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Quarant'anni di JCC

di Maria Coletti

Lo scorso 18 novembre si è chiusa l’edizione numero 21 delle Journées Cinématographiques de Carthage (JCC), lo storico festival di cinema africano che si svolge ogni due anni a Tunisi, dove fu fondato nel 1966 – il primo sul continente – per iniziativa di Tahar Cheriaa e del Ministero della Cultura tunisino. Un’edizione speciale, venuta a cadere in contemporanea con due anniversari importanti per la Tunisia e per l’Africa in generale: 40 anni dalla creazione delle JCC e 50 anni dall’indipendenza della Tunisia. Nonostante questi due grandi eventi storici da ricordare, il festival si è svolto, senza dubbio grazie alla grande competenza e al savoir faire del direttore artistico Ferid Boughedir, all’insegna della sobrietà e dell’equilibrio, a cominciare dalle serate di apertura e di chiusura del festival, concentrate sul cinema e sulla sua magia piuttosto che su momenti effimeri di mondanità o di retorica politica.

Nella serata di apertura, ad esempio – dedicata al film Indigènes di Rachid Bouchareb – una regia intelligente ha miscelato nelle giuste dosi un happening di disegno con la sabbia, la presentazione delle due giurie ufficiali del festival e il saluto di una madrina “mediterranea” e dal fascino immutato come Ornella Muti con l’intervento accorato di Sami Bouajila, uno dei protagonisti del film (premiati collettivamente a Cannes dal premio per la miglior interpretazione) e i reduci tunisini della seconda guerra mondiale, invitati a presenziare alla proiezione del film loro dedicato. Se in occasione dell’apertura c’è stato qualche evidente problema organizzativo legato alla difficoltà di regolare l’affluenza di accreditati e pubblico nello spazio del cinema Colisée, per cui molti invitati non sono riusciti ad entrare, il disagio non si è ripetuto per la chiusura: la riduzione degli inviti e la proiezione su un maxischermo all’aperto della cerimonia hanno garantito uno svolgimento tranquillo della consegna dei premi. Un piccolo esempio delle mille facce del cinema africano e insieme delle JCC: un festival che merita di essere seguito per la sua ricchezza umana oltre che professionale. Nelle righe che seguono proverò a dar conto delle luci e delle ombre che si sono proiettate sul cinema africano nei giorni del festival.

Il Palmarès
Il lavoro svolto dalle due giurie si è dimostrato molto attento ed equilibrato, soprattutto considerando alcuni difetti nell’impostazione di partenza delle sezioni competitive, che sicuramente hanno messo a dura prova i giurati: un certo disequilibrio nella provenienza dei film in competizione, con uno spazio minore riservato ai film provenienti dall’Africa subsahariana, rispetto ai film maghrebini, egiziani e mediorientali; una divisione tra sezioni alquanto superata e disomogenea, in quanto basata più sul formato (cinema o video) che non sul registro stilistico scelto dagli autori (finzione o documentario); una selezione a volte discutibile dei film in concorso, non tutti all’altezza della competizione, mentre alcuni film di qualità sono rimasti nella sezione Panorama. Per un resoconto dettagliato, con i membri delle giurie e l’attribuzione dei premi, si rimanda al Palmarès completo, scaricabile in allegato. Qui mi preme soprattutto dare una visione d’insieme e una riflessione sui film africani premiati o, al contrario, ignorati.

Riguardo ai tre film africani premiati, si può ben dire che rappresentano il meglio della più recente produzione: tre sguardi molto diversi, ma accomunati da una forte tensione morale e da grande consapevolezza stilistica. Tre opere che segnano una rinnovata maturità degli autori. Nouri Bouzid, a vent’anni dal suo ultimo Tanit d’Oro, firma con Making off un nuovo capolavoro: un grido di rivolta contro ogni forma di integralismo (familiare, politico, religioso), che traccia attraverso il percorso del suo antieroe una lezione di disobbedienza e di dubbio, le due armi laiche più affilate contro l’intolleranza e la violenza. E Bouzid non a caso ha scelto di dedicare il premio al popolo tunisino: «È una vittoria contro la paura». Mahamat-Saleh Haroun affronta anche lui, con Daratt (Tanit d’Argento), il tema della violenza, ma sceglie un registro più classico e misurato: una lezione di cinema che diviene, inquadratura dopo inquadratura, anche l’antidoto alla spirale della vendetta, una sorta di catarsi tragica sul tema dell’odio. Con Bamako (Premio speciale della giuria), infine, Abderrahmane Sissako misura per la prima volta il proprio cinema di poesia con la “violenza” del grido e della presa di posizione diretta, ma è una rottura che insieme riassume tutta la sua poetica. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un confine poco leggibile e in continuo movimento: realtà e finzione, pellicola e video, proprio come il Bene e il Male, la giustizia e l’ingiustizia, la condanna e la vendetta. In fondo tutte e tre le pellicole ci pongono il dubbio morale per eccellenza (come fermare la violenza?) e insieme ci fanno riflettere sul ruolo del cinema.

Anche per tutti questi motivi, oltre che per la sua incompiutezza formale, mi sembra che la menzione speciale a Tendresse du loup sia immotivata: un film che ricatta emotivamente lo spettatore e non dà alcuna via d’uscita ai suoi personaggi. Jilani Saadi ripete l’universo degradato e marginale che aveva creato nella sua opera prima Khorma, ma in questo caso senza alcuna poesia: il personaggio del capro espiatorio, moltiplicato nelle vesti dei suoi compagni di sfortuna e di una sorta di alter ego al femminile, perde le connotazioni simboliche e diviene vittima e carnefice di uno sguardo osceno. Avrebbe avuto molto più senso il riconoscimento a un film appassionato e compiuto come Dunia, della regista libanese Jocelyne Saab, ma girato in Egitto: la regista riesce a trasformare un soggetto sociale incandescente (l’escissione e la subordinazione femminile) in un film che mette in scena con poesia, delicatezza e sensualità il tema del desiderio sessuale, femminile e maschile, all’interno di una società araba che ha perduto la memoria delle sue radici culturali. Oppure, sempre restando all’interno del cinema tunisino, dispiace che non sia stato messo in concorso un film importante come Junun di Fadhel Jaïbi, che è tra i principali rappresentanti del Nuovo Teatro tunisino: trasposizione cinematografica di una pièce teatrale, ispirata a sua volta al diario di una terapia psicanalitica, il film lavora sapientemente su questi tre livelli, mettendo a nudo tutte le sfumature simboliche contenute nel tema della follia e della schizofrenia.

Più condivisibili tutti gli altri premi attribuiti a film africani. Alcuni in particolare meritano di essere ricordati. Nel cortometraggio La Pelote de laine (Tanit d’Argento), la regista algerina Fatma Zohra Zamoum racconta una storia di immigrazione ambientata nello spazio claustrofobico di un appartamento francese, una sorta di prigione dorata cui la giovane protagonista riesce a sfuggire grazie alla fantasia e alla complicità femminile. In Be kunko (Menzione speciale della giuria), già presentato a Panafricana 2006, il regista guineano Camara disegna con coraggio un ritratto drammatico e disperato della gioventù africana attraverso cinque adolescenti intrappolati tra la violenza della guerra e la corruzione quotidiana vissuta nei campi profughi. Nella sezione video, il Premio speciale della giuria è andato a Ces filles-là il documentario sulle ragazze di strada del Cairo della documentarista egiziana Tahani Rached, già presentato con successo a Cannes e alla Biennale des Cinémas Arabes di Parigi. Una rivelazione, invece, l’interessante documentario del tunisino Mustapha Asnaoui, Margaret Garner: il regista segue il lavoro della messa in scena dell’opera omonima, tratta dal libretto del premio nobel Toni Morrison e ispirata alla storia vera della schiava afroamericana Margaret Garner, cui la scrittrice si era già ispirata per il suo romanzo Beloved. La crisi che investe la protagonista dell’opera riflette come il tema della schiavitù sia una ferita ancora aperta nella società americana.

La sezione cinema
Molto corposa la sezione cinema, se consideriamo sia i film in competizione sia quelli fuori concorso. Tre titoli, in particolare, mi sembra doveroso ricordare, anche se esclusi dal Palmarès: Bab’Aziz del tunisino Nacer Khemir, L’Ombre de Liberty del gabonese Imunga Ivanga e Bled Number One del franco-algerino Rabah Ameur Zaimeche. Con Bab’Aziz – Le Prince qui contemplait son âme, Khemir chiude una sorta di trittico sul deserto come luogo concreto e insieme letterario, astratto. Continuando la sua poetica ispirata all’universo tradizionale delle fiabe e della mistica araba classica, l’itinerario del film si svolge a spirale, senza un’apparente storia compiuta con un inizio e una fine: i personaggi si susseguono e si incrociano, incarnando ciascuno in modo diverso il tema della ricerca e dell’amore universale, attraverso la poesia, la musica e la danza. Con uno stile e un immaginario personalissimi, Khemir ci mostra come il fondamentalismo sia in realtà lo specchio deformante dell’Islam: citando esplicitamente due mistici sufi, il film ci mostra una cultura arabo musulmana tollerante ed ospitale piena di amore e di saggezza. L’immagine del principe che si contempla nello specchio è - come l’immagine del deserto, immobile eppure sempre in movimento - anche una metafora del cinema, e del cinema di Khemir in particolare: uno spazio-tempo altro, che invita alla meditazione e alla perdita di sé.

Imunga Ivanga sceglie un registro totalmente differente per il suo secondo lungometraggio, dopo aver vinto nel 2000 il Tanit d’Oro con Dole: in L’Ombre de Liberty, il regista sceglie di confrontarsi con il cinema di genere, rielaborandolo e contaminandolo, dando vita ad una sorta di noir fantapolitico sul tema della libertà di espressione. Costruito à rebour in un lungo flashback, il film incrocia i destini di quattro personaggi intorno a un’indagine che si dipana per scoprire l’identità di un oppositore politico che interrompe i discorsi radiofonici del dittatore di turno per diffondere parole sconcertanti e poetiche, che esortano a vedere tutto, ascoltare tutto, dire tutto. Un poliziotto incaricato di arrestare l’oppositore e la moglie preoccupata per la malattia del figlio; un ex giornalista che trova nelle parole di Liberty l’energia per riprendere a parlare e a scrivere e la sorella, costretta a prostituirsi per mantenere se stessa e il fratello: quattro personaggi, tutti in qualche modo segnati dalla vita e sconvolti dalle parole di Liberty, che in fondo rimane fino alla fine della stessa sostanza dei sogni, la proiezione dei sogni di libertà o di riscatto di ciascuno, nel bene e nel male.

Con Bled Number One – presentato in anteprima a Cannes e, in contemporanea con le JCC, in concorso a Torino, dove ha ricevuto la Menzione speciale della giuria Fipresci – il regista Rabah Ameur Zaimèche firma un’opera seconda molto personale e innovativa, capace di disturbare e insieme di andare dritta al cuore dello spettatore. Nato in Francia da genitori algerini, il regista filma in maniera soggettiva il ritorno al proprio paese d’origine, mettendosi in scena attraverso il personaggio di Kamel, suo alter ego, un emigrato clandestino rimpatriato dalla Francia subito dopo essere uscito di prigione. Lo sguardo straniato di Kamel ci guida alla scoperta di un’Algeria rurale e cittadina, sospesa tra modernità e tradizione, in cui l’emigrato non riesce più a ritrovarsi, così come non riesce a trovare un equilibrio la giovane Louisa, donna, moglie e madre che deve confrontarsi con una società ancora troppo maschilista. Il suo sogno di poter cantare viene visto come una intollerabile sfida alla dipendenza dal marito, così come il senso di solitudine e di spaesamento di Kamel si esprimono appieno solo attraverso la musica. A metà strada tra documentario e finzione, con degli inserti musicali di straziante bellezza, in cui Kamel/Rabah sembra indirizzarsi direttamente allo spettatore, il film riflette con amore e partecipazione la deriva integralista di cui è stata vittima l’Algeria, da cui il paese stenta a risollevarsi. Non è un caso che alcune sequenze del film mostrino la cerimonia della zerda, una tradizione molto antica e celebrata da intellettuali del calibro di Assia Djebar. Una cerimonia in cui donne e uomini si dividono: le prime si avviano in processione verso un cimitero sulla collina, dove si ritrovano, parlano, cantano, creando un proprio spazio di libertà; mentre gli uomini sgozzano un toro e ne dividono le carni in parti uguali. Nel corso del film, questa divisione tra maschile e femminile appare in tutta la sua tragica attualità: il sacrificio del toro si tramuta nella folle violenza integralista, mentre il cimitero sulla collina e il manicomio di Costantina sono gli unici due spazi di libertà dove la giovane donna potrà cantare le sue amate canzoni blues. A formare una sorta di trittico sull’Algeria contemporanea, altri due film algerini in cartellone, anche se meno riusciti: Barakat! di Djamila Sahraoui e Douar de femmes di Mohamed Chouikh (fuori concorso e presentato contemporaneamente anche a Roma al Med Film Festival).

Tra i film fuori concorso, due si distinguono nettamente: Elle et lui del tunisino Elyes Baccar e Un Matin bonne heure del francese di origine guineana Gahité Fofana. Baccar firma un’opera prima che si inscrive con sicurezza nella tradizione teatrale e cinematografica del Nouveau Théâtre, ma riprende Jaïbi senza cadere nel manierismo: due personaggi in cerca di una storia, un trattamento teatrale e claustrofobico che si regge sui bravissimi attori (Mohamed Ali Ben Jemaa, protagonista anche di Junun, e Anissa Daoud, attrice protagonista di Tendresse du loup) e, soprattutto, un’opposizione maschile/femminile come trascrizione simbolica di un’opposizione politica che non riesce ad esprimersi liberamente. Con Un Matin bonne heure, invece, Fofana si ispira a un tragico fatto di cronaca (due ragazzini morti cercando di emigrare clandestinamente legati al carrello di atterraggio di un aereo) e ne fa il racconto semplice e toccante, dal sapore neorealista, di una morte annunciata, utilizzata dai due adolescenti con matura consapevolezza e incantevole ingenuità per sensibilizzare i potenti, come hanno scritto nella loro lettera/testamento. Un film da proiettare in tutte le scuole, come antidoto alle ipocrisie sull’immigrazione e sulla democrazia dei consumi.

I documentari
Moltissimi anche i documentari, di lungo e corto metraggio, in cartellone alle JCC: impossibile fare un resoconto esaustivo. Meglio allora concentrarsi, anche in questo caso, su alcuni titoli più riusciti e più interessanti. Innanzitutto l’ultimo lavoro, presentato alle JCC in anteprima mondiale, del documentarista tunisino Hichem Ben Ammar: J’en ai vu des étoiles. Tra i pochi in Tunisia a portare avanti la tradizione documentaria, Ben Ammar sta raccontando nel corso degli anni una sorta di storia nascosta della Tunisia, costruendo una memoria per immagini di mestieri e tradizioni che stanno scomparendo. Dopo i cantanti dei vecchi caffè-concerto (Cafichanta) e i pescatori (Rais labhar), ora è la volta dei pugili: il film narra l’epopea della boxe in Tunisia, dagli albori del Novecento fino ai nostri giorni. Da un decennio all’altro, la figura del boxeur diviene anche l’emblema dello spirito dell’epoca: dalle leggende dei primi campioni, gente marginale venuta dalla strada, fino all’attuale campione olimpico emigrato in Canada, passando per tutte le grandi star. Ma il regista – che sa amare e ascoltare le persone che racconta – ne cattura, oltre al mito, anche il dolore, la fatica e i rimpianti: il lato più umano e più fragile di questi uomini simbolo della virilità e del machismo.

