title_magazine

Masai bianca

di Hermine Huntgeburth

Viaggio in Kenya

La recensione è del dicembre 2006. Il film, la cui uscita è stata più volte rimandata, è stato tolto dal listino theatrical Filmauro.

Ispirato a una storia vera, il film è la trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller autobiografico di Corinne Hofmann, già tradotto in sedici lingue ed edito in Italia da Rizzoli. Masai bianca – che è stato acquistato dalla Filmauro e che uscirà dunque in primavera nelle sale italiane – esplora lo scontro tra culture attraverso la storia d’amore tra una turista svizzera e un guerriero masai, in Kenya, sullo sfondo dei paesaggi incontaminati della savana, lontano dai villaggi turistici che impediscono ogni contatto umano tra visitatori occidentali e gli abitanti del luogo. La storia affronta con franchezza i problemi che, dopo il fatidico colpo di fulmine iniziale, puntualmente si propongono in una coppia formata da due persone che appartengono a due mondi molto diversi, a due universi culturali lontani ancor più di quanto ci si possa aspettare all’inizio.

Carola è una turista svizzera, arrivata in Kenya con il fidanzato Stefan. Verso la fine del loro soggiorno, Carola e Stefan incontrano due guerrieri masai dell’etnia Sumburu, che li aiutano ad orientarsi nel dedalo di strade, e di pericoli, di Mombasa. Carola è subito attratta da uno dei due, Lemalian, e passa con lui un po’ di tempo. Stefan è geloso e la riporta in albergo. La mattina dopo, anziché ripartire per la Svizzera, Carola abbandona Stefan e decide di rimanere in Kenya per rintracciare Lemalian, l’uomo della sua vita. Inizia così un viaggio che la condurrà prima a Maralai, dove fa amicizia con una donna tedesca sposata ad un keniota, e poi a Barseloi, un villaggio sperduto nella savana, dove vive Lemalian con la sua famiglia. Qui Carola si adatta come può alla nuova vita, con testardaggine, fino a sposare Lemalian, nonostante non condivida alcune barbare tradizioni. I due hanno una figlia e Carola apre un piccolo emporio, ma le incomprensioni aumentano: Lemalian la accusa di tradimento e non sopporta la sua indipendenza. Di fronte all’ennesima scenata, sempre più violenta, Carola decide di ritornare in Svizzera.

È difficile giudicare con equilibrio un film di questo tipo, dove l’esperienza quasi antropologica ha il sopravvento e il dato biografico condiziona fortemente il racconto, anche se la regista, pur girando in Kenya, affida a due attori professionisti i ruoli principali (Lemalian è interpretato da Jacky Ido, un attore burkinabé che vive a Parigi, qui al suo primo ruolo da protagonista). Il punto di vista è totalmente dalla parte dell’eroina, non sempre comprensibile e credibile nelle sue scelte. I caratteri del film rimangono tutti bidimensionali e la tribù di masai un semplice sfondo pittoresco, bucolico o terribile a seconda dei momenti. In fondo anche Lemalian e Carola rimangono chiusi nelle loro abitudini mentali: non vi è alcuna progressione nel loro rapporto, perché entrambi sono fermi alla loro identità di partenza, il loro amore non li induce a mettere in dubbio nessuna delle proprie certezze. E questo è particolarmente evidente, e fastidioso, nel personaggio di Carola.

Il punto di vista del racconto rimane quello da turista: che può fuggire al primo problema (come Stefan) o innamorarsi a prima vista (come Carola), ma in fin dei conti rivela lo stesso difetto, ovvero non saper e non voler comprendere nulla delle persone e della cultura che si trova di fronte. Il meccanismo che si crea è quello di un perverso circolo vizioso, di uno sguardo cieco, solo apparentemente aperto e liberale: da un’iniziale illusione di poter azzerare tutte le distanze e tutte le differenze, si finisce per ricadere nell’arcaico cliché dell’opposizione tra natura e cultura. L’Africa è tutta istinto, immobile e senza storia, come scriveva Hegel due secoli fa e come ci avvisa da subito la voce fuori campo di Carola all’inizio del film: «Dicono che i masai non vivono nel futuro né nel passato, vivono solo nell’oggi. Ci ho messo molto tempo per capirlo, troppo tempo».

Anche il film impiega molto tempo a spiegarci qualcosa che in realtà è chiaro, per lo spettatore, fin dal primo momento, dal primo incontro con i due masai fotografati come fossero animali di uno zoo e poi dalla prima scena d’amore tra Lemalian e Carola, consumata in fretta, quasi meccanicamente, anzi in modo animalesco. Se il film presenta non pochi dettagli di cattivo gusto o poco credibili nel contesto del racconto – un feto calpestato, la scoperta dell’escissione o dei guerrieri che bevono il sangue delle bestie da parte di Carola, l’aereo dei Flying Doctors che guarda caso atterra in piena savana per Carola e non per la donna masai che muore di parto – l’aspetto più interessante è che finisce per rivelarci tutta l’ambiguità di chi pensa basti portare il commercio e il denaro, in un villaggio dove non c’è neanche un medico, per cambiare la tradizione.

Di fronte alla miseria e alle difficoltà di vita sperimentate tra i masai, sembra che il dato più traumatico per Carola sia l’impossibilità di poter avere il proprio negozio, come la boutique che aveva a Vienna. Che importa se le bambine continuano a morire a causa dell’escissione o se le donne muoiono ancora di parto, dopo il primo momento di ribrezzo è un dato che va accettato, come le danze tribali o la carne essiccata: è la legge della natura, alla quale la civile Carola può tranquillamente sottrarsi quando si è stufata di giocare alle avventure nel mondo. Il suo rimarrà un bel ricordo esotico, pronto a trasformarsi in un prodotto culturale di consumo che ci rassicuri sulla impossibilità di un rapporto paritetico con l’Africa. Hic sunt masai.

In ultima analisi, il film ci mette in guardia contro due pericoli del viaggio all’epoca della globalizzazione, l’azzeramento acritico delle differenze o l’appiattimento su una diversità immutabile: due facce della stessa medaglia.

Maria Coletti

Cast & Credits Die weisse Massai ( Masai bianca )
Regia: Hermine Huntgeburth; sceneggiatura: Johannes W. Betz, dal romanzo omonimo di Corinne Hofmann; fotografia: Martin Langer; suono: Eckhard Kuchenbecker; montaggio: Eva Schnare; musica: Niki Reiser; scenografia: Susann Bieling, Uwe Szielasko; costumi: Maria Dimler; interpreti: Nina Hoss, Jacky Ido, Katja Flint, Nino Prester, Janek Rieke; origine: Germania, 2005; formato: 35 mm; durata: 130’; produzione: Guenter Rohrbach per Constantin Film Production; distribuzione italiana: Filmauro; sito: www.filmauro.it

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
martedì 25 novembre 2014

Noi, domani al Cinema Trevi

Dopo i due grandi appuntamenti di “Nuovi italiani, da migranti a cittadini” e “L’Africa in (...)

domenica 23 novembre 2014

L’Africa non pervenuta al Torino FilmFest

Dal 21 novembre è in corso la 32ma edizione del Torino Film Festival, diretta da Emanuela (...)

lunedì 17 novembre 2014

Verona 34. Un palmarès tutto al femminile

La 34 edizione del Festival di Cinema Africano di Verona (7-16 novembre) si è chiusa, sancendo (...)

lunedì 17 novembre 2014

La nostra Africa al cinema Trevi

Venerdì 21 novembre alle 19 il cinema Trevi della Cineteca Nazionale ospita un incontro con (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha