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Tra passato e futuro, le anime sospese dei migranti

di Alice Casalini

La 26ª edizione del Festival d’Amiens ha aperto nella sezione “Le Monde comme il va” due contenitori dedicati al cinema africano: “Afrique & Diaspora” e “L’autre Algerie”. In entrambi i casi ciò che salta agli occhi è la presenza importante del documentario e la quasi totale assenza di film in pellicola: ne emerge l’identikit, tra contraddizioni e tormenti, di un continente in continuo mutamento che, per proiettarsi verso il futuro, sente il bisogno di fare i conti con il passato, con le tradizioni e il dominio coloniale. Non è un caso probabilmente che queste due sezioni del festival nel catalogo siano precedute dall’omaggio a Izza Genini, documentarista marocchina che da giovane si trasferì in Francia con la sua famiglia e che ha riscoperto le sue origini e continua a cercarle proprio attraverso i sui film sulle tradizioni musicali, e non solo, del Marocco.

“L’autre Algerie” indaga con sette film questa continua ricerca delle origini, sia da parte dei registi algerini, sia da parte di quelli francesi. Ben due documentari lo fanno attraverso la musica: Dominique Dreyfus ripercorre la vita di Enrico Macias, ebreo con origini cabile, ma anche tunisine, spagnole e francesi, un perfetto métissage mediterraneo che il regista scopre e ricorda in Enrico Mancias, le chant de la mémoire (2005). Accanto a questa figura, troviamo quella dell’appassionato Slimane Azem che è diventato una vera e propria leggenda nella comunità algerina in Francia. Rachid Mérabet ha cercato di ricostruire la sua storia per scoprire la forza delle sue canzoni, alternando interviste a riprese dei suoi concerti: Slimane Azem, une légende de l’exile (2005) scopre il tormento di un mito della musica algerina che ha finito i suoi giorni in esilio e cantato per tutta la vita il sogno della sua terra d’origine con la malinconia di chi non ha scelta.

La questione dell’emigrazione in Francia come esilio o come scelta ha avuto come luoghi simbolo le banlieue delle grandi città e Nanterre a Parigi è stato teatro di una pagina della storia contemporanea e di scontri contro la guerra d’Algeria e per il riconoscimento dei diritti. Un viaggio attraverso i palazzi di Nanterre che, con un montaggio alternato, mostra la banlieue di oggi e quella delle baracche e dei primi palazzi: Nanterre, une memoire en miroir (Cheikh Djemaï, 2006) intervista gli abitanti di oggi, incastrando sulle loro parole inserti da Les Sacrifiés (Okacha Touita, 1982). In Francia a Havre vive la giovane Sabrine che scopre le sue origini algerine grazie all’incontro con l’anziana Aïcha: due donne sono protagoniste dell’unico film di finzione di questa sezione, La Traversée (Maëva Poli, 2006). Ma la ricerca delle origini e della terra a cui si è legati è stata analizzata anche da due registi che hanno raccontato storie di nostalgie ed esilio forzato al contrario: Emmanuel Audrian in Le Testament de Tibhirine (2006) ripercorre i tre anni di tensioni e terrore che hanno portato al sanguinoso attentato integralista che è costato la vita ai monaci del monastero di Tibhirine nel 1996, spezzando la vita di pacifica convivenza e reciproco aiuto tra la comunità musulmana locale e i monaci. La giovane Clara Bouffartigue ha seguito il ritorno ad Algeri di sua madre, una pied noir, che dopo anni di esilio forzato torna in quella che considera la sua patria: Quelques-uns entre nous (2006) affronta un altra ferita ancora aperta nella recente tormentata storia del Mediterraneo.

Una casa semidistrutta con l’acqua che cola. Un uomo anziano, con gli abiti consumati, vive con la misera pensione ridotta di ex-combattente delle colonie. Dopo anni in giro a combattere in nome della Francia, vive nella miseria. Molti come lui partirono, soprattutto dalle regioni interne della Cabilia, per arruolarsi o cercare lavoro, e tante donne sono rimaste sole, a faticare e lavorare, per sfamare dei figli che poi sono partiti a loro volta in cerca di fortuna: Les Ames de l’exil (Saïd Nanache, 2006) è un film toccante che mette a confronto le anziane disilluse che portano sulle loro spalle il peso di una vita difficile e le giovani come Souad che sognano di andar via, come hanno fatto gli uomini. Quello che oppone Francia e Algeria è un confronto tra passato e presente, per cercare un cammino comune che unisca le due sponde del Mediterraneo, lasciando alle spalle gli strascichi della guerra e del colonialismo: è uno scenario possibile? Sembra ancora una domanda cui è difficile dare risposta.