Dal Libano, un altro documentario da ricordare è senz’altro Beyrouth: vérités, mensonges et vidéos della regista palestinese Mai Masri, già presentato alla Biennale des Cinémas Arabes di Parigi (Premio miglior documentario). La Masri proviene da una lunga carriera come documentarista, da sola o in coppia con il marito, il cineasta libanese Jean Chamoun. In questo film, la regista sceglie di seguire il punto di vista di Nadine, una giovane donna che s’impegna politicamente, come molti altri giovani libanesi, nella primavera del 2005, a Beirut. Attraverso il suo sguardo, le sue speranze e le sue delusioni, Mai Masri ci dona una riflessione sull’evoluzione della gioventù libanese e la sfida che ha rappresentato nel periodo di crisi successivo all’assassinio del Primo Ministro Rafik Hariri. Con una lucidità insieme utopica e concreta, Nadine – e con lei lo spettatore – comprende che la sola maniera per sfuggire alla logica del terrore e della guerra è la via dell’unità politica e democratica, al di là di ogni confessionalismo religioso. Ed è sconfortante dover constatare, a posteriori, come la delusione e la frustrazione politica della primavera di Beirut, e dei giovani che l’hanno sostenuta, non siano stati altro che i prodromi della guerra che si sarebbe scatenata nel luglio 2006.

Un interessante documentario tunisino, incomprensibilmente mostrato fuori concorso, è VHS-Kahloucha, opera prima di Néjib Belkadhi. Presentato a Cannes nella sezione “Tous les cinémas du monde”, il film deve in effetti gran parte della sua forza alla singolarità del personaggio che viene pedinato con amore e ammirazione dal regista: Moncef Kahloucha, un imbianchino appassionato di cinema che dal 1995 realizza film amatoriali in VHS con gli abitanti del suo quartiere di Sousse, facendo il produttore, il regista e l’attore principale. Un documentario avvincente, a tratti esilarante a tratti drammatico, che mostra come questo tipo di cinema, pur con tutti i limiti evidenti, riesca ad essere un modo di espressione personale, di rivincita sociale e anche di collante tra gli abitanti di un intero quartiere e tra gli emigrati tunisini all’estero, e in Italia in particolare. Attraverso Moncef, il regista – e con lui lo spettatore – sembra riscoprire la magia del cinema di genere, dei sogni e degli eroi ammirati da bambini, ma anche un antidoto alla massificazione mediatica della televisione o dei dvd americani. Con la fatica e con il sangue, Moncef Kahloucha si appropria della cultura di massa, la mastica e la digerisce e la trasforma in una produzione tunisina, come in Tarzan des arabes.

Molti i documentari di un certo interesse mostrati nella sezione informativa. Tra le opere riguardanti la Tunisia, due in particolare sono degne di attenzione, due diverse riflessioni sul destino femminile: L’étoile filante di Radhia Zouioueche e Tunisie, histoire de femmes di Fériel Ben Mahmoud. Il primo ripercorre la tragica storia di Dhikra Mohamed, giovane cantante tunisina divenuta in pochi anni una star della canzone araba, paragonata addirittura alla grande Oum Kalthoum. Dalla Tunisia alla Libia, dall’Egitto alla Francia, Dhikra si è imposta internazionalmente come una donna dallo spirito libero e come un’artista appassionata e generosa. Una libertà pagata a caro prezzo: condannata dai fondamentalisti e addirittura minacciata da una fatwa, Dhikra è stata uccisa in Egitto nel novembre 2003: una carriera splendente e breve, come la luminosa traiettoria di una stella cadente. Una traiettoria splendente anche quella tracciata dalle donne tunisine dal 1956 a oggi, secondo il documentario di Fériel Ben Mahmoud. In effetti, la Tunisia ha ancora oggi il codice di famiglia più aperto e più evoluto di tutti i paesi arabi, concedendo alla donna molti importanti diritti, molti dei quali ottenuti ancora prima che in molti paesi europei (il divorzio nel 1956 e l’aborto terapeutico nel 1963). Ma l’uguaglianza e la libertà, anche se difese dalla legge, non si impongono certo per decreto: molti sono ancora i passi da fare per cambiare la mentalità e le strutture sociali e per sostenere i diritti della donna anche di fronte a un contesto politico mondiale in profonda mutazione.

