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Benvenuti in Tunisia

di Leonardo De Franceschi

«Animal, bête sans tête tu serais sans les MOTS / Or homme tu es, auprès des hommes, prophète des MOTS / Alors profère, sans peur et accouche de tes MOTS / Dis, crie, gémis, souffre et meurs dans les MOTS». Questi versi di M’naouar S’madah, scritti dall’ospedale psichiatrico di Tunisi nel dicembre 1969, risuonano più volte tanto nel testo teatrale Junun, scritto da Jalila Baccar nel 2001, quanto nella sua trasposizione cinematografica, firmata da Fadhel Jaïbi e presentata alle ultime JCC. Questa ossessione per la parola, detta e pagata, mai pronunciata e somatizzata, rinvia ai uno dei snodi più irrisolti dell’immaginario tunisino e arabo più in generale. Quello dei rapporti con il padre, con la tradizione patriarcale, con tutte le forme del potere.

Il Vangelo di Giovanni inizia con un’esaltazione della Parola come prima forma d’espressione divina («In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»). D’altra parte, poco dopo ricorda che «il Verbo si è fatto carne». Ma Iqra’â! è l’imperativo che apre il cosiddetto paleocorano, cioè la sura XCVI (Il sangue rappreso), per tradizione considerata la prima rivelata a Mohammed. Iqra’â! cioè annuncia, recita, leggi. Qualche versetto dopo si ricorda che Dio «ha addestrato l’uomo all’uso del calamo». In un’altra sura precedente (XVIII, 1), si legge «Egli ha fatto scendere con dolcezza sul suo servo la scrittura». Il Corano insomma ci ricorda ossessivamente che Dio si rivela, si manifesta al mondo, attraverso la Parola. La Parola si presenta quindi da subito nell’immaginario islamico come portatrice di valori chiari, eterni, insindacabili.

In Junun, il protagonista Nun è posseduto da una voce, che gli ordina di commettere atti di violenza, soprattutto contro le donne, che considera fonte di ogni male. Questa voce, il ragazzo lo capirà solo alla fine del suo viaggio dentro se stesso, è la voce del padre, che da bambino lo tormentava, impartendogli ossessivamente prescrizioni e ordini a futura memoria. Questa voce parla Nun, determina il suo comportamento schizoide, lo chiude in un autismo che sembra irredimibile. Solo alla fine del viaggio, in uno dei passaggi più sconvolgenti del testo, Nun dimostrerà alla psichiatra di conoscere le ragioni dell’inquietudine di lei, di poter leggere nei suoi pensieri, come invece in passato aveva detto del padre.

La parola, insomma, è espressione del potere: divino, politico, paterno. Ed è una parola immodificabile, che come tale si può solo trasmettere e riferire. Il mutismo e la follia sono le due uniche condizioni che ostacolano la trasmissione dell’ethos tradizionale, per questo il cinema arabo fin dalla sua origine abbonda di personaggi di folli e/o di muti, che proprio grazie a questa maschera da paria, possono farsi portatori di una verità eversiva, che contrasta con i poteri riconosciuti. Per questo, mai come in questi ultimi anni – ed è stata proprio la pièce Junun a ridefinire questo paradigma – il cinema tunisino abbonda di personaggi attraversati da una follia ribelle, drop-out visionari, profetici portatori di una parola antagonista, profondamente popolare e irriducibile al potere.

Cortometraggi come Hamda – L’homme au costume gris (Fahd Chabbi, 2004) o Ordure (Lofti Achour, 2006) tracciano una fenomenologia minuziosa ma riduzionistica della follia, esplorando nel primo caso la condizione esplicitamente schizofrenica di un uomo ossessionato dalla necessità di essere puntuale a un appuntamento con se stesso, nel secondo quella feticistica di un giovane che per conoscere tutto della ragazza di cui è innamorato arriva a frugare sistematicamente nella sua immondizia. Ma già in Elle et lui (2004), opera prima di Elyes Baccar, la natura dei disturbi che manifesta il giovane protagonista (ancora interpretato dal talentoso Mohamed Ali Ben Jemaa), recluso in casa in una condizione di abbrutimento e degrado insostenibili, dove lo raggiunge la sua ex-ragazza, si manifesta solo nel dénouement finale, in cui viene rivelato che quest’incontro ha avuto luogo solo nella sua immaginazione.

La follia è evocata nell’opera prima di Jilani Saadi (Khorma, 2002), come ombra che attraversa la psiche del bizzarro protagonista, un giovane emarginato perché orfano e rosso di capelli, che grazie all’appoggio di un vecchio notabile del paese e all’inopinata senilità che colpisce questi, ne rileva e potenzia con insospettabile abilità il potere, finché non viene spodestato e punito dal paese. Più esplicita la tematizzazione in Fleur d’oubli (Selma Baccar, 2006). Qui la storia è ambientata negli anni Quaranta e la protagonista è una donna borghese, che diventa dipendente dall’oppio, somministratole inizialmente dalla madre come terapia contro i dolori post-parto. Il suo calvario la porta a percorre tutte le stazioni che ne contrassegnano il progressivo isolamento dalla famiglia, fino al ricovero in un manicomio dove, sopravvissuta a elettroshock e psicofarmaci, potrà lentamente ricostruire un percorso di autodeterminazione. Quanto a Making off, lo stigma della follia accompagna il protagonista Shukri fin dal soprannome (Bahta: stupore, ma anche abbagliamento), segno distintivo che ne fa un testimone privilegiato, proprio perché ipersensibile e sovresposto in tutti i suoi comportamenti, del proprio tempo.

Lungi da me il suggerire che il carico di implicazioni psicologiche e simboliche attribuite ai personaggi qui evocati possa essere sciolto o sintetizzato in uno schema unitario o anche solo coerente. Questa serie di occorrenze sono però in qualche modo assimilabili a un paradigma – quello della junûn (follia) di Nun – che mi sembra portatore di una precisa visione dei rapporti tra individuo, famiglia, società e religione, paradigma talmente ben analizzato e poeticamente espresso da suscitare un impatto consistente sull’immaginario tunisino e riscontrabile puntualmente in ognuno di questi testi. E a vederli in sequenza, viene da interrogarsi sullo stato della società di cui sono tragicamente specchio. Benvenuti in Tunisia, terra di folli saggi, cui solo la maschera di una diversità riconosciuta dà la possibilità di parlare, dando voce a una verità che il potere fa sempre più fatica a negare.

Vai agli altri articoli sulle 21. Journées Cinématographiques de Carthage

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