title_magazine

La guerra d'Algeria, e dopo?

di Leonardo De Franceschi e Maria Coletti

Conversazione con Costa Gavras

Cinema. Festa Internazionale di Roma, Hotel Excelsior, 17 ottobre 2006

A poco meno di quarant’anni da Z (Z, l’orgia del potere, 1969), girato in Algeria e coprodotto dalla stessa società, la Casbah Film, che aveva sostenuto La battaglia d’Algeri e Lo straniero, Costa Gavras è tornato in Algeria. E’ un rapporto, il suo, con il cinema algerino, che si è alimentato anche di altri episodi, come il sodalizio stretto per il tramite della sua KG Films con il regista Mehdi Charef, che ha prodotto tra gli altri il suo fortunato esordio (Le Thé au harem d’Archimède, 1985). Ma stavolta, Costa e la moglie Michèle hanno profuso un impegno raro nella produzione di questa opera prima. Dai titoli di coda si scopre che, oltre ad aver scritto il copione, il vecchio leone del cinema d’impegno civile ha firmato persino le foto di scena sul set e il making of. Lo abbiamo incontrato alla Festa di Roma, dove presentava appunto, in qualità di produttore e sceneggiatore, Mon Colonel di Laurent Herbiet, in concorso.

Ritengo sia stato un gesto molto importante e coraggioso da parte sua sostenere Mon Colonel come produttore. Mi sembra sia la prima volta che perdipiù scrive la sceneggiatura in un film non diretto da lei, in questo caso da Laurent Herbiet
In verità c’è stato un precedente molti anni fa con Mister Klein, poi diretto da Losey, ma comunque sì, non lo faccio quasi mai. D’altra parte l’iter produttivo è stato molto complicato: non avrei potuto impegnarmi anche nella realizzazione del film… Era per me comunque molto importante sostenere questo progetto, visto che sono stati fatti pochissimi film sulla guerra d’Algeria. Nel film viene fuori anche la questione del terrorismo: è facile, anche se giusto, condannare il terrorismo algerino, ma bisogna anche sapersi domandare il perché di questo terrorismo, che cosa c’è dietro, forse solo così si può evitare di arrivare alla violenza.

Quindi, al di là del romanzo da cui è tratto, il punto di partenza del film è stata la questione di come attualizzare la guerra d’Algeria, come renderla universale?
Esattamente, riportarla ai nostri giorni. Questo avviene anche grazie all’introduzione di un personaggio femminile, che non esisteva nel romanzo. La donna che porta avanti l’indagine ha un approccio quasi sentimentale con la storia che man mano scopre, è una ricerca che investe la sensibilità più che la ragione. Un uomo sarebbe stato meno credibile in questo tipo di approccio: sarebbe stato più pragmatico.

E poi c’è la questione del personaggio del colonnello e della sua veste in qualche modo seducente, a prima vista, nella denuncia dell’ipocrisia generalizzata all’epoca, per cui non si parlava di “guerra” ma di “avvenimenti”…
Certo, in quegli anni non si diceva che c’era una guerra in Algeria… Oggi l’esercito francese è cambiato, l’introduzione delle donne nell’esercito, con la loro sensibilità, in qualche modo lo dimostra. Penso – o almeno spero – che non sia più l’esercito coloniale di una volta: che rifletta di più…

Il discorso del colonnello, d’altra parte, anticipa in qualche modo i discorsi attuali sulla “guerra preventiva”…
Per forza, i militari fanno i militari appunto per fare la guerra, e quando non c’è sono infelici… Ad ogni modo, quello che mi interessava era fare del colonnello un personaggio il più possibile onesto, una persona convinta delle leggi repubblicane, che in uno stato di guerra vuole agire rimanendo nella legalità. In questo rappresenta la maggioranza dei francesi all’epoca: erano convinti che l’Algeria fosse francese e che dunque non si stava facendo una guerra, ma che si trattava solo di riportare il paese all’ordine. La Francia ha riconosciuto la guerra d’Algeria solo quarant’anni dopo. Il colonnello incarna tutto ciò: è un personaggio colto e un fine conoscitore della psicologia delle persone… Sono convinto che non bisogna fare del manicheismo al cinema: personaggi buoni o cattivi. La vita è più complessa.

Un personaggio interessante è anche quello di Ascentio, che usa le informazioni che riesce ad avere per sostenere la lotta di liberazione.
Sì, all’epoca questi francesi venivano chiamati “porteurs de valise” ed hanno sostenuto, a ragione, l’FLN. Ognuno li può giudicare a suo modo, pensare che siano stati traditori o che non lo siano stati. Ad ogni modo, all’epoca sono stati giudicati davanti alla legge, da De Gaulle, e sono stati condannati, hanno fatto anni di prigione e poi sono usciti grazie a un’amnistia generale. I discorsi che fa Ascentio sono belli e sono condivisibili, il suo limite sta, a mio parere, quando passa all’azione. Ma questo lo devono giudicare gli spettatori…

Il film arriva quando si è appena chiusa un’aspra discussione su un articolo di legge riguardante lo statuto degli "harkis", che difendeva in sostenza i benefici apprortati dal colonialismo francese nei paesi del Maghreb...
Si è creato un dibattito molto grande, in Francia, a proposito di questa legge, e alla fine, circa un mese fa, c’è stata finalmente l’abrogazione dell’articolo più contestato, riguardante i cosidetti benefici del colonialismo. Non è stata abrogata tutta la legge, ma solo quell’articolo, che però era importante venisse eliminato: secondo me, bisogna sempre distinguere tra il ruolo degli storici e quello dei deputati…

Riguardo ai suoi rapporti con l’Algeria, dopo Z ha avuto modo di tornarci?
Sì, sono tornato spesso in Algeria, tranne gli anni in cui c’è stata la guerra civile, perché era impossibile. Ma in quegli anni sono rimasto in contatto comunque con molti algerini che vivono all’estero. Inoltre ho avuto qualche incontro con il Presidente algerino, Bouteflika, che avevo conosciuto girando Z: aveva 28 anni ed era, dopo essere stato un terrorista, il più giovane ministro degli esteri, e ora è il Presidente… Quando la guerra civile è finita, sono tornato in Algeria in occasione di un festival nel Sahara e ho visitato alcuni amici ad Algeri. Posso dire di essere rimasto sempre in contatto con l’Algeria…

E come ha trovato la situazione del cinema in Algeria? Pensa che ci sia una volontà di rilancio?
La situazione è catastrofica: le sale sono chiuse e i cineasti non riescono a fare film. Durante un incontro con giornalisti e cineasti, l’ho fatto presente a Bouteflika, e lui ha dichiarato che la riapertura delle sale e il rilancio del cinema algerino sarebbero stati tra i suoi punti di governo. Vedremo…

Vai agli altri articoli su Cinema. Festa Internazionale di Roma.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha