title_magazine

Berlinale 57. Cinemergenze d'Africa

di Leonardo De Franceschi

Spenti i riflettori su questa non indimenticabile Berlinale 2007, è arrivato il momento di tirare le somme, provando, tra le poche tessere utili, sparse qua e là, a comporre il mosaico di un discorso sull’Africa vista in questi giorni. Da qualche anno, il buon Dieter Kosslick ha aperto la competizione a film che, in un modo o nell’altro, insistono sulla questione africana. Più nell’altro però, come a dire che, salvo eccezioni rare (il Moussa Sene Absa di L’extraordinaire destin de Madame Brouette, 2003), i registi africani non vengono considerati all’altezza della competizione, di rado vengono chiamati in giuria, finiscono al massimo relegati nelle varie dependance, sezioni informative che, di anno in anno, prendono definizioni e sottodefinizioni sempre più capziose.

Ecco allora che a raccontare l’Africa si preferisce il Terry George o il Bille August di turno, registi che, appoggiandosi a una collaudata formula di racconto, trasformano regolarmente il presente o il passato più o meno recente del continente nero in una cornice geopoliticamente verosimile ma sostanzialmente monoprospettica, funzionale più a rivivere catarticamente un evento che a verificarne ragioni, connessioni, ricadute. Uno sguardo ad altri titoli presenti nel mercato non può che confermare questa tendenza, accentuandone se mai l’accezione dell’Africa come tela di fondo scenografica, asservita magari a plot ricchi d’azione e infarciti di comodi stereotipi.

Certo è che, se a giudicare lo stato del cinema africano, si deve guardare all’unico titolo in selezione ufficiale, vale a dire Faro, la reine des eaux, c’è poco da rivendicare una maggiore presenza in concorso. Tanto più che l’esordiente Traoré insegue modelli e formule anch’esse fin troppo consolidate per non dire abusate, trasponendole in un registro di medietà estetica e comunicativa che tende a cancellarne le residue potenzialità. Meglio allora consolarsi con l’umorismo brillante di Menged (2006), che ha valso a Taye Workou l’ennesimo riconoscimento di prestigio: guardare cioè a una prospettiva di rilettura del patrimonio orale, arricchita da un piacere dell’affabulazione moderno e leggero, e da un approccio all’universo infantile certamente meno convenzionale e più libero di quello che evidenzia lo short Kibera Kid (2006), girato in una delle più grandi baraccopoli di Nairobi dall’americano Nathan Collett.

Meglio, piuttosto, trasformare sostanzialmente lo sguardo in ascolto, e farsi attraversare dalle testimonianze di Invisibles (2007), grazie al paziente e appassionato lavoro di collazione dinamica portato avanti da Aranoa, Barroso e Wenders. Grazie a quelle parole di pietra, anche le sequenze più incerte o opache sul piano della scrittura filmica, acquistano un peso e una consistenza che, questi sì, più di ogni training da Actors Studio, fanno emergere dal campionario delle mille storie di ordinaria ferocia possibili, la verità di un (in)visibile che, ora, può essere rimosso un po’ meno agevolmente.

Meglio, ancora, schizzare nell’ottica ibrida delle diaspore, e posizionarsi sul crinale di sguardi eccentrici, deboli, fibrillanti ma proprio per questo non celibi, pensati per interpellare lo spettatore, ridisegnando i codici e le abitudini della sua partecipazione narrativa. Penso al neoclassico saggio di genere Poor Boy’s Game (2006), con cui Clement Virgo decostruisce e rovescia le ragioni profonde del razzismo comunitaristico, senza indulgere in una facile e assai diffusa retorica del perdono, ma anzi dimostrando come, qui ed ora, il confronto tra i singoli si gioca fuori dalle logiche di appartenenza, attestandosi sui margini identitari, assumendosi il coraggio della propria solitudine.

Meglio, infine, sintonizzarsi sul multiforme ribollire di nuovi sguardi e racconti che, dal punto di vista di una cittadinanza sradicata e problematicamente nomade, descrive alcune dinamiche del rapporto tra Germania (ma si legga Europa) e Africa, in Neue Bilder. Questo, disturbato e a tratti illeggibile, ma potente segnale, è uno dei pochi davvero originali che emerge dall’Africa cinematografica in questa Berlinale 2007. Un’esperienza filmica preziosa, in quanto segnala l’emergenza, appunto, di talenti pronti a sperimentarsi con nuove pratiche espressive, o a guardare al modello del racconto in prima persona (nella linea del gender film) con una chiave centrifuga, non conciliatoria. Anche perché, a quanto è parso di capire dai racconti dei presenti, i giovani leoni del cinema africano ospitati, insieme ai molti (troppi) altri invitati del Talent Campus, hanno dovuto trottare da una fila per il ritiro biglietti all’ennesimo seminario, affacciandosi assai di rado dalle parti del Berlinale Palast e riuscendo a malapena a fare conoscenza tra loro, soffocati da una macchina elefantiaca e inutile.

È meglio, anche perché troppi segnali continuano piuttosto a insistere sull’altra Africa, incatenata a un’accezione di emergenza ben diversa, echeggiata anche nell’omaggio glocal di Ulli Gaulke alla cinefilia: Comrades in Dreams (2006), presentato nell’ennesima sottosezione informativa (Berlinale Special), è un frizzante va e vieni fra l’America puritana e la Corea criptocomunista, tra l’India bollywoodiana e, appunto, l’Africa dei cinema dai sedili di marmo sotto le stelle, dove la (r)esistenza della settima arte è affidata a ultimi buscaderos come Lassine, Luc e Zakaria. Il loro cinema di Ouagadougou, che hanno rilevato dalla statale Sonaci, si chiama, manco a farlo apposta, Emergences. Come non simpatizzare con loro, in un paese dove l’esercente si va a prendere le copie direttamente dal noleggiatore, quasi pagandole a peso, e l’unico amore per il cinema su cui possono contare è quello che richiama le fedelissime cultrici di Titanic?

Gli altri articoli sul 57. Internationale Filmfestspiele Berlin:

Le Cercle des noyés di Pierre-Yves Vandeweerd
Elvis Pelvis di Kevin Aduaka
Faro, la reine des eaux di Salif Traoré
Goodbye Bafana (Il colore della libertà) di Bille August
Invisibles di Isabel Coixet, Fernando León de Aranoa, Mariano Barroso, Javier Corcuera e Wim Wenders
Neue Bilder – Schwarzer Filmschaffender in Deutschland (Nuovi sguardi) di Todd Ford e Diegonante, Ezra Tsegaye, Branwen Okpako, John A. Kantara, Winta Yohannes, Otu Tetteh
Poor Boy’s Game di Clement Virgo
Riparo di Marco Simon Puccioni

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha