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Faro, la reine des eaux

di Salif Traoré

Berlinale 57. Lo sguardo bastardo del moderno

Unico lungometraggio africano in selezione ufficiale, Faro, la reine des eaux è, come molti titoli del Forum, un’opera prima, anche se il maliano Salif Traoré (San, 1954) ha alle spalle preziose esperienze di assistentato con Souleymane Cissé e Abderrahmane Sissako, e diversi cortometraggi e documentari. Come numerosi film che vengono dall’Africa francofona, Faro si regge su una formula produttiva complessa e stratificata, che coinvolge partner istituzionali e privati di due paesi del Sahel (Mali e Burkina Faso), insieme a Francia, Canada e Germania. Perlopiù francesi e canadesi sono i responsabili dei settori tecnici chiave (fotografia, montaggio, sonoro), e lo sforzo di lavorare su standard tecnologici avanzati – il film è stato girato perlopiù in HD24p – è stato premiato da una confezione nel complesso assai apprezzabile.

In un villaggio fluviale, oscuri segnali provenienti dalle acque accompagnano il rientro al villaggio di Zanga, scacciato da bambino perché rivelato illegittimo dalla cerimonia del Tô. L’uomo, che ha studiato in città ed è diventato ingegnere, ritorna deciso a svelare l’identità del padre e a far breccia nella crisalide di superstizioni e pregiudizi che soffoca il villaggio, discriminando donne e bambini. Nonostante la prudente guida del capo (interpretato dal carismatico attore/griot Sotigui Kouyaté), la popolazione non tarda a dividersi circa l’atteggiamento da tenere nei confronti di Zanga, la cui riuscita economica affascina e insieme turba specialmente gli anziani del villaggio. Persino la vecchia Badjegue, che passa il tempo a contemplare il fiume, non sa più interpretare i segni della temuta Faro, la regina delle acque.

La forzata inattività dei pescatori, spaventati dagli inquietanti ribollii dell’acqua, fa salire la tensione nel villaggio, facendo esplodere le contraddizioni che segnano la vita delle famiglie, in balia degli umori degli anziani che prima disseminano figli, per poi espellerli ritualmente così da mantenere l’ordine e il rispetto formale della tradizione, rendendo impossibile l’esistenza delle donne vedove e senza protezione. Penga, promessa al figlio di uno degli anziani, somatizza il dolore della perdita del padre sotto forma di una sorta di possessione nei confronti di Faro, accrescendo l’angoscia della madre. Lo stesso Zanga, che vuole spingere il capo villaggio ad approvare il suo progetto di canalizzazione del fiume, continua a subire l’ostilità degli anziani ma anche la ritrosia protettiva della madre, che difende il segreto sul nome del padre. Finché sarà la voce stessa degli elementi a sconvolgere l’ordine millenario, costringendo gli uomini alle proprie responsabilità ma salvaguardando al contempo il rispetto della regola del silenzio.

Destinato ad aprire la selezione ufficiale dell’imminente Fespaco, Faro lavora su una delle tematiche di riferimento delle cinematografie africane, il conflitto tradizione/modernità. Lo fa intelligentemente a partire dal punto di un paria, ma il discorso in realtà si apre ad accogliere altri sguardi periferici e non istituzionali, così da inquadrare da una prospettiva multiplanare le ricadute complesse che provoca la presenza di Zanga. Questa apertura alla lunga appesantisce il racconto, che procede tortuosamente sulla scorta di un continuo andirivieni tra un filo narrativo e l’altro. Anche perché, seguendo la tradizione dell’estetica africana della continuità, Traoré si guarda bene dal far ricorso a un meccanico crosscutting, prediligendo piuttosto riprese lunghe e tempi di lettura distesi, sintonizzati sulle microvibrazioni del fiume. Questa direttrice di messinscena rinvia a un ricco patrimonio di valori plastico-simbolici che tuttavia Traoré non riesce a rielaborare in modo originale, limitandosi a una corretta ma piuttosto inerte operazione di collazione di saperi etnografici e stilemi riconoscibili.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsFaro, la reine des eaux
Regia: Salif Traoré; sceneggiatura: Salif Traoré e Olivier Lorelle; fotografia: Jean-Pierre Gauthier; montaggio: Laure Budin; scenografia:Bakary Ouattara; costumi: Abdoulaye Oualoguem; musiche: Bassekou Kouyaté; suono: Sébastien Roy; interpreti: Sotigui Kouyaté, Fili Traoré, Michel Mpambara, Hélène M. Diarra, Djénéba Koné, Habib Dembélé, Sidy Doumbia; origine: Mali/Francia/Canada/Germania/Burkina Faso, 2007; formato: 35 mm e HD; durata: 96’; produzione: Philippe Quinsac, Daniel Morin, Salif Traoré, Bärbel Mauch per Pav Communication, Boréal Films, Sarama Films; distribuzione internazionale: Wide Management; sito ufficiale: http://www.widemanagement.com

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