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Musica e cinema per riscoprire il Marocco

di Alice Casalini

Conversazione con Izza Genini

Una grigia mattina d’inverno, in una Maison de la Culture ancora semi deserta, Izza Genini si avvicina al tavolo del nostro appuntamento con passo calmo e con un sorriso dolce e rassicurante. Prima donna marocchina ad aver realizzato un documentario, produttrice e regista, Izza Genini è nata a Casablanca, vive da anni in Francia e alla riscoperta del suo paese sono legati tutti i suoi film. Il Festival d’Amiens ha dedicato una sezione speciale alla Genini, presentando una selezione dei suoi documentari dedicati alla musica e alle tradizioni del Marocco.

Come prima cosa, vorrei chiederle di raccontare il suo percorso professionale: come è arrivata a lavorare nel mondo del cinema, partendo dagli studi di lingue straniere fino all’apertura della sua casa di produzione.
Per pagarmi gli studi, lavoravo in una sala di proiezione privata, il Club ’70 e ci ho preso gusto: sono rimasta colpita e affascinata più dal cinema che dall’insegnamento e ho continuato a lavorare là. Poi sono andata in Marocco: l’ho scoperto e avevo talmente tanta voglia di mantenere il contatto con il mio paese d’origine che ho trovato il modo di distribuire dei film marocchini. È stato questo che mi ha dato veramente l’occasione di preservare il mio rapporto con il Marocco, di unire la passione per il mio paese e il mio lavoro. Così ho continuato il mio lavoro, ho avuto modo di produrre nel 1981 Transes con Nass El Ghiwane che era, ed è ancora oggi, un gruppo molto noto in Marocco, e poi sono passata dall’altro lato della cinepresa.

Lei è una donna e una documentarista allo stesso tempo, due ruoli insoliti, sia perché non ci sono molte registe africane, sia perché il documentario è un genere poco diffuso in Africa. Cosa pensa di questo suo ruolo e del documentario in Africa?
In effetti è molto strano, addirittura paradossale che io sia diventata una documentarista: se guardo al mio percorso professionale, penso che sarebbe stato molto più logico che io mi dedicassi a lungometraggi di finzione piuttosto che a documentari, perché tutti i settori di cui mi sono occupata prima, la produzione, la distribuzione, la sala di proiezione, ruotavano attorno al lungometraggio di finzione. Perché sono passata al documentario? Questa è una questione alla quale non so ancora dare una risposta: posso solo dire che ho sempre amato i documentari, sono sempre stata una buona spettatrice di documentari, mi piacevano, e di riflesso nella letteratura ho sempre preferito la saggistica piuttosto che i romanzi. Potrebbe essere dunque che mi sia trovata a sviluppare un gusto naturale per il reale: questa può essere una possibile motivazione. In ogni caso dopo venti anni di questa esperienza ne sono felice, mi ha portato molta gioia, piacere, e scoperta, anche se sul piano della produzione spesso è stato molto difficile.

Nei suoi film la musica è protagonista. Cosa l’ha spinta a dare alla musica questo ruolo centrale?
Anche in questo caso non c’è una spiegazione razionale, penso che sono una persona che agisce in base alla mia sensibilità, alle mie sensazioni, piuttosto che seguendo la razionalità. La scelta della musica insomma è un’ispirazione: se ripercorro la mia esperienza professionale mi rendo conto che la musica è spesso presente, e non per forza la musica del Marocco, io ho distribuito film di musica reggae, operistica, ho acquistato il film di Daniel Schmid che si chiama Il bacio di Tosca sulla Casa Verdi a Milano. La musica è una materia che m’ispira, ma nei film che ho fatto come documentarista non ho l’ho scelta come unico soggetto: qui al festival fanno una panoramica sui documentari sulla musica, ma ho affrontato anche altri argomenti, ho girato Retrouver Oulad Moumen, che è un film sulla mia famiglia e uno sui rituali di bellezza in Marocco che s’intitola Pour le plaisir des yeux.

In effetti, un altro tema ricorrente è il rapporto tra arabi ed ebrei, che abbiamo visto nel film proiettato qui al Festival Cantiques brodés (1990) ma torna anche in Retrouver Oulad Moumen.
Sì, ma anche in questo caso ci sono arrivata in modo del tutto naturale, voglio dire che non c’era, né c’è, una volontà politica precisa, non c’era la volontà di fare un film strettamente politico. Io ricevo delle cose, le assorbo, e le mostro come le ho sentite.

Qual è il suo metodo di lavoro? Ha delle idee precise già prima di cominciare, segue una sceneggiatura precisa...
Ti posso dire che nove volte su dieci, se non addirittura dieci su dieci c’è un’ispirazione che cova in me per lungo tempo e che un giorno risorge come un fatto evidente. Per farti capire con un esempio, ti racconto come ho avuto l’idea per Le plaisir des yeux. Ero in un salone di bellezza a New York e c’era una coreana che si sottoponeva a lunghe sedute per mantenere la sua pelle chiara, in quel momento ho preso coscienza che anche in Marocco c’era una grande attenzione e una grande cura per il trucco e così è nata l’idea del film. Per il film a cui sto lavorando attualmente, Nouba d’or et de lumière, che è un film sulla nouba, la musica arabo-andalusa, ero in procinto di riflettere sulla struttura di una sceneggiatura e ho deciso di seguire la struttura della nouba: solo in seguito è diventato proprio un film sulla nouba. Si tratta d’ispirazioni. Io adoro tutta la fase di ricerca: ad esempio se decido di fare un film sulla musica arabo-andalusa, e non la conosco molto bene, mi ci immergo, ascolto questa musica per molto tempo, prendo consigli, compro libri. C’è tutto un lavoro d’esplorazione a cui tengo molto: è come se dovessi entrare in relazione con questo soggetto, come se dovesse diventare un mio amico e lo curo, l’avvicino.

Vorrei ritornare sul discorso iniziato ieri in sala a proposito del rapporto conflittuale con il proprio paese d’origine. La scorsa settimana ho parlato con una documentarista italiana, Giovanna Taviani, che ha realizzato un film, Ritorni, sul ritorno degli immigrati che ce l’hanno fatta ma, allo stesso tempo, ha intervistato anche Assia Djebar e Tahar Ben Jelloun facendo una riflessione sulla mediazione che l’arte può avere nella ricostruzione di una realtà, nel ricostruire con lo sguardo personale dell’intellettuale e dell’artista il proprio paese d’origine.
Nell’ultimo film che ho realizzato nel 1999, che si chiama Tamburs battants, mi pongo esattamente la domanda che mi hai fatto ora, perché il film è un viaggio personale, in prima persona, compiuto in Marocco attraverso la musica. Lungo tutto il film m’interrogo sul potere della musica: la domanda che si pone nel film è quale sia il mistero del potere della musica che una persona porta con sé. Si lascia un paese, una lingua, la famiglia e poi a un tratto ci si accorge che sono passati gli anni. È il film Tamburs battants che si pone questa domanda, ma io non ho la risposta, è un mistero. Penso che il potere della musica sia il suono. D’altronde quando due persone parlano e sembra che una delle due non capisca e l’altra invece vuole veramente che senta e comprenda quello che sta dicendo, spesso si usa l’espressione «Vedi quello che voglio dire».

Ieri dopo la proiezione ha detto che non ha conflitti con il suo paese d’origine…
No, non esattamente….

Non ha quindi conti in sospeso, oppure ha qualcosa da regolare con il Marocco?
Quello che faccio è sicuramente per cercare di regolare qualcosa, ma non ha un aspetto conflittuale. Credo che quando una persona s’incontra con lingue, religioni e pesi diversi, ha un lavoro da fare, volontario o involontario, che è quello di mettere ordine nella sua vita. Ho avuto momenti in cui mi sono sentita più marocchina e altri in cui mi sono detta: ah, sono più francese che marocchina. Poi ci sono stati altri momenti in cui mi sono detta: ah, sono veramente berbera…conosco la lingua berbera. Credo dunque che nella nostra evoluzione intima, personale, cerchiamo di riaggiustare, regolare, e armonizzare tutto questo. È una questione che si pongono tutti, quella di armonizzare le varie parti che ci compongono: città-campagna, Francia-Cina…

Tornerei sulla questione delle donne, e soprattutto sul fatto che in Africa le registe non sono molte, e in qualche modo, lei, anche se è per metà francese, rappresenta un’eccezione.
Ho avuto fortuna in questo mio percorso personale e professionale che è stato sempre legato e mi ha permesso di fare delle scoperte di luoghi, persone magnifiche, testimonianze importanti. Anche se a volte è stato pesante, perché c’è sempre un prezzo da pagare, c’è il rischio di esporsi, i soldi che bisogna trovare, l’équipe da coordinare…

In più lei è anche produttrice dei suoi film e quindi ha un doppio ruolo, forse difficile da conciliare a volte…
Sì ma non solo, ci sono anche delle sfide artistiche perché non si vuole rischiare di tradire qualcosa, c’è la paura che sia o no un buon film… Ci sono tante cose, ma è il prezzo da pagare quando si corrono dei rischi.

Vai agli altri articoli sul 26. Festival International du Film d’Amiens

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