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Junun

di Fadhel Jaïbi

Cronaca di una follia annunciata

La presentazione in prima mondiale di Junun (Démences) alle Journées Cinématographiques de Carthage è stato un avvenimento di grande importanza, anche se il film non era in concorso. Fondatore con Jalila Baccar del Nouveau Théâtre – una compagnia nata nel 1976, che ha rivoluzionato l’espressione teatrale tunisina – Fadhel Jaïbi, oltre ad essere drammaturgo e regista teatrale, ha diretto anche le trasposizioni cinematografiche dei suoi lavori (La Noce, Arab). Lo spettacolo teatrale di Junun ha avuto un successo strepitoso: oltre a numerose rappresentazioni in Tunisia, è stato presentato a prestigiosi festival internazionali (al Festival d’Avignone, al Festspiele di Berlino, al Festival del Mediterraneo di Milano). Il passaggio dal teatro al cinema ha comportato, però, un triplice lavoro di stratificazione, dal momento che il testo teatrale è liberamente tratto dal romanzo Chronique d’un discours schizophrène: Récit d’une psychanalyse sans divan della psicanalista Néjia Zemni, una sorta di diario di un caso di schizofrenia.

Il successo raccolto con gli spettacoli si è ripetuto anche in occasione della presentazione di Junun alle JCC, tanto che si è dovuta aggiungere una proiezione speciale al cinema Mondial, per tutti quelli che non erano riusciti entrare alla proiezione ufficiale del film. Nonostante la necessità di un doppio lavoro di adattamento, dalla pagina al palcoscenico e poi dal palcoscenico al grande schermo, il film non è una semplice trasposizione teatrale: Jaïbi riesce a lavorare sulla profondità di campo, sui primi piani, sul montaggio, sugli spazi, ricreando uno spazio-tempo cinematografico, che è teatrale più nella crudeltà e nel coinvolgimento dello spettatore che nell’impostazione narrativa. Un giusto mélange tra coinvolgimento e distanza che rispecchia il felice connubio fra cinema e teatro.

Vedere il film in occasione delle JCC ha aiutato a leggere il film e il tema della follia in una chiave non solo esistenziale e culturale, ma anche politica, come percorso estremo di rivolta del protagonista alle convenzioni sociali dominanti, che soffocano l’identità e impediscono la libera espressione di sé, con conseguenze potenzialmente mortali. La follia come rivolta alla legge del padre, tema che sembra richiamare in qualche modo anche il percorso estremo del protagonista del film di Bouzid (Making off), presentato anch’esso alle JCC in anteprima mondiale. D’altra parte, l’accento sulla ribellione è posto in risalto anche dalla stessa psicanalista, citata da Jalila Baccar in esergo al testo teatrale: «Sento, per non so quali oscure ragioni, che questo paziente è diverso, che qualcosa in lui può ancora essere salvato, qualcosa di disperatamente ribelle». Fadhel Jaïbi e Jalila Baccar esprimono una tensione morale e politica che cerca di comprendere i meccanismi contorti del circolo vizioso potere/rivolta/violenza, particolarmente pericolosi nel contesto mondiale attuale che si dibatte tra crisi di identità culturale e scontro, fomentato dai media, tra Oriente e Occidente. Tematica che affrontano in maniera più diretta nell’ultimo spettacolo teatrale, Khamsoun (Corps Otages), sulla deriva islamista e i suicidi terroristici, presentato nello scorso giugno a Parigi (Théâtre L’Odeon) e censurato in Tunisia (sul sito di Familia Productions è in corso una raccolta di firme a sostegno degli autori).

Ma torniamo a Junun. Il film ha inizio con un prologo quasi insostenibile nella sua crudezza: il primissimo piano disturbante del protagonista (un eccellente Mohamed Ali Ben Jemaa), in piena crisi di identità; un volto sconvolto dal segno della malattia e dalla presenza di un altro che lo tormenta. Fin da subito è chiaro che la schizofrenia del protagonista è il frutto di un tentativo di ribellione disperata, nella ricerca di una propria identità negata. Una sete di violenza come risposta alle mille violenze subite e taciute, ed ora finalmente dette. Una violenza che vuole scatenarsi, non a caso, contro le donne. A quest’inizio brutale si sussegue una asciutta presentazione del caso clinico, in voice over, da parte di Lei, la dottoressa che lo ha in cura e che ha in modo di incontrarne la famiglia: «Nun, 25 anni, disoccupato, a 12 anni lascia la scuola, conosce il riformatorio a 14 anni, la prigione a 17, l’esercito a 18 e il manicomio a 24». L’incontro con la famiglia di Nun permette alla dottoressa di comprendere le tappe del suo lento e inevitabile sprofondare nella schizofrenia – manifestatasi apertamente il giorno del matrimonio di una delle sorelle: il padre morto da due anni, una madre fredda, il fratello maggiore in galera per droga e per aver spinto alla prostituzione le sorelle. Una famiglia disagiata, materialmente e psicologicamente, e sconvolta dalla violenza fisica e verbale. Quella di Nun è in fondo la cronaca di una follia annunciata: la sua malattia è l’unico mezzo per reagire alla violenza delle parole e del condizionamento del padre – un uomo violento con la madre e che sfogava su Nun tutte le sue frustrazioni nel rapporto con l’altro sesso, considerato il demonio. Nun è consapevole del potere della parola, «che può far male ed è più forte del bastone».

L’immagine ossessiva e onnipresente del padre – anche letteralmente, attraverso la fotografia incorniciata che sembra scrutare e tenere sotto controllo ogni cosa, ogni persona – si presta a una lettura politica: la cura e la salvezza per Nun iniziano quando comincia a comprendere che la voce che sente è quella del padre, del potere interiorizzato. Ma il film si presta anche a un’altra chiave di lettura, più esistenziale e profonda, che rimanda al tema dell’identità come maschera: non solo per Nun, ma anche per Lei. Apparentemente sempre distesa, serena, con un mezzo sorriso perpetuamente stampato sul volto, anche la dottoressa è in qualche modo vittima del proprio ruolo e delle istituzioni: è costretta a dimettersi dall’ospedale in cui lavora, perché la sua terapia non è considerata ortodossa e in più si oppone alle violenze, ai farmaci, ai ricoveri forzati. Una frustrazione anche questa legata al potere e insieme a un rapporto maschile/femminile distorto e malato: i colleghi maschi la accusano addirittura di essere attratta sessualmente da Nun.

Il percorso di follia, di rivolta, di liberazione è reso anche dal rapporto dei due protagonisti con i differenti ambienti in cui si muovono: il manicomio, la casa di Nun, un cantiere abbandonato. Tutti luoghi caratterizzati in base alla maggiore o minore chiusura: gli spazi della clinica e della casa sono grandi e freddi, segnati dalla distanza e dall’aggressività come unica possibilità di relazione; il cantiere, al contrario, diviene metafora letterale e simbolica di un luogo aperto e in costruzione. Ed è proprio qui che Nun capisce le ragioni della sua sofferenza, è qui che inizia la ricostruzione di sé, di un possibile futuro, anche se nato dalle macerie. Alla fine, di fronte allo spazio aperto e infinito di fronte a sé, Nun può finalmente dire la sua parola, urlare al mondo la sua essenza, i suoi sogni, le sue paure.

Maria Coletti

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Cast & Credits Junun ( Démences )
Regia: Fadhel Jaïbi; sceneggiatura: Jalila Baccar e Fadhel Jaïbi, dal romanzo Chronique d’un discours schizophrène: Récit d’une psychanalyse sans divan di Néjia Zemni (L’Harmattan, 1999); fotografia: Ali Ben Abdallah; suono: Moez Ben Cheïkh; montaggio: Arbi Ben Ali; scenografia: Kaïs Rostom; costumi: Monia Zarrouk; musica: Pivio e Aldo De Scalzi; interpreti: Jalila Baccar, Mohamed Ali Ben Jemaa, Fatma Ben Saïdane, Salha Nasraoui, Awatef Jandoubi, Basma El Euchi, Kaïs Aoudidi, Karim El Kefi, Raouf Ben Amor, Mohamed Kouka, Ramzi Aziz; origine: Tunisia, 2006; formato: Betacam; durata: 104’; produzione: Familia Productions; distribuzione: Familia Productions; sito ufficiale: www.familiaprod.com

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