Lo stato del cinema tunisino
Molti sono ancora i passi da fare anche per sostenere e difendere il cinema in Tunisia dai guasti di un’economia globale e di alcune mancanze strutturali. L’edizione 2006 delle JCC, ricca di proposte e di sezioni, ha in effetti dimostrato una grande contraddizione: la quantità dell’offerta non è stata supportata da un’adeguata qualità, vista la condizione disastrosa delle sale.
Accanto alle sezioni principali, molti gli eventi e gli omaggi dedicati al cinema africano: tre omaggi a Yousry Nasrallah (ospite delle JCC), a Henri Duparc e Naguib Mahfouz; un focus sul cinema marocchino; la presentazione di due libri sul cinema tunisino pubblicati da Mahmoud Jemni e Hédi Khelil; un Atelier des projets, che ha permesso di presentare e sostenere nuove sceneggiature di giovani e meno giovani (tra i premiati, Nawfel Saheb Ettabaa e Kaouther Ben H’nia per la Tunisia, e Cheick Doukouré per la Costa d’Avorio). A completare l’offerta, anche numerosi eventi internazionali: una serie di relazioni su tematiche inerenti la scrittura, la produzione e la distribuzione; tre finestre sull’America Latina, l’Asia e sulla produzione europea più recente; due focus sull’Argentina e la Corea del Sud.

A fronte di questo incredibile sforzo propositivo, vanno però ricordate anche alcune esigenze organizzative e culturali che devono essere prese in considerazione per un vero rilancio delle JCC e del cinema tunisino, come è stato sollecitato dallo stesso presidente della giuria cinema Elias Khoury, in occasione della cerimonia di chiusura: una «selezione più attenta dei film in concorso»; la possibilità dei film di «incontrare il proprio pubblico senza l’intervento della censura»; la creazione per le JCC di una «struttura indipendente e libera sostenuta dallo Stato», che possa essere un punto di riferimento permanente per il cinema.
Rendere più accoglienti e pienamente funzionanti le sale è fondamentale per riportare gli spettatori al cinema spezzando il circolo vizioso che sta condannando il pubblico e il cinema tunisino a una lenta agonia, mentre sopravvive ancora una grande tradizione di cinefilia. L’altro elemento da rivalutare, soprattutto durante le JCC, è quello della lingua e della comunicazione, non solo internazionale, ma anche interafricana: l’uso quasi esclusivo dell’arabo non aiuta a far partecipare tutti gli ospiti provenienti dall’Europa o da paesi africani non arabofoni e non francofoni. Piuttosto che moltiplicare gli eventi internazionali, con vetrine dall’Asia, dall’America Latina o dall’Europa, forse bisognerebbe in primo luogo rilanciare la produzione panafricana, che è stato - ed è ancora - l’elemento caratterizzante delle JCC. La serata africana con il concerto di blues dal Mali, organizzata nello spazio Ibn Rachiq in margine al festival da alcune associazioni che si occupano di cinema fra una riva e l’altra del Mediterraneo, dimostra che c’è un forte legame tra il Nord e il Sud del Sahara e che la Tunisia deve continuare a difenderlo se vuole salvaguardare la propria specificità culturale.

Gli altri articoli sulle Journées Cinématographiques de Carthage:

Benvenuti in Tunisia

Bamako di Abderrahmane Sissako
Daratt di Mahamat-Saleh Haroun
Douar de femmes di Mohamed Chouikh
Indigènes di Rachid Bouchareb
Making off di Nouri Bouzid
Junun di Fadhel Jaïbi
La Télé arrive di Moncef Dhouib
Vols d’été di Yousry Nasrallah

Conversazione con Nouri Bouzid

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La serata africana

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