Per un’analisi delle contraddizioni della società attuale in rapporto con la storia recente, con il conflitto ancora aperto tra l’Africa e i paesi che l’hanno colonizzata: i 28 film che hanno composto l’ampia e variegata sezione “Afrique & Diaspora” hanno cercato di ricostruire un ideale percorso che porta dal passato coloniale alla difficile situazione attuale, con qualche apertura verso un possibile futuro da costruire sulle macerie di un secolo che ha sconvolto il continente africano. Anche questa sezione nella quale si sono alternati corti e lungometraggi, ha visto il documentario come genere preferito dai registi, forse perché mezzo espressivo più facilmente identificato con il racconto del reale, a volte con scorciatoie fin troppo semplicistiche. In ogni caso non sono mancati alcuni esempi di film di finzione, a partire dal film di chiusura del festival, L’Or des Younga, un western burkinabè diretto dal prolifico e intraprendente Boubacar Diallo. Da segnalare anche Confidences (2006) del camerunese Cyrille Masso, e Mokili (2006) dello svizzero Berni Goldblat, sulla vita degli adolescenti nel Burkina Faso di oggi. A questi si aggiungono poi tre cortometraggi di finzione che affrontano alcuni temi di irrisoltà attualità: il sudafricano Lucky (Avie Luthra, 2005) racconta la storia di un piccolo orfano malato di Aids che lascia il villaggio per la vita caotica della città, mentre La Vertu (Guy Bomanyama-Zandu, 2006) ci fa riflettere sulle violenza sessuale che devono sopportare le adolescenti e sulle conseguenti gravidanze indesiderate. Cucile Vernant con il suo corto Il était une fois... sasha et désiré (2006) racconta con un flashback una storia d’amore tipica del cinema del métissage europeo.

Ma, come già accennato, i veri protagonisti della sezione “Afrique & Diaspora” sono stati i documentari nei quali i registi hanno, in modi diversi, elaborato il difficile rapporto tra l’Africa e i paesi che l’hanno colonizzata, in particolare la Francia. Ci sono le docu-interviste di Idrissa Diabaté e Jean-Claude Cheyssial. Diabaté dà voce al pittore ivoriano Ludovik Fadaïro nel suo Parole sans paroles (2006): il regista segue i discorsi dell’artista mentre lavora a una delle sue tele, infinita stratificazione di colori e materia che tende a un’infinita ricerca di equilibrio. Cheyssial intervista invece un reduce in Mohammed Mechti, le dernier combat (2006), un marocchino che, insieme a tanti altri ex-soldati dell’esercito francese delle ex-colonie, lotta per il diritto ad avere una pensione di guerra dignitosa: il regista segue il viaggio che Mechti può fare due volte l’anno per tornare in Marocco dove non può stare per più di tre mesi l’anno, in un continuo e tormentato stato di sospensione. Il dramma di questi reduci è stato di recente affrontato da Rachid Bouchareb con il fortunato Indigènes.

Altri documentari sono andati alla ricerca di pezzi della storia dimenticati o finiti nell’ombra come ad esempio Patrick Barbéris con il suo Les Ombres du bagne (2006) sul carcere lager della Guyana francese, o Mario Delatour che ha raccontato il viaggio di molti arabi verso Haiti nel suo Un certain bord de mer. Un siècle de migration arabe en Haïti (2006), finiti nell’ombra. Altri documentari hanno invece tentato di analizzare l’Africa contemporanea, prendendo ad esempio situazioni e fenomeni della società attuale, come Saudade à Dakar (Laurence Gavron, 2006) su un fenomeno migratorio interno all’Africa, quello degli abitanti di Capo Verde verso la capitale del Senegal, o il documentario di Ariel de Bigault, Tous les télés du monde – Angola (2006) sul programma televisivo della televisione pubblica che in Angola aiuta a ritrovare amici e parenti dispersi durante la guerra civile.

Il Festival di Amiens ha permesso di riflettere sul rapporto nord-sud, sul tema complesso della diaspora non solo attraverso i film, ma anche tramite l’incontro con numerosi attori e registi che spesso hanno accompagnato la presentazione dei propri film e alimentato dibattiti con il pubblico presente. Il festival ha offerto dieci giorni di riflessione e confronto con registi africani e non solo, dando la possibilità di confrontare le diverse esperienze e gli sguardi possibili sul continente nero.

Vai agli altri articoli sul 26. Festival International du Film d’Amiens

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