loro è dunque uno strano rapporto di filiazione. Il regista lavora su questo livello simbolico, ma anche sul senso della vendetta. Come un moderno Amleto, Atim è tormentato dall’incapacità a risolversi all’azione, e intanto il tempo passa e in lui lievita – come il pane che ha imparato a fare grazie a Nassara – anche il dubbio. Nassara è diventato un uomo pio, un panettiere che va in moschea ogni giorno e regala il pane ai piccoli mendicanti, ed anche lui è in qualche modo vittima della violenza. Ha perso la voce e può parlare solo con una macchinetta, perché durante la guerra civile qualcuno ha tentato di sgozzarlo. Atim gli si avvicina sempre di più, anche fisicamente, in un misto di rabbia, disprezzo e dolorosa solitudine.

Haroun mette in scena questo impossibile avvicinamento con un pudore e un equilibrio geniali: niente fronzoli o sottolineature, solo dei corpi in ascolto, alla ricerca di un modo di comunicare che riesca ad alleviare il dolore dell’esistenza e del ricordo. Atim è nato da una privazione ed ha di fronte a sé due uomini altrettanto menomati: il nonno è cieco, Nassara non può parlare. Il nonno cerca di vendicarsi attraverso il nipote, di vedere attraverso i suoi occhi, così come Nassara può parlare solo attraverso uno strumento esterno, meccanico. Atim diviene così, letteralmente e simbolicamente, il tramite attraverso cui entrambi gli uomini possono mettere fine alla spirale di violenza. Alla fine, all’ennesima richiesta di Nassara e di sua moglie di diventare loro figlio, Atim si decide e prende l’unica decisione possibile, che è anche quella del regista. Mettere in scena, simbolicamente, la vendetta e la violenza, per superarle definitivamente con un atto di catarsi collettivo. Cos’altro può essere il cinema? Il film di Haroun è esattamente questo. Un colpo di pistola nel vuoto. Il vento che accarezza il deserto. E, forse, una nuova vita.

Maria Coletti

Vai all’intervista di Cinemafrica

Cast & CreditsDaratt (Daratt - La stagione del perdono)
Regia e sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun; fotografia: Abraham Haile Biru; suono: Dana Farzanehpour; montaggio: Marie-Hélène Dozo; musica: Wasis Diop; interpreti: Ali Barkaï, Youssouf Djaoro, Aziza Hisseine, Djibril Ibrahim, Fatimé Hadje, Khayar Oumar Defallah; origine: Ciad/Francia/Belgio/Austria; formato: 35 mm; durata: 95’; produzione: Abderrahmane Sissako e Mahamat-Saleh Haroun per Chinguitty Films, Goï-Goï Productions, Entre Chien et Loup, New Crowned Hope; distribuzione italiana: Lucky Red; sito ufficiale: http://www.pyramidefilms.com; sito italiano: www.luckyred.it

